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IL CARCERE DELL'EVIDENZA

il carcere dell''evidenza

 

Mi trascina via il costume, la corrente, mentre mi sdraio sulle rocce al tuo fianco. "Tutto scorre". E' inevitabile. Tutto passa oltre. Trattengo l'acqua con il palmo delle mie mani, ma passa oltre. Anche il mio costume, se non lo tengo stretto, se ne va via. L'acqua di Saturnia è torbida, e allo stesso tempo calda. Esattamente come i nostri incontri. E scorreranno via, un giorno, perfino i ricordi. Le emozioni che oggi stiamo vivendo, potenti e vitali, un giorno anche esse finiranno lontane da noi. Come l'impressione di felicità che da sempre insegui.


Ma tu sorridi. Ti sembra impossibile. Dici di non sorridere mai, ma oggi ti sorride anche la pelle. Non mi guardi negli occhi e soppesi ogni parola, sorpresa dalla pausa che oggi la vita ti concede nella tua lotta contro te stessa. Dici che questa tregua è anche merito mio. E mi ringrazi. Il tuo mare oggi non è in tempesta. Ma noi non conosciamo tutte le Cose Che Vivono là sotto. Nel fondo del mare. Esse silenziose mordono la tua vita, fino a renderla certi giorni infame. E tu combatti da sempre contro, disperata e sola, in una guerra che nessuno pare comprendere. Ascoltami. E rimani tranquilla. Io sfiderò questi mostri. Li vedrò. E saprò domarli. Non chiedermi come e perchè. Io lo farò e basta.

 

Cammini lenta nell'acqua, e ti allontani da me. E io ti inseguo. Immergendomi di nuovo accanto a te. Nel profondo.

Dici di essere silenziosa, ma poi ti lasci andare alle parole, e diventi tu stessa un fiume. Parlandomi, parli a te stessa. Mi racconti delle tue paure, dei tuoi mali, della tua incapacità di vivere la normalità. E io, confessore, carceriere, torturatore, allora divento diario. E ti contengo, mentre tu contieni me.  Tu oggi non hai ombra di tristezza, e ti sorprendi a farti baciare le spalle dal sole. Ti sembra incredibile. Ti sembra il primo passo verso una vita nuova, lontana dalle tue paure.  Sei leggera. Libera dal fardello di pensieri che sempre ti inchiodano a te stessa. Non aver timore di questa parvenza di felicità. La guardi come se non ti potesse appartenere. Come se il suo destino fosse quello di un tacchino lanciato in volo. 

 

Ieri sera abbiamo fatto l'amore, mia alleata. Nel buio della notte ho strappato un piccolo fiore dal tuo petto, e ora lo conservo nel mio. Voglio che esso sopravviva, mentre tutto scorre. E ricorderò per sempre questa notte per sempre come la nostra volta più bella. Guardavamo distesi un film. Nudi sul letto, corpi ed anima. Tra un bacio e l'altro, Uxbal parlava coi morti e combatteva con il suo male incurabile. La penombra disegnava carezze per l'anima, e apriva voragini nella nostra esistenza. Il futuro sprofonderà. Eri distesa. E ti ho presa, da dietro. Tu sei rimasta immobile e fragile. Pronta ad ogni mio gesto.  Sdraiata sul tuo ventre, mentre io cavalcavo la tua vita con decisione. Trattenevo nelle mie mani i tuoi capelli raccolti, fino a godere di te con forza. Sarà l'ultima immagine, questa, che mi rimarrà di te, quando tutte le altre mi si rivolteranno contro. Questa notte, si, mia alleata, tu mi hai dato coi tuoi silenzi, qualcosa che sopravviverà alla morte.

