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La rivoluzione digitale ha cambiato il modo di fare televisione. Intervista a Maurizio Gianotti

Maurizio Gianotti è esperto di tutto ciò che accade dietro, davanti e fuori le quinte del piccolo schermo. È stato autore di programmi come “Forum”, “La Vita In Diretta”, e prima ancora ha lavorato come autore con Gianni Boncompagni, curando il programma televisivo “Non è la Rai”. Gianotti è un professionista serio che nel corso degli anni ha conosciuto a fondo il mondo dell’informazione e dell’intrattenimento, vivendo in prima persona quel cambiamento ibrido che ha unito insieme i due generi, dando origine a un nuovo paradigma televisivo: l’Infotainment. Tra le sue ultime pubblicazioni, “La TV al tempo del web 2.0” (Armando Editore, 2012) e “Il segno del telecomando. dallo Sceneggiato alla fiction”, quest’ultimo scritto assieme a Biagio Proietti (Rai Eri, 2015). Attualmente cura una rubrica di politica ed attualità su RaiNews. È stato anche docente di linguaggio radiotelevisivo alla Link Campus University, alla Luiss Guido Carli, all’Università telematica Uninettuno e a Rsi Lab. Nell’intervista a Gianotti realizzata in esclusiva per Selfie Made Girl, si parte dai cambiamenti che l’avvento di Internet ha apportato nella gestione, produzione e fruizione del prodotto televisivo, fino a scandagliare il mondo dei format televisivi.

COME LA RIVOLUZIONE DIGITALE HA CAMBIATO IL MODO DI CONCEPIRE E DI FARE TELEVISIONE IN ITALIA E ALL’ESTERO?
In Italia la rivoluzione digitale non ha ancora profondamente cambiato il modo di fare televisione, se si pensa che la tv generalista, quella popolare del day time, è ancora molto presente. I programmi televisivi hanno tutti dei profili social, ma il loro utilizzo è ormai già superato. Il vero cambiamento è che la tv è diventata diffusa; i canali si sono moltiplicati, ma non solo: oggi attraverso You Tube si va direttamente sul web. Ho due figli di 19 anni che, a parte le serie americane, non guardano quasi mai la tv, ma vivono in un mondo fatto di blog, di influencer, di stories. I personaggi del web talvolta arrivano in televisione o al cinema, ma raramente nel passaggio ottengono buoni risultati perché il linguaggio del web e quello televisivo sono profondamente diversi.

CITEREI IL FENOMENO ROVAZZI, CHE DAL WEB SI È AFFACCIATO PRIMA AL MONDO DELLA MUSICA E POI A QUELLO TELEVISIVO, CRITICATO PERCHÉ NON POSSIEDE UN BACKGROUND MUSICALE. LEI COME VEDE QUESTE FORME DI IBRIDAZIONE?

Lo stesso Rovazzi ha ammesso di non essere un cantante o un musicista, ma di essere un fenomeno del web. Certo, l’idea di iniziare una collaborazione con un mostro sacro della televisione, Gianni Morandi, è stata geniale. Ma in realtà quando dico che ci sono personaggi che nel passaggio dal web alla tv o al cinema non hanno avuto lo stesso effetto, mi riferisco a Guglielmo Scilla, in arte “Willwoosh”, che adesso fa il protagonista di musical in teatro, ma ha realizzato anche una produzione per Rai Fiction che mi pare non sia andata molto bene.


