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Tra politeismo e monoteismo

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Oltre duemila anni di lavaggio del cervello monoteistico hanno fatto sì che la maggior parte degli occidentali consideri il politeismo come un'idolatria ignorante e infantile. Questo è uno stereotipo assolutamente ingiusto. Se vogliamo comprendere la logica interna del politeismo, è necessario afferrare bene l'idea centrale su cui si basa la credenza in molti dèi.
Il politeismo non mette necessariamente in discussione l'esistenza di una singola potenza o legge che governa l'intero universo. In effetti, la maggior parte delle religioni politeistiche e anche animiste riconosce un potere supremo che sta dietro tutti i differenti dèi, demoni, spiriti e luoghi sacri. Nel politeismo greco classico Zeus, Era, Apollo e i loro colleghi erano soggetti a una potenza superiore e onnicomprensiva - il Fato (Moira, Ananke). Anche le divinità nordiche erano alla mercé del fato, che destinava loro di perire nel cataclisma di Ragnaröck (il Crepuscolo degli dèi). Nella religione politeistica degli Yoruba dell'Africa occidentale, tutti gli dèi erano nati dal dio supremo Olodumare e restavano a lui sottoposti. Nel politeismo indù un unico principio vitale, Atman, controlla la miriade di dèi e di spiriti, tutta l'umanità e il mondo biologico e fisico. Atman è l'essenza eterna ovvero l'anima dell'intero universo, così come di ogni individuo e di ogni fenomeno.
L'assunto fondamentale del politeismo, e ciò che lo distingue dal monoteismo, è che il supremo potere che governa il mondo, che sta al di là e al di sopra degli dèi, è privo di qualsiasi interesse e pregiudizio, e dunque è indifferente riguardo ai desideri, alle attenzioni e alle preoccupazioni degli umani. È inutile chiedere a tale potere la vittoria in guerra, la salute o la pioggia, perché dal suo punto di vista che tutto abbraccia, non fa alcuna differenza che in battaglia vinca questo o quel regno, che una particolare città prosperi o impoverisca, che una certa persona guarisca o muoia. I greci non sprecavano alcun sacrificio destinandolo al Fato, e gli indù non costruirono templi ad Atman.
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Il politeismo contribuisce Inoltre al formarsi di una tolleranza religiosa. Poiché i politeisti credono, da un lato, in un potere supremo e completamente disinteressato, e dall'altro in molti poteri parziali e caratterizzati, non è affatto difficile, per i devoti di un dio, accettare l'esistenza e l'efficacia di altri dèi. Il politeismo è una forma di religione implicitamente liberale, e di rado perseguita gli "eretici" e gli "infedeli".
Anche quando popoli politeisti conquistarono vasti imperi, non cercarono di convertire le genti assoggettate. Gli Egizi, i Romani e gli Aztechi non inviarono missionari in terre straniere allo scopo di diffondere il culto di Osiride, di Giove o di Huitzilopochtli (il principale Dio azteco), e certamente non inviarono eserciti a quello scopo. Dai popoli dominati ci si aspettava che rispettassero gli dèi e i rituali dell'impero, poiché quegli dèi e quei rituali proteggevano e legittimavano l'impero stesso. Ma non veniva loro richiesto di rinunciare alle divinità e ai riti locali. Nell'impero azteco, i popoli dominati erano obbligati a costruire templi in onore di Huitzilopochtli, ma questi venivano eretti accanto a quelli delle divinità locali, e non al loro posto. In molti casi la stessa élite imperiale adottò dèi e rituali dei popoli sottomessi - i Romani aggiunsero tranquillamente al loro pantheon la dea asiatica Cibele e la dea egizia Iside.
L'unica divinità che i Romani si rifiutarono a lungo di tollerare fu il monoteistico ed evangelizzante dio dei cristiani. L'impero romano non imponeva ai cristiani di rinunciare al loro credo e ai loro riti, si aspettava però che essi portassero rispetto agli dèi protettori dell'impero e alla figura divinizzata dell'imperatore. Ciò era interpretato come un atto di lealtà politica. Ma quando i cristiani si rifiutarono di obbedire, continuando a respingere ogni tentativo di compromesso, i romani reagirono con la persecuzione di quella che consideravano una fazione politicamente sovversiva. E persino tale iniziativa fu condotta in modo non sistematico. Nei 300 anni che trascorsero fra La crocifissione di Cristo e la conversione dell'imperatore Costantino, gli imperatori politeisti romani misero in atto non più di quattro persecuzioni generali dei cristiani. Alcuni amministratori e governatori locali incitarono per proprio conto azioni di violenza anticristiana. Ma se mettiamo insieme tutte le vittime di queste persecuzioni, risulta che durante i tre secoli in questione i romani politeisti trucidarono non più di qualche migliaio di cristiani.
Al confronto, nel corso dei successivi 1500 anni, i cristiani massacrarono altri cristiani a milioni, e solo per difendere interpretazioni leggermente differenti della religione dell'amore e della compassione. Esemplari, a questo riguardo, furono le guerre di religione fra cattolici e protestanti che devastarono l'Europa nel XVI e nel XVII secolo. Tutti coloro che ne furono coinvolti credevano nella divinità di Cristo e nel suo messaggio di compassione e di amore. Sulla natura di questo amore, però, c'erano dei disaccordi. I protestanti credevano che il divino amore fosse così grande che Dio aveva voluto farsi carne e sangue, e aveva lasciato che lo torturassero e crocifiggessero, redimendo con ciò il peccato originale e aprendo le porte del Paradiso a tutti quelli che professavano la fede in lui. I cattolici sostenevano invece che la fede, per quanto essenziale, non bastava. Per entrare in paradiso i credenti dovevano partecipare ai riti ecclesiastici e fare opere buone. I protestanti non erano d'accordo e dissero che un tale do ut des veniva a sminuire la grandezza è l'amore di Dio. Pensare che l'ingresso in paradiso dovesse dipendere dalle buone azioni significava mettere in rilievo il ruolo dell'individuo, implicando con ciò che le sofferenze di Cristo sulla croce e l'amore di Dio per l'umanità non erano abbastanza.
Queste dispute teologiche si fecero così violente che durante il XVI e il XVII secolo cattolici e protestanti si ammazzano a centinaia di migliaia. Il 23 agosto 1572 i cattolici francesi, che avvaloravano l'importanza delle buone azioni, attaccarono le comunità dei loro connazionali protestanti, che al posto più alto mettevano l'amore di Dio per l'umanità. Durante la notte di San Bartolomeo furono uccisi, nel giro di 24 ore, fra i 5.000 e 10.000 protestanti. Quando il Papa a Roma ricevette le notizie provenienti dalla Francia fu talmente sopraffatto dalla gioia che indisse preghiere di ringraziamento e commissionò a Giorgio Vasari la decorazione di una delle stanze del Vaticano con un affresco che celebra la strage (al momento i visitatori non hanno accesso alla stanza in questione). In quelle 24ore vennero uccisi più cristiani, da parte dei fratelli cristiani, di quanti ne avesse ucciso il politeistico Impero Romano nel corso di alcuni secoli.


(da Sapiens, da animali a dèi. Breve storia dell'umanità, Y. N. Harari)



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