 

Lo sai che ci attende l'indifferenza? Si. Di tutte le cose belle che abbiamo vissuto assieme, del nostro viaggio, delle migliaia di lettere con cui abbiamo accarezzato le nostre anime, e sfidato i nostri destini. Oh, si. Può sembrare impossibile, ma è proprio così. Un giorno non avremo nemmeno più il coraggio di guardarci negli occhi. Di parlarci del più e del meno. Tutto quello che oggi ci appare così vivo e scontato, inesorabilmente cadrà a pezzi. Rimarrà solo polvere e silenzio. Svaniremo. Si. Saremo inerte cenere, senza più odore, senza più peccato. Senza più pensieri. Senza più dolori. Forse quel giorno sarai abbellita dalla nostalgia, si. Ma non ci sarai più. E io non ci sarò per te. E se cenere saremo, accarezziamo le cicatrici che ci siamo fatti. Noi rimarremo vivi solo in esse. In silenzio. Lontani. Ma domandiamoci, quel giorno infame, se non era meglio il dolore della ferita. Se non era più vivo e carico di sangue che da essa usciva, mentre ci chiedevamo chi siamo, e ci baciavamo nel buio, liberi dal corpo e dal destino. Domandiamoci se, per quanto sbagliati, noi non fossimo vita e non finzione. 

Moriremo. Entrambi lo sappiamo. Moriremo. E parlare della nostra fine ora, non ha senso quanto parlare della nostra eternità. Viviamoci a piccole dosi, giorno dopo giorno, senza caricarci faticosi fardelli di propositi e di futuro: perchè noi abbiamo le spalle fragili. Assieme, siamo poco più di un bambino, che con le nostre vite fa un gioco crudele, scherza non-curante ogni giorno con l'eternità e con la morte, e che, quando nessuno vede, ruba la marmellata.

Viviamoci, compagna di fuga dalla realtà. Viviamoci. La vita è un'amara prigione, se non ci concediamo scappatoie. E il nostro incontro soprattutto questo è. Non sesso. Non amore. Non amicizia. Ma fuga convinta dal carcere dell'evidenza. Non marchiamoci stretti e condividiamo, al riparo della ragione, un'isola di libertà. E se certi giorni ti penso meno, preso dal lavoro e da mille altre cose, poi riemergi prepotente. Invadi come pioggia il secco della mia terra. E straripi fino quasi ad annegarmi. Nulla hai fatto te. Nulla ho fatto io. E' una specie di metereologia dell'anima. E tu sai rendermi gonfio di vita.

E allora sai cosa ti dico? Non morirò. No, mai. Sarò eterno. Saprò sopravvivere alla nostra morte. Non me ne andrò, nemmeno quando mi chiederai di farlo. Rimarrò per sempre a disegnare coi miei denti sulla tua pelle. Corromperò per sempre le tue narici con il mio odore. E poi ti stringerò a me in un abbraccio omicida. Leggerò per sempre ogni notte racconti per te. E la mia voce ti cullerà con braccia sicure. Spazzerò ogni giorno quelle nubi oscure che si fermano sulla tua anima. Oppure, se esse rimarranno, berrò la loro pioggia acida. No. Non morirò. Te lo prometto. Sarò più forte della nostra morte e della tua ragione che mi vuole uccidere ad ogni ora, per concedersi al buon senso. Ma tu dimentica di esser prigioniera di te stessa. Di un destino che non è il tuo. Dell'evidenza che noi siamo solo foglie in autunno.

Ascoltami. Finche siamo vivi. Ascoltami. Dissimula la tua dissimulazione. Fingi con me di non essere finzione. E per inganno, si solo per inganno, regalami tutta te stessa.


" - Tua madre non ha mai sentito quel rumore.
- Quale rumore?
- Il rumore del mare.
Quando ero piccolo, c'era una stazione radio che mandava i rumori del mare.

Le sue onde giganti.
Quel rumore mi metteva paura.
- E perché ti metteva paura?
- Mi metteva paura il fondo del mare.
Tutte le cose che vivono lì sotto. "


(dal film "Biutiful", 2010, di Alejandro González Iñárritu)


Questo racconto è stato ricostruito in buona parte da una lettera spedita nell'estate del 2012. Il riferimento al film può essere visto a questo link: http://www.youtube.com/watch?v=-DP48s2g0lY

La foto "Prigioniera" è stata scattata nel marzo del 2014. E' meglio visibile a questo indirizzo. http://www.ilramorubato.com/bolero/

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