OGGI I PERSONAGGI DEL WEB HANNO INFLUENZATO ANCHE IL GERGO GIOVANILE, INTRODUCENDO DEGLI SLANG CHE SONO ENTRATI A FAR PARTE DEL LINGUAGGIO COMUNE. MA È PIÙ IL WEB CHE STA CAMBIANDO IL Linguaggio Dei Giovani OPPURE ESSO NON È ALTRO CHE IL RIFLESSO DELLA SOCIETÀ CHE A SUA VOLTA MUTANDO?
Entrambe le cose. Sono gli stessi giovani che attraverso il web stanno cambiando il linguaggio dei giovani. Negli anni Settanta, Internet non c’era e si diceva che fosse stata la televisione a cambiare i costumi degli italiani. In realtà il gergo giovanile passava attraverso delle vie autonome come il passaparola. Di riflesso, Arbore e Boncompagni con “Alto Gradimento” hanno modificato il linguaggio dei giovani. Era il periodo in cui la radio faceva ciò che fa oggi il web, ossia proporre personaggi goliardici che però avevano una straordinaria formazione. Oggi è molto più facile che il linguaggio possa modificarsi perché attraverso gli strumenti digitali c’è un interscambio continuo. I giovani introducono sempre nuovi neologismi che immediatamente diventano virali.
LEI È STATO AUTORE TELEVISIVO DI PROGRAMMI COME “UNOMATTINA” E “LA VITA IN DIRETTA”. MA ANCOR PRIMA HA COLLABORATO CON GIANNI BONCOMPAGNI NEL PROGRAMMA “NON È LA RAI”. TUTTI, IN UN MODO O NELL’ALTRO, HANNO SEGNATO LA STORIA DELLA TELEVISIONE ITALIANA. CONOSCE UN PO’ TUTTI I GENERI TELEVISIVI, CHE OSCILLANO TRA INFORMAZIONE ED INTRATTENIMENTO. COME L’INFOTAINMENT HA CAMBIATO IL MODO DI FARE TELEVISIONE?
“Unomattina” in realtà è stato sempre, e lo è tuttora, un programma di servizio, con una scaletta molto precisa, basata sul cambio del pubblico a seconda dell’orario. Si passa dalla rassegna stampa alla medicina, fino all’attualità. C’è un po’ di tutto. Più “Infotainment” invece è La Vita in Diretta, che si scontra con una corazzata che non definirei “popolare” bensì pop, e che è Pomeriggio Cinque di Barbara D’Urso. Sono Infotainment anche la maggior parte dei talk politici, che oggi sono un po’ in crisi, oppure i programmi di Fazio, in cui c’è sia l’intrattenimento che l’attualità. Infotainment, secondo me, è anche quel modo di spettacolarizzare il dibattito politico trasformandolo in un’arena.
PERCHÉ OGGI I TALK POLITICI SONO IN CRISI?
Sono in crisi perché, intanto, ce ne sono stati troppi e per troppi anni. Si è cavalcata la furia, la rabbia, il duello, l’urlo, l’insulto ed oltretutto, a causa dei toni, urlati è difficile anche comprendere quello che dicono. Ci sono esempi di talk che reggono l’urto, come quelli condotti da Floris. “Ballarò” prima e “Dimartedì“ oggi, hanno sempre funzionato.
QUAL È IL SEGRETO PER IL SUCCESSO DI UN TALK?
Nel caso di Ballarò, è un capolavoro di velocità e di ritmo che impedisce di fare zapping perché ti fa venire voglia di seguirlo. È un continuo passare logico da un servizio a una domanda; poi un intervento in studio, un altro collegamento e così via, tutti utili per proseguire il dibattito. E poi c’è la tradizione incarnata da Vespa che ha un pubblico molto diverso da Ballarò, ma è ugualmente molto seguito.
NELL’ERA DELLA VELOCITÀ E DEL RITMO, SI PUÒ FARE ANCORA APPROFONDIMENTO?
Secondo me sì, perché la velocità non è la brevità. Si può trattare un argomento davvero bene, con una ricchezza di interventi, anche se il ritmo è veloce, purché non sia frenetico. Se il ritmo è lento, invece, la gente si annoia, perde la concentrazione. I tempi televisivi necessitano della velocità soprattutto quando vengono trattati temi poco “attraenti”, come l’economia o la politica, ma se fatto bene l’approfondimento non perde colpi, anzi ne giova.
QUESTI RITMI VELOCI SONO PRESENTI NON SOLO NEI TALK, MA ANCHE IN ALTRI GENERI TELEVISIVI COME I FORMAT, CHE OGGI SEMBRANO SEMPRE PIÙ DEI PRODOTTI PIÙ CONFEZIONATI AD ARTE. IN QUALE MISURA L’AVVENTO DEI FORMAT HA SEGNATO UNA DECADENZA DELLA PARTE AUTORIALE?
