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The Chichago Plan Revisited, un'alternativa reale.

Tags: banche
Di seguito due articoli riguardanti una teoria economica degli anni 30', rivalutata e proposta da due economisti del Fondo Monetario Internazionale, Jaromir Benes e Michael Kumhof.
Il primo, tradotto da Erika Di Dio, è stato scritto da Ambrose Evans Pritchard e pubblicato sul The Telegraph; il secondo, di Riccardo Sorrentino, è tratto da Il Sole 24 Ore.



IMF's epic plan to conjure away debt and dethrone bankers

Allora esiste la bacchetta magica!

Un documento rivoluzionario emesso dal Fondo Monetario Internazionale afferma che si potrebbe eliminare il debito pubblico netto degli Stati Uniti in un colpo solo, e di conseguenza fare la stessa cosa per la Gran Bretagna, la Germania, l'Italia o il Giappone.
Il rapporto del FMI dice che il gioco di prestigio è quello di cambiare il nostro sistema che chiede alle banche private di creare il nostro denaro. Si potrebbe tagliare il debito privato del 100 % del PIL, rilanciare la crescita, stabilizzare i prezzi e detronizzare i banchieri, tutto allo stesso tempo.

Si potrebbe fare in modo pulito e indolore, per ordine legislativo, molto più rapidamente di quanto si possa immaginare. Il gioco di prestigio è quello di sostituire il nostro sistema di denaro creato da una banca privata - circa il 97% della massa monetaria - con un sistema di  stato che crea il suo denaro. Torniamo alla norma storica, prima che Carlo II mettesse in mani private il controllo della moneta con la legge inglese Free Coinage Act del 1666.
In particolare, questo consiste in un assalto alla "riserva frazionaria". Se i creditori sono costretti a versare il 100% come riserva per i depositi, perdono l’esorbitante privilegio di creare denaro dal nulla.

La nazione riacquista il controllo sovrano sull'offerta di moneta. Non ci sono più banche coinvolte e nemmeno cicli con alti e bassi di credito. Il gioco di prestigio contabile farà il resto. Questo  è l'argomento.


Qualche lettore potrebbe già aver visto lo studio del FMI, di Jaromir Benes e Michael Kumhof, che è uscito nel mese di agosto e ha iniziato ad avere un codazzo di  cultori in tutto il mondo.

Si chiama  "The Chicago Plan Revisited" (1) e fa rivivere il primo schema proposto dai professori Henry Simons e Irving Fisher nel 1936 durante il fermento del pensiero creativo alla fine della Grande Depressione.

Irving Fisher aveva pensato che i cicli di credito portano ad una concentrazione malsana di ricchezza. Vide  con i propri occhi nel 1930 i creditori opprimere i poveri agricoltori, sequestrando la loro terra o comprandosela per un tozzo di pane.

Ma, alla fine, i contadini trovarono il modo di difendersi, mettendosi insieme  e  inventando le “Aste a un dollaro", comprandosi a vicenda le loro proprietà e poi ricomprandosele. Qualsiasi estraneo che avesse cercato di fare offerte superiori sarebbe stato picchiato a sangue.

Benes e Kumhof sostengono che il trauma del ciclo del credito - causato dalla creazione di denaro da parte di privati – ha radici profonde nella storia e si trova già alla base della cancellazione del debito nelle religioni antiche della Mesopotamia e del Medio Oriente.

I cicli dei raccolti portarono a default sistemici, migliaia di anni fa, con la confisca dei beni a garanzia, e la concentrazione della ricchezza nelle mani dei creditori. Ma questi episodi non sono stati solo causati dal maltempo, come si è sempre detto, ma sono stati amplificati dagli effetti del credito.

Il legislatore, filosofo e poeta ateniese Solone mise in atto il primo Vero piano Chicago/New Deal, nel 599 a.C. per ridurre le sofferenze degli agricoltori provocate dagli oligarchi che beneficiavano dei vantaggi del conio della moneta privata. Cancellò tutti i debiti, restituì le terre confiscate dai creditori, fissò i prezzi delle materie prime (cose molto simili a quello che fece Franklin Roosevelt), e consapevolmente cominciò a coniare moneta emessa dallo stato "senza-debito".

I Romani inviarono una delegazione per studiare le riforme di Solone 150 anni dopo e copiarono le sue idee, per creare il loro proprio sistema fiat money, poggiato sulla Aternia Lex del 454 aC.

