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CAMPI DI CONCENTRAMENTO – Tre racconti brevi per non dimenticare

CAMPI DI CONCENTRAMENTO

Tre racconti brevi per non dimenticare

Iannozzi Giuseppe

campo di concentramento
DELIRIO AD AUSCHWITZ

“Dimenticate Dio. E’ Morto con una pistola puntata alla tempia. Teneva preoccupazione solo per sé stesso, non poteva davvero badare ai vostri inutili lamenti. Dimenticate Dio. Ha affari più urgenti a cui badare: è un morto che si sta scavando la fossa con le sue proprie mani. In fondo, nonostante sia bell’e morto, rimane un narcisista e ci tiene a una sepoltura onorevole, anche se mai nessuno di voi andrà a depositare un solo fiore sulla sua tomba. E’ inutile che preghiate: credete forse – ancora – che vi salverà? Illusi, disperati… siete solo degli animali. Dio è morto, ve lo ripeto, altrimenti non avrebbe permesso che la mia pallottola mettesse fine alla lurida vita di quel vecchio. E neanche avrebbe permesso che le mie mani strangolassero subito dopo la nipote. E’ caduta prima che potessi leggere dentro ai suoi occhi la morte. E voi avete visto com’è stato facile. E voi non avete mosso un dito, ma avete pregato. E a cosa è servito? A niente. Ve lo ripeto, Dio si sta scavando la tomba: è un narcisista e un egoista, non ha più tempo – non l’ha mai avuto – per pensare a voi. Li vedete quei muri? Certo che li vedete. Già mille come voi sono caduti: è bastato puntare loro una pistola alla testa e sono stramazzati al suolo. Credete forse che le loro lacrime di sangue saranno seppellite insieme al cadavere di Dio? Se lo pensate veramente, siete più animali di quanto i nostri dottori hanno dimostrato al mondo intero.
Che facce funeree! Sembra quasi che siate stati invitati al vostro funerale! In fondo non posso darvi torto, perché lo sapete bene che per voi solo pochi attimi ancora e poi sarà il buio totale e infinito. Potreste almeno tirare un sorriso, e invece niente. Presto sarete nel buio eterno… volete davvero farmi credere che solo desiderate spegnervi così? Siete assai peggio di quanto i nostri amati dottori hanno dimostrato, siete inferiori, degli animali incapaci persino di un sorriso prima di tirar le cuoia. Che dite? Qualcuno di voi bastardi ha osato respirare? Chi è il colpevole? Chi è il colpevole? Si faccia avanti, o per Dio, vi faccio secchi uno a uno… Non desiderate forse vivere un attimo in più? A guardarvi, si direbbe proprio di no. Ci tenete dunque così poco a quella cosa che chiamate vita? Non posso darvi torto. E’ stato ben dimostrato che siete dei buoni a niente. Persino i generali non sanno che farsene dei ninnoli ricavati dai vostri corpi. Persino la colla ricavata dalla vostra inutile vita puzza di ebraismo. Quando bruciate, il fumo nero che producete ci dà la nausea. Siete un errore di Dio… è per questo che ha preferito farsi ammazzare. Ma forse ricordo male: si è suicidato da sé. Chi è che frigna? Scommetto che è lo stesso animale che poc’anzi ha osato respirare. Animale, animale, animale! Due passi avanti o per quant’è vero che Dio è morto, vi accoppo subito.”
Una bambina, uno scheletrino praticamente, fece due passi in avanti: i suoi occhi erano gravidi di aride lacrime.
“Dunque… sei tu l’animaletto che ha osato…”, berciò rabbioso quello delle SS. E prese a cachinnare violentemente. Smise quasi subito. E la canna della pistola, fredda e maniacale, fu in un baleno sulla fronte della bambina.
“Che hai da dire prima che ti dia la fine?”
Balbettando: “Noi moriamo quando ci sparate… come te… Dio non è morto e tu deliri.”
Quello delle SS prese a ridere a squarciagola e il dito sul grilletto era già a metà della sua corsa, quando, improvvisamente, il cielo si rischiarò: una lama di luce penetrò attraverso il buio che le nuvole proiettavano sul campo di sterminio. Quello delle SS rimase con la risata congelata dentro alla strozza. Indarno cercò di farfugliare una bestemmia. Fu come se avesse ingoiato una pallottola. Cadde in ginocchio, lasciando scivolare a terra la pistola: la risata si tramutò in orrore, in una smorfia di indicibile dolore. Cerò indarno di portare una mano al petto, ma prima che la mano colpevole di tante morti potesse toccare il cuore fermo dentro al petto, quello che era stato un maiale di merda delle SS era già morto in ginocchio di fronte alla faccia di Dio. Infarto secco e fulminate.

