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Feltrinelli, una storia contro

Feltrinelli, una Storia contro
Fermata Spettacolo

Se il nome Giangiacomo Feltrinelli vi porta alla mente solo l’omonima casa editrice, occorre che vi affacciate sul mondo incredibile che c’è dietro la vita di questo grande uomo.

Siamo nell’immediato dopoguerra, Carlo Feltrinelli è morto suicida e Giannalisa, ereditiera di una gran fortuna, attraversa Roma lanciando dal finestrino volantini che inneggiano a sostenere la monarchia, mentre il figlio Giangiacomo sta organizzando, insieme ai partigiani, la liberazione di Bologna.

Immaginate un uomo pervaso dagli ideali e dai sogni, un uomo che parte con una macchina per l’Europa e la riempie di libri per fondare una biblioteca, che diventerà poi una casa editrice che vuole essere indipendente e dare voce alle realtà censurate.

Pensate a quell’uomo alto con i baffi mentre gioca a basket con Fidel Castro, lo stesso uomo che regala i diritti del Diario del Che in Bolivia, come tributo all’amico. E ancora non abbiamo detto nulla sulla figura rivoluzionaria di Feltrinelli.

Mauro Monni, autore, attore e regista porta in scena da dieci anni in tutta Italia, lo spettacolo teatrale “Feltrinelli, una storia contro”, ripercorrendo la vita di questo personaggio non abbastanza conosciuto. Un monologo avvincente, che apre ferite italiane e ci porta a fare i conti con l’ipocrisia disarmante del nostro paese. Ancora una volta, a morire è un illuminato che si è messo contro il potere: “Quante persone devono essere uccise prima di dire basta?”

Giangiacomo Feltrinelli

Come mai hai deciso di realizzare uno spettacolo sulla figura di Giangiacomo Feltrinelli?

Per due motivi: il primo perché era un pretesto per raccontare l’Italia repubblicana attraverso la figura di uomo. L’altro, per giocare con un personaggio che nasce con un determinato schieramento politico ben evidenziato e con l’andare del tempo si rende conto che l’Italia aveva bisogno di altro, diventando anarchico, pensa alla bomba sul traliccio nel giorno dell’inaugurazione partito comunista. Feltrinelli è stato una figura magnifica, un uomo proveniente da una famiglia borghese che da niente, si è inventato una casa editrice scommettendo su opere come il Dottor Zivago.

La realtà che ha vissuto a Cuba è stata un caso, lì si rende conto di cosa è stata la rivoluzione e decide di farla anche in Italia, che all’epoca era impensabile. Mi ha affascinato questa sua “follia”, e al tempo stesso ho voluto raccontare una figura sconosciuta e soprattutto, meno scontata di altri.

Mi ha colpito molto la contestualizzazione che hai fatto del dopoguerra concentrandoti non solo sullo Stato italiano, ma gettando uno sguardo su tutto il mondo. Quali sono state le tue fonti principali per preparare il monologo?

Innumerevoli. A partire dai saggi sull’Italia repubblicana, i trattati di storia, alle biografie di Giangiacomo Feltrinelli, in particolare due saggi, uno tra l’altro del figlio Carlo, Senior Service, al quale ho chiesto anche il permesso per mettere in scena tutto il materiale che avevo raccolto e selezionato. I familiari di Feltrinelli sono venuti tutti a vedere lo spettacolo, anche la sorella di Giangiacomo.

Durante il tuo spettacolo hai detto che oggi manca una classe politica reale, che bastano “tette e culi” per distrarre il popolo dalla connivenza tra mafia e politica. Perché, secondo te, non si riesce a rifiutare un sistema corrotto e si continua a accettare che le vittime uccise nelle stragi che tu stesso citi, diventino solo numeri?

La ragione principale è perché non ci sono più ideali e valori su cui appoggiarci. L’Italia è un paese che viene dalla monarchia ed è sempre stata abituata a essere governata. Con il Piano Marshall è stata comprata e con la fine dei partiti e la caduta del muro di Berlino sono decaduti anche i valori di riferimento. Tutti vengono assimilati alla politica. I riferimenti oggi, purtroppo, sono i calciatori e le veline.

Quindi secondo te non esistono più i rivoluzionari, non c’è nessuno che può farsi portatore degli ideali di libertà e verità?

Ci sono modi diversi di fare rivoluzione. Alcuni rivoluzionari per me sono Gino Strada, Padre Alessandro Zanotelli. Per essere un rivoluzionario devi dare l’esempio.

Dato che hai scelto di narrare la storia di un editore, cosa ne pensi dell’editoria attuale? L’ideale di Giangiacomo Feltrinelli di portare avanti un progetto culturale aperto, contro corrente, penso alla storia del Dottor Zivago, che tu racconti, c’è ancora, c’è in parte, o si è perso completamente?

È cambiato il modo di comunicare, prima si leggeva per conoscere, informarsi, sapere, adesso non c’è più questa esigenza e gli editori propongono altre cose. Se guardi le classifiche dei libri più venduti, non trovi Sartre, trovi i cabarettisti o i personaggi famosi.

Volendo gettare uno sguardo sugli intellettuali di oggi, o sugli scrittori (che le due cose non sempre coincidono), non ti sembra che si tenda principalmente verso la sola preoccupazione di essere un buon storyteller, ovvero scrivere un buon romanzo, una storia che piaccia a discapito, talvolta, delle varietà dei generi e sfumature individuali, e che questa omologazione latente porti alla scomparsa di qualcuno che abbia il coraggio o anche solo l’interesse, di andare contro “il sistema”? O meglio, non ti sembra che gli intellettuali siano sempre meno impegnati politicamente?

Assolutamente sì, fino a pochi mesi fa i più grandi intellettuali scrivevano per Mondadori, ora hanno creato una casa editrice loro.

A chi ti riferisci in particolare?

Pensa a Roberto Saviano, Sandro Veronesi, Umberto Eco. La casa editrice Einaudi era nata per il figlio di Giulio Einaudi come un progetto culturale alternativo, fondata da intellettuali di sinistra, come Pavese, Ginzburg, Vittorini. Con la fine degli anni ’70, Einaudi diciamo che non ha più pubblicato libri con gli intenti iniziali.

Che peso ha la censura oggi rispetto ai tempi, non lontani, di Giangiacomo Feltrinelli (morto nel 1972)?

Ora è un pochino più sdoganata perché ci sono mezzi alternativi per far passare le informazioni. Adesso la censura è più complicata, anche se c’è, ma più che sulle parole, agisce omologando.

So che hai messo in scena anche uno spettacolo dal titolo “La solitudine del Re” che racconta la prigionia di Aldo Moro. Ti dedicherai alla biografia di altri rivoluzionari? Penso per esempio a Pier Paolo Pasolini, Nikola Tesla o altri.

Ho in programma uno spettacolo ambientato negli anni ’80 che che riguarda lo scandalo Marcinkus e il “caso IOR”, di più non posso dire.

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