Si tratta di una leggenda - innocentemente raccontata dal grande Adam Smith - sul denaro usato come mezzo di  scambio basato su materie prime o legato all’oro, che è stato sempre molto apprezzato, ma questa è un'altra storia, anche perché gli amanti del prezioso metallo spesso confondono le due questioni.

Studi antropologici dimostrano che la moneta come mezzo di scambio ebbe inizio nella notte dei tempi. Gli Spartani vietarono le monete d'oro e le sostituirono con dischi di ferro di poco valore intrinseco. Gli antichi Romani utilizzavano tavolette di bronzo. Il loro valore era stato interamente determinato dalla legge - una dottrina spiegata da Aristotele nella sua Etica - come il dollaro, l'euro o la sterlina di oggi.

Alcuni sostengono che Roma cominciò a perdere il suo spirito di solidarietà, quando permise ad una oligarchia di emettere privatamente monete a base di argento durante le guerre puniche ed il sistema di controllo scivolò dalle mani del Senato. Si potrebbe chiamare il sistema bancario ombra di Roma. L'evidenza suggerisce che poi divenne una macchina per l’accumulazione della ricchezza delle elites.

Un controllo sovrano, incontrastato o papale sulle valute continuò per tutto il Medioevo fino a quando l'Inghilterra ruppe i clichè nel 1666. Benes e Kumhof dicono che questo fu l'inizio dell’epoca delle bolle finanziarie.

Si potrebbe anche dire che questo aprì la strada alla rivoluzione agricola dell’Inghilterra del 18° secolo, alla rivoluzione industriale che seguì e al più grande balzo economico e tecnologico mai visto. Ma cavillare serve poco (N.d.T. anche perché l’autore è British).

Gli autori originali del Piano di Chicago dovevano fronteggiare la Grande Depressione e credevano di poter evitare il caos sociale causato dalle forti oscillazioni dei crolli e dei rialzi, senza bloccare il dinamismo economico.

Il benefico effetto collaterale delle loro proposte portò al passaggio dal debito pubblico ad un surplus nazionale, come per magia. "Perché le banche con il piano di Chicago devono prestare tutte le riserve delle loro tesorerie, e in questo modo il governo acquisirebbe un grande risparmio nei confronti delle banche. La nostra analisi rileva che il governo restò con un debito molto più basso, di fatto negativo, senza l’onere netto del debito. "

Il documento FMI dice che il totale delle passività del sistema finanziario degli Stati Uniti – incluso il sistema  bancario ombra - è circa al 200 % del PIL. La nuova regola sulle riserve sarebbe una manna e potrebbe servire ad un  "enorme buy-back del debito privato", forse del 100 % del PIL.
Quindi Washington potrebbe emettere molto più denaro fiat, da non rimborsare, cosa che diverrebbe patrimonio netto della repubblica, non il suo debito.

La chiave del Piano di Chicago era la separazione tra "funzioni monetarie e creditizie" del sistema bancario. "La quantità di denaro e la quantità di credito diverrebbero completamente indipendenti l'una dall'altra."

non sarebbero più in grado di creare nuovi depositi "ex nihilo". Il nuovo credito bancario dovrebbe essere finanziato solo da nuovi utili.

"Il controllo della crescita del credito sarebbe molto più semplice perché le banche non sarebbero più in grado, come lo sono oggi, di creare fondi propri, depositi, nell'atto di fare prestiti, un privilegio straordinario di cui non gode nessun altro tipo di business", dichiara il documento del FMI.

"Piuttosto, le banche potrebbero diventare quello che molti erroneamente credono che siano oggi, degli intermediari puri che devono ricevere finanziamenti esterni, prima di essere in grado di fare prestiti."

Per la prima volta la US Federal Reserve avrebbe un controllo reale sull'offerta di moneta, cosa che rende più facile gestire l'inflazione. Fu proprio per questo motivo che Milton Friedman chiese, nel 1967, che le riserve bancarie coprissero il 100 % dei prestiti. Anche gli operatori sul libero mercato implicitamente hanno chiesto un giro di vite sul denaro privato.

Il cambio può comportare un aumento del 10%, sulle spese economiche di lungo termine. "Nessuno di questi benefici servirà a diminuire le spese per la funzionalità di un sistema finanziario privato."

Simons e Fisher volavano alla cieca nel 1930. Non disponevano dei moderni strumenti necessari per incrociare i numeri, quindi il team del FMI ora l'ha fatto per loro -  utilizzando il modello stocastico `DSGE' ora di rigore nelle alte economie, amato e odiato in egual misura.