Gli Ebrei condannati a morte furono nuovamente allineati addosso al muro: un altro carnefice delle SS prese il posto e il compito di quello infartato. Non disse una parola, solo puntò la pistola e prese a sparare aprendo un terzo occhio sulla fronte di ogni Ebreo.
I cadaveri furono accatastati frettolosamente e subito bruciati.
“Qui Dio è morto”, sentenziò il porco che aveva sparso benzina sui cadaveri per bruciarli. “Inutile farsi illusioni. Dico giusto?” Il fumo nero della morte si alzava in larghe spire, oscurandolo tutto. Poi, quasi in un sussurro, aggiunse: “Dio è un morto che si sta scavando la fossa, ma sa che siamo nel giusto. Da tempo ci ha perdonati tutti. Noi abbiamo poi solo fatto quello che lui non ha avuto il coraggio di fare tanti e tanti secoli fa.” Parlava a sé stesso, non c’era anima viva al suo fianco. In risposta ottenne solo l’eco confusa del panico che ad Auschwitz si stava diffondendo. Gli parve di capire che erano arrivati gli Americani. Non poté esserne sicuro, perché non ebbe tempo di… Cadde a terra lungo disteso, morto, con gli occhi ancora lacrimanti a causa dell’acre fumo dei cadaveri a bruciare.

DENTI D’ORO

Andato all’Obitorio. Mi hanno detto che… che la cura non è possibile. Allora subito alle Pompe Funebri sin tanto che il corpo non ancora disfatto, freddo.
Due maniglie di ottone. Io le volevo d’oro massiccio. Erano finite. L’Impresario Funebre mi ha spiegato che questi non sono proprio Tempi Morti e che oggi si fanno buoni affari davvero, basta non fare la mano morta con qualche Vedova troppo in vista, troppo curata dalla società. Io l’ho guardato strano, ed allora lui subito mi ha spiegato che tra americani, forze di pace inventate e fondamentalismo islamico e cristiano a tutto spiano, i cadaveri piovono che è una bellezza, come la manna dal cielo praticamente.
“Caro Signore, dopo i ghetti di Varsavia e di Roma, una simile abbondanza era insperata. Ma Dio ci vuole bene, Dio ama tutti. Anche noi poveri becchini!”: così mi ha detto mentre mi stringeva la mano e ci accordavamo per una bara non troppo di lusso, non povera.
“E’ per lei, la bara?”
“Oh! No, non si faccia strane idee. Questa è per una persona che è morta.”
“Non lo metto in dubbio. Per una persona. Mica per un Can Malfusso!”
“Le confesserò che ho provato una cura. Tutto inutile.”
“In questi casi, l’unica è una buona sepoltura.”
“Sì, forse è così. Solo che non mi rassegno. Però, se dovesse andar male anche così, c’è sempre la Riesumazione…”
“Certo. E’ tutto specificato nel Contratto.”
“Ma non ci vuole un Permesso speciale per la Riesumazione?”
”Una volta era come dice Lei, ma oggi le pratiche le gestiamo noi delle Pompe Funebri.”
“Sì, credo di capire.” Gli stringo la mano: è fredda. Molto. Una smorfia sul viso, quello mio. L’Impresario si accorge presto del mio disgusto.
“Qualcosa non va?”, suggerisce con freddezza. E subito cerca di correggere il tono in un tripudio effeminato di socievolezza: “Sono a sua completa disposizione, Signore!”
“Mi è solo parso che la sua mano…”, balbetto confuso.
“Ah! Capita a tutti la prima volta. O la seconda. O la terza… Poi ci si fa l’Abitudine.”
“Peccato per le maniglie”, dico distrattamente, “le avrei preferite d’oro. Non si sa mai.”
”Purtroppo le maniglie d’oro, finite. Ma quelle di ottone offrono dei vantaggi…”
“Sì, me l’ha spiegato. Forse ha ragione. Così non c’è rischio che rubino la bara insieme al corpo che conterrà.”
”Infatti. Ha molte capsule d’oro in bocca?”
”No… non una carie io. Neanche capsule. No, io trentadue denti perfetti.” Sospiro. “Purtroppo così non è per il corpo… per il Cadavere. Già, a quest’ora sarà già cadavere.”
“Vuole sottoscrivere un’Assicurazione? Oggi i ladri che circolano nei Cimiteri…”
“Non aggiunga altro. Ha ragione. Non si sta in Pace neanche sottoterra. Ma in fondo sono morti, tutti. Però i denti, mio Dio!”
”Sì, è un oltraggio cavargli di bocca l’oro… E quando non ci riescono, si portano via tutto il corpo.”
”Una disgrazia. Terribile. E’ successo a uno che conosco… Cioè che conoscevo. Terribile davvero. La famiglia, non le dico quanto ha pianto sul fattaccio.”
“Allora, la facciamo questa Assicurazione?”
”Non ho soldi, non abbastanza. Fosse stato per le due maniglie d’oro, ma l’Assicurazione è cara. Non me la posso permettere.”
Mi stringe la mano, quasi con compassione, quasi schifato. “Quand’è così… A presto!”
”Spero non troppo presto.”
I baffetti hitleriani dell’Impresario Funebre tremano: lo noto che è agitato, molto agitato. Ha un Diavolo per capello.
“Non si sa mai!”, ringhia fra i denti.
“Addio!”
E me la squaglio.