Dietro ai format televisivi, che hanno sempre la stessa formula, ci sono cinque o sei grandi società che li producono e ne detengono i diritti. Produrre un format, che sia esso un talent show o un reality, un quiz o un game show, significa che la casa madre crea dei pacchetti e controlla periodicamente, prima e durante la messa in onda, che vengano rispettati tutti i requisiti già predeterminati: dalla sigla alla musica, dai sottofondi alla grafica. È brevettata persino l’attesa, ossia quel tempo di silenzio e di suspense, durante il quale le inquadrature della telecamera vanno dal conduttore al concorrente e viceversa. Tutto è prestabilito nei minimi dettagli e questo dà l’idea della ripetitività. Il Grande Fratello, a differenza degli altri format, ha rivoluzionato la televisione italiana, ed è stato uno dei primi a far diventare protagoniste le persone comuni; le ha buttate in questa arena, davanti alle telecamere, dimostrando che le persone possono fare spettacolo e attrarre il pubblico essendo semplicemente se stesse. Poi, chiaramente, bisogna spingerle a fare sempre di più, ad essere personaggi sempre più forti. In un reality show le persone sono sottoposte per definizione e per contratto a forti stimoli, vivono come se fossero detenuti, quindi creano una realtà a parte. E’ inevitabile che nascano l’insofferenza, l’ira, il contrasto, l’attrazione, e che si formino uno o più leader. Questi ingredienti sono anche alla base delle trame dei film. I personaggi sono se stessi sapendo che però certe cose è bene che accadano. Poi ci sono i People show, come Forum, Uomini e Donne, Verdetto Finale, Torto o Ragione, e nel passato Al Posto Tuo, con Alda D’Eusanio che mostrano quella che Beniamino Placido definiva la “realtà pettinata”, in cui, anche quando non c’è un vero copione, ciò che accade non è del tutto vero.
QUALI SONO LE DIFFERENZE TRA I FORMAT TELEVISIVI DI OGGI E IL GRANDE VARIETÀ DEGLI ANNI SESSANTA, SETTANTA E OTTANTA?
Il grande varietà è stato davvero storico, unico, per chi ci lavorava era la massima espressione della creatività e della professionalità di grandi registi che erano anche grandissimi autori televisivi. Dopo di allora, c’è stata una frenetica corsa verso il basso. Credo che oggi l’unico varietà che possa in qualche modo riportarci indietro nel tempo, seppure vada inteso con la cultura e il linguaggio di oggi, sia CasaMika, su Raidue. È il primo grande varietà che può attrarre i giovani. Gli ascolti di quest’anno non sono stati all’altezza di quelli dello scorso anno, ma comunque ne è valsa la pena. Per il resto, un tentativo di ritorno al passato è stato “Domenica In” che però non è un varietà, bensì un programma di intrattenimento che quest’anno ha voluto riprendere lo stile delle edizioni del passato, come quelle di Corrado o di Pippo Baudo. Devo dire che finora non è andata molto bene. Non si possono far rivivere certi miti.
TORNANDO AD OGGI, IN CHE MODO LE PAY TV STANNO CAMBIANDO IL MODO DI CONCEPIRE IL PRODOTTO GENERALISTA, ANCHE IN RELAZIONE ALLA PROLIFERAZIONE DELLE TV COMMERCIALI, LOCALI, SETTORIALI E DI NICCHIA?
Le tv satellitari non sono ancora , come ascolti, a livello della tv generalista, ma ci stanno arrivando grazie alla qualità dei programmi e delle serie TV, come X Factor che su Sky sta andando più forte che mai. E poi su Sky, c’è box set che mette a disposizione un portfolio di programmi grandissimo livello, che ognuno può vedere come e quando vuole. Nel frattempo, anche i canali tematici si moltiplicano e stanno rubando moltissimo pubblico a Rai e Mediaset.

Marianna Gianna Ferrenti

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