Il risultato è sorprendente. Simons e Fisher sottovalutarono le loro rivelazioni. Forse è possibile affrontare i capi della plutocrazia bancaria senza mettere in pericolo l'economia.

Benes e Kumhof fanno affermazioni di grande importanza, tanto che mi lasciano perplesso, ad essere onesti. I lettori che vogliono conoscere i dettagli tecnici possono farsi una propria opinione leggendo il loro testo riportato nella Nota (1).

Il duo del FMI ha dei sostenitori: il Professor Richard Werner dell'Università di Southampton - che ha coniato il termine quantitative easing (QE) nel 1990 - ha testimoniato alla Commissione britannica Vickers che il passaggio di emissione di denaro allo stato porterebbe ad un maggior benessere ed è stato sostenuto da una campagna del Gruppo di  Positive Money e dalla  New Economics Foundation.

Questa teoria ha anche forti critiche. Tim Congdon di International Monetary Research dice che le banche sono in un certo senso già costrette ad aumentare le riserve dalle norme UE, dalle regole di Basilea III e dalle varianti che coprono tutto d’oro nel Regno Unito. L'effetto è stato quello di soffocare i prestiti al settore privato.

Dice che è la ragione principale per cui l'economia mondiale rimane bloccata, quasi in crisi, e perché le banche centrali si trovano a dover ammortizzare lo shock con il QE.
"Se fosse adottato questo piano, ci sarebbero devastazioni nei profitti bancari e causerebbe un enorme disastro deflazionistico. Dovrebbero fare un “QE al quadrato”' per compensare il danno.

Il risultato sarebbe un enorme cambiamento nei bilanci delle banche che non darebbero più prestiti privati per i titoli di Stato. Questo è accaduto durante la Seconda Guerra Mondiale, ma quello era un costo anomalo per sconfiggere il fascismo.

Per fare questo in modo permanente in tempo di pace ci sarebbe quello da cambiare il carattere del capitalismo occidentale. "La gente non sarebbe in grado di ottenere denaro dalle banche. Ci sarebbe un danno enorme per l'efficienza dell'economia".

Probabilmente, soffocherebbe la libertà e metterebbe sul trono uno stato Leviatano. Alla lunga potrebbe essere ancora più spiacevole di un dominio dei banchieri.

Personalmente, io sono molto lontano dal raggiungere una conclusione in questo straordinario dibattito. Lasciamo correre, e aspettiamo che si litighi fino a quando non si saranno chiariti questi concetti.

Una cosa è certa. La City di Londra avrà una grande difficoltà a conservare i suoi privilegi se una qualsiasi delle varianti del Piano di Chicago dovesse cominciare ad avere un sostegno abbastanza ampio.


Ambrose Evans-Pritchard, The Telegraph, traduzione di Erika Di Dio.