IL BAMBINO E IL NONNETTO

In un tempo oramai lontano fissavo il fuoco con la curiosità tipica del bambino che si chiede se sia sogno o realtà la fiamma; se sia uno spirito del bene o del male e se toccare sia peccato mortale.
Mio nonno era solito portarmi con sé nell’orto, che era un fazzoletto di terra con un pollaio e poco altro. Adiacente al pollaio la cantina dove si tenevano le botti col vino dentro. Faceva piuttosto fresco in mezzo alle damigiane, che erano tutte stipate negli angoli della buia cantina e che potevano contenere indifferentemente olio d’oliva o vino rosso. Il vecchietto aveva una passione per il rosso, non si sedeva a tavola senza aver prima messo in bella mostra un fiasco di vino. Non che fosse un ubriacone, tutt’altro, però al suo bicchiere non ci rinunciava manco morto. Durante gli ultimi anni della sua vita il suo bicchiere era sempre pieno e subito vuotato: poteva non toccar cibo, ma all’ora di pranzo e a quella di cena gli occhi gli s’infiammavano d’una rinata giovinezza di fronte al lucore del rosso dentro al bicchiere.
Il nonno non era tipo di molte parole. Non aveva studiato, era di un’altra generazione, quella dei grandi vecchi che erano scampati alla morte di due guerre mondiali, la prima e la seconda, per cui più nulla lo sorprendeva. Aveva visto la morte da vicino, negli occhi dei compagni. Aveva visto il fascismo salire al potere per mietere milioni di vittime. Aveva conosciuto gli americani con la loro lingua strana liberare l’Italia da Mussolini e aveva loro offerto il suo vino rosso. Non da ultimo aveva sentito parlare degli ideali del comunismo. Al pari di molti credette che il comunismo avrebbe cambiato in meglio la società, perché di errori se ne erano commessi tanti e mai in buona fede. Quando io lo conobbi era già un nonnetto; senza un capello in testa, da una vita usava portare una paglia da contadino e masticar tabacco. Doveva avere come minimo novanta anni ma non aveva un solo dente cariato. Era orgoglioso della sua forte dentatura che non era stata mai intaccata da una carie. Gli anni gli dimostrarono che il comunismo era una fregatura, per cui a un certo punto mandò a quel paese repubblichini comunisti e preti. Gli stavano tutti sullo stomaco e i rari sorrisi che dispensava erano per i suoi filari d’uva.
Nel suo fazzoletto di terra c’erano perlopiù filari d’uva e un paio di albicocchi, che però fruttavano poco o niente. L’uva invece fruttava ch’era una bellezza: Bacco baciava e proteggeva i polposi grappoli, le viti del mio vecchio nonno. Al limite del vigneto ci stavano anche degli ulivi. Il vecchietto non li curava più di tanto, ma quegli alberelli davano lo stesso olive in gran copia.
Il vecchio talvolta mi portava con sé. Non spiccicava parola, mi allungava però una albicocca appena colta o un grappolo d’uva. Più di rado dei pinoli. Le pigne non mancavano, era però difficile trovarne di piene.
Una volta finito di metter a posto l’orticello, sul carretto caricava un gran fascio di rami secchi, di pigne vuote, di sterpaglie varie. Il mucchio serviva a fare un bel fuoco per il piacere degli occhi. Non per altro. In un angoletto di terra dove non cresceva nulla, lontano dall’erba e dalle piante, il nonno gettava in terra gli sterpi da bruciare, poi con uno zolfanello appiccava il fuoco a un fascio di foglie secche che disponeva sotto il legno secco con somma attenzione. I rami secchi facevano presto a prender fuoco. Le lingue di fuoco smaniavano nell’aria, si allungavano ora forti d’un rosso infernale, ora deboli, appassite, smorte. Solo una volta che il fuoco s’era smorzato del tutto lasciando di sé cenere e carbone, il nonnetto sorrideva felice come un bambino; gettava allora sulle ceneri ancora calde generose manciate di terra per esser ben sicuro. Con gli scarponi pestava la cenere con gran attenzione. Lo faceva per far fuori i tizzoni ancora caldi e che avrebbero potuto alimentare un incendio. Io lo imitavo. Saltavo a piè pari sul mucchietto di cenere e terra, e dovunque scorgessi un carbone rosseggiante mi ci accanivo contro finché non si smorzava. Amavo pestare i piedi sui tizzoni ancora ardenti. Se solo un momento prima mi ero goduto lo spettacolo del fuoco, spegnere la sua residua vita era per me non meno eccitante. Una volta ebbi l’ardire di toccare con mano un tizzone che rosseggiava ancora, seppur in maniera debole. Lo presi fra pollice e indice ammirando il suo cuore rosso. Un colpo improvviso di vento lo ravvivò. Lo lasciai subito e con rabbia presi a schiacciarlo sotto il peso degli scarponcini che calzavo. Fin tanto che non fu del tutto spento e sbriciolato non fui contento.



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