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Una teoria personale sulla moneta

Questo breve scritto è parte di un'ipotesi teorica sulla quale sto "lavorando" da qualche tempo, e non ha alcuna pretesa o aspirazione... se non quella di esser letta! 
Tratta del Valore della Moneta.
A voi!


Moneta e lavoro

Perché una persona laboriosa deve alla fine risultare come un peso per lo Stato, un motivo di aumento del suo debito?!

Spesso ciò che manca alla comprensione di un fenomeno non è la sua conoscenza, ma la conoscibilità intesa come "comprensibilità".

Mi piace pensare che, semplificando all'estremo una tema, ma senza per questo occultarne componenti fondamentali per una sua reale comprensione, si possa raggiungerne una descrizione efficace, chiara anche agli occhi degli inesperti.
Troppo spesso si viene purtroppo fuorviati dall'incomprensibilità di dati tecnici che alle volte, offuscando il fulcro dei problemi, ne rendono pressoché impossibile una definitiva risoluzione. Ragionare in termini strettamente logico-razionali può, in questo senso, essere di non poco aiuto.


L'argomento che sto per trattare è quello dell'emissione della moneta.

Purtroppo i più ne ignorano le meccaniche interne e, cosa ben più grave, siamo stati addirittura resi del tutto disinteressati e indifferenti in relazione ai motivi alla base della scelta di tali meccanismi e, con questo mio breve testo, vorrei aiutare il lettore ad accorgersi di un qualcosa che lo sta direttamente coinvolgendo, seppur in modo subdolo e silenzioso.



Immaginiamo dunque, come pura ipotesi teorica, l'esistenza di un regno ("Stato"), governato da un re generoso e lungimirante ("Governo"), e abitato da un solo cittadino ("Popolo"); ipotizziamo ora che in questo fazzoletto di terra sia presente, come unica risorsa, un aranceto ("Territorio e Risorse").

A questo punto è però necessario fermarsi un attimo e fare un'importante considerazione: il suddito, il popolo in sostanza, ha un suo valore economico intrinseco, dato dalla sua produttività potenziale che, attraverso lo svolgimento di un’ attività lavorativa in un determinato periodo di tempo, viene tradotto in valore "potenza", in "prodotto", quindi entità effettiva e reale.

Detto questo torniamo al nostro regno e ipotizziamo che valore del lavoro dell'suddito sia pari a 100€, avendo i suoi 100€ di lavoro prodotto 100€ di arance.
Il re potrebbe retribuirlo, e coprirne quindi il valore economico intrinseco estrinsecatosi nel prodotto dell'attività compiuta, con i 100€ di arance, ma preferisce, avendo visto questo magnifico sistema nel regno vicino, farlo in moneta!
Così emette l'esatto quantitativo di monete necessario a coprire il valore del lavoro prestato dal cittadino, che con tale cifra comprerà le arance ("Beni e Servizi"), facendo tornare il denaro nelle casse del regno.

Ad alcuni a questo punto potrebbe sorgere un dubbio: così facendo il re non ha forse con un furbo stratagemma raddoppiato i suoi averi?!
Non sono forse presenti ora nel suo regno sia le arance che i 100€?!
Vero, ma quei 100€ che ha in cassa sono l'esatta copertura del valore che ha il lavoro del suo suddito; il suo suddito vale 100€ di arance, un valore nuovo, nato in un certo senso dal nulla, dove prima non c'era, perché scaturito dalla sua operosità. Valore che necessità di rappresentazione tangibile e che la trova nella contestuale emissione di denaro.

Pensiamoci: se il piccolo regno andasse avanti negli anni seguendo staticamente questo meccanismo, che cosa accadrebbe?
Il re ogni anno dovrebbe attribuire la proprietà dei 100€ presenti nella sua cassa all'operoso lavoratore che col suo lavoro di anno in anno produrrà 100€ di arance che comprerà spendendo i 100€ guadagnati e rendendoli quindi alle casse del regno, in un meccanismo perfettamente bilanciato.

Quei 100€ emessi dal re sono in sintesi non guadagno, seppur presenti nelle casse del regno, ma la rappresentazione simbolica del valore del lavoro del suo suddito, da considerarsi come credito presente nel regno, perché emesso proprio a rappresentanza del valore aggiunto dato dal cittadino al suo regno d'appartenenza e da concepirsi come semplice strumento al servizio della persona, nato per facilitarla negli scambi.

Certo, magari nell'esempio fatto l'utilizzo della moneta potrebbe addirittura apparire come un'inutile complicazione, ma sappiamo bene che non sono le arance l'unica cosa a venir prodotta e non le arance l'unica di cui necessitiamo...(le arance infatti simboleggiano infatti una moltitudine di beni e servizi..)
Sarebbe impossibile per un individuo lavorare sempre e solo in cambio del prodotto da lui, scusate il gioco di parole, prodotto. Ed è anche per evitare questo che la moneta è stata creata, non per arricchirne il produttore, né per indebitarne l'utilizzatore.

Da tempo si sta però perpetrando una situazione per la quale in questo basilare schema è stato però aggiunto un ulteriore soggetto: la banca.

Di conseguenza il re, invece che emettere la quantità di moneta (ricordiamo, pari al valore del lavoro del cittadino, e quindi delle arance prodotte attraverso l’utilizzo della "risorsa aranceto", non arbitrariamente decisa), necessaria per l'effettiva "realizzazione" del valore del suo regno, comprensivo del valore “forza lavoro” tradotto in tangibile moneta, chiederà tale somma in prestito alla banca, a cui darà in contropartita dei titoli rappresentativi la promessa di pagamento del suo neonato debito e con l' ulteriore promessa di corrispondere un interesse sulle somme ricevute; scaduti i titoli il denaro rappresentato in essi sarà restituito alla banca con l'aggiunta degli interessi.

In questo modo le monete che prima tornavano nelle mani del re, a rappresentazione speculare dell'aumentato valore del suo regno, torneranno invece nelle casse della banca che, avendo segnato come passività l'emissione di tali monete, tornerà esattamente in pari,  ma con l'aggiunta degli interessi guadagnati da tale transazione.
La conseguenza dell'elisione di queste cifre con la passività creata nell'emetterle è palese: ciò che dovrebbe rappresentare un credito nato dalla sola e semplice presenza di un “individuo produttivo”, aumento di ricchezza appartenente all'ipotetico regno, viene invece annullato con una semplice somma algebrica i cui presupposti sono stati arbitrariamente posti nell'interesse, come risulterà ormai ovvio, non dei "regni", ma di "altri".


Se cominciassimo ad allontanarci dalla concezione di moneta come replica speculare di beni servizi e realtà esistenti nel mondo,ed a legarla esclusivamente al lavoro, forse saremmo in grado di attribuirle la giusta posizione.
Se ci pensiamo ogni moneta spesa sta andando, dopotutto, ad acquistare il prodotto del lavoro di qualcuno, e quindi, per evidente conseguenza logica, ad acquistarne il lavoro stesso.
Senza moneta ognuno potrebbe pagare con il prodotto delle proprie attività, potremmo tornare al baratto, ma per fortuna, ricchi di ingegno abbiamo creato la moneta, ma poveri di attenzione e carenti di memoria abbiamo dimenticato addirittura di averne la paternità come umanità tutta, e ne abbiamo ceduto la proprietà alle banche..

La moneta dovrebbe venir emessa ogniqualvolta ci fosse da coprire, nel campo della realtà, il valore immateriale della manodopera. Quando una persona offre la sua manodopera in cambio di retribuzione è come se stesse dando al suo datore di lavoro un "titolo", del valore corrispondente al costo della sua manodopera. Il datore di lavoro al termine del contratto non farà altro che restituire in denaro il valore del titolo conferitogli.

Il baratto non è certo stato sostituito per un intrinseco bisogno dei beni di venir rappresentati simbolicamente; ciò che nella realtà è da sempre stato manchevole di trasposizione nel campo del tangibile, è invece proprio il valore economico dell'individuo, valore effettivamente strettamente connesso al prodotto del suo lavoro, connessione che facilmente spiega la comprensibile confusione che ha portato a legare la moneta ai beni e non al lavoro.

Teorizzare l'esistenza e la proprietà di un "titolo", talmente insito e radicato da risultare invisibile, nascente in capo al lavoratore in conseguenza alla promessa di lavoro, e da "consegnarsi" idealmente al datore contestualmente alla promessa stessa, spiega la necessità della creazione della moneta proprio perché, come già detto, i beni ben si rappresentano nel mondo percepibile, ma è l'attività dell'uomo che, pur avendo valore, necessita di uno strumento atto a misurarlo e rappresentarlo nella realtà.
Quei soldi sono da emettersi proprio a fronte del valore aggiuntosi nella realtà con l'attività lavorativa e servono a renderlo tangibilmente presente. Una volta scaduto il titolo quel denaro servirà a pagarne il corrispettivo in beni tangibili convenzionalmente creati, quello che per noi è il denaro.

La moneta andrebbe quindi così concepita: strumento necessario per coprire nel campo materiale il valore potenziale, ma reale, del singolo individuo. Ed essendo il valore della somma di tutti gli individui corrispondente, idealmente parlando, al valore del prodotto della loro attività (ricordiamolo: ogni beni e servizi sono la diretta conseguenza di un'attività umana) risulterà comunque corretto, ma solo dal punto di vista matematico, valutare la base monetaria come duplicato simbolico e speculare dei beni reali.
È da un punto di vista razionale che deve però risultare chiaro che il denaro è nato e deve essere considerato come semplice strumento rivolto a dare tangibilità alla intangibile valore della forza lavoro.

Cominciando concepirlo in tal senso, penso possa risultare maggiormente chiaro quanto erroneo sia l'attuale meccanismo di emissione del denaro: nell'emettere il denaro, le banche, lo conteggiano fiscalmente come fosse una passività, ma non dell'entità della spesa sostenuta per la produzione delle banconote, bensì per l'intero valore nominale di ogni banconota creata dal nulla. Di conseguenza, per ripianare il bilancio del debito contratto al momento dell'emissione, dovranno necessariamente pretendere la restituzione di queste somme da parte degli Stati a cui erano state attribuite.

E noi abbiamo invece visto come il denaro emesso debba esserlo a titolo di credito, andando ad aumentare il patrimonio dello Stato, per ricreare quella situazione di statico equilibrio in cui ogni quantità di forza lavoro deve essere specularmente rappresentata da una quantità di denaro pari, in effetti, al prodotto dell'utilizzo di tale forza.



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