Tutta l'attualità del Chicago Plan

Separazione tra banche d'investimento e banche commerciali. No, affatto: mura cinesi tra attività svolte per conto dei clienti e quelle "in proprio". Macché: la banca universale, che fa tutto, funziona benissimo, e non va toccata. Anche perché, a farlo unilateralmente, si rischia di essere schiacciati dalla concorrenza internazionale.
Sì, il tema della struttura del sistema bancario è molto discusso, soprattutto nell'Unione europea. Giustamente, dopo gli scossoni che il sistema creditizio ha dato e ricevuto dal 2007 in poi (e mille altre volte prima). In pochi ricordano però dove nasce l'idea di "separare" le attività delle banche e attribuirle a diverse aziende: quel radicale, e al tempo stesso "liberista", Chicago Plan che, disegnato negli anni 30, non divenne mai legge nella sua interezza, anche se alcune misure furono adottate nel 1933. Tra i pochi che se ne sono ricordati sono stati due economisti del Fondo monetario internazionale, Jaromir Benes e Michael Kumhof, che lo hanno simulato in un modello per l'economia Usa; e hanno trovato che la sua adozione aumenterebbe il Pil del 10%, porterebbe l'inflazione vicina allo zero senza rischi di deflazione, ridurrebbe i cicli economici, azzererebbe i rischi di "corsa agli sportelli" (e quindi la necessità di garanzie statali, che incentivano le banche ad assumere troppi rischi), e farebbe calare debiti pubblici e privati.
L'uovo di Colombo, insomma. Indigeribile, però, per il mondo finanziario, che la subirebbe come un'inesplicabile imposizione, anche se compiuta... in nome del mercato. Perché il Chicago Plan è radicale, richiede la totale separazione tra attività monetarie e attività creditizie: chi gestisce i conti correnti, insomma, non può fare prestiti. Perché? E come?
Il primo problema che vuole risolvere il piano è proprio la creazione di moneta da parte delle banche, compiuta oggi in modo quasi incontrollato attraverso l'attività creditizia. Un potere enorme affidato ai banchieri, ed esercitato "con un tratto di penna". Ogni mille dollari di depositi, per esempio secondo le regole Usa - che impongono una riserva presso la Fed del solo 10% dei depositi - possono trasformarsi in 900 dollari (mille meno il 10%) di prestiti che creano depositi di uguale importo, da aggiungere ai mille originari; anche questi 900, poi, possono trasformarsi in ulteriori 810 euro (900meno il 10%) di depositi, e così via. Un risparmio di mille dollari, alla fine, crea nuova moneta - i conti correnti sono denaro a tutti gli effetti - e nuovi prestiti per 9mila euro. In Eurolandia, dove la riserva è dell'1%, il credito (e la moneta) massimo totale generato è di 99mila euro su mille. Il gioco naturalmente funziona anche al contrario, quando il risparmio si riduce. Nessuna sorpresa, allora, se il sistema finanziario è prociclico: fa accelerare sia i boom che le crisi, complicando la politica economica.
Secondo il Chicago Plan, invece, il denaro raccolto con i conti correnti non potrebbe essere usato per fare credito e creare moneta; andrebbe investito in moneta, depositi alla banca centrale (o sicuri titoli di Stato a tasso zero). La riserva, insomma, dovrebbe essere del 100 per cento. Tutti i tipi di prestiti dovrebbero essere offerti da altre aziende (investment trust), eventualmente specializzate, con soldi raccolti a questo scopo, attraverso quote azioni o obbligazioni o altri strumenti. Le banche, spiegano Benes e Kumhof, «dovrebbero diventare quello che molti, sbagliando, credono siano già: puri intermediari la cui attività dipende dalla capacità di trovare finanziamente esterni prima di essere capaci di far credito». Con questo sistema si ridurrebbe anche quello che è il principale problema del settore creditizio attuale, il disallineamento tra la durata dei debiti e dei prestiti: i conti correnti possono essere estinti "a richiesta", ma i mutui e prestiti alle aziende che finanziano sono immobilizzati per tempi lunghi, a volte lunghissimi. Le corse allo sportello non sarebbero un problema, le banche ridurrebbero i rischi di insolvenza, i risparmiatori conoscerebbero i rischi che si assumono investendo in questo o quel "veicolo", i governi non dovrebbero predisporre garanzie sostenute, in ultima istanza, dai contribuenti.
Nessuno dei proponenti era sospettabile di simpatie stataliste. Anzi: stiamo parlando della prima scuola di Chicago, animata da Frank H. Knight, Aaron Director, e soprattutto Henry C. Simons, un economista fuori dagli schemi, che scrisse gran parte del piano. Di sé, Simons diceva di essere liberista (all'americana "libertarian"), ma Milton Friedman, il fondatore della "seconda" Scuola di Chicago, gli negò questa etichetta: i monetaristi non sapevano che farsene di un economista che amava libertà ed eguaglianza - i fondamenti della Dichiarazione di Indipendenza... - distingueva il diritto dallo stato, e soprattutto la libertà economica degli individui da quella delle società (considerate dei "mostri giuridici"), al punto da voler togliere alle imprese il diritto di acquistare azioni (evitando le scatole cinesi) e fare pubblicità (evitando monopoli, o anche la "concorrenza monopolistica").
Il Chicago Plan, in sé, era comunque meno ambizioso: si limitava al sistema finanziario. Si sa cosa accadde. La separazione tra banche commerciali e di investimento divenne rapidamente legge (con il Glass-Steagall Act), l'idea che la politica monetaria dovesse seguire regole e non essere discrezionale si è fatta lentamente strada, ma il divieto di investire il denaro dei correntisti, la riserva al 100%, non è diventato legge. Alla riforma, dunque, è sempre mancato un pezzo. Dopo la crisi del '37-38 altri economisti, tra cui Fisher, avanzarono di nuovo la proposta, ma senza risultati. Con Bill Clinton, negli anni '90, anche il Glass Steagall Act fu di fatto abrogato. In Italia la separazione tra credito a breve termine e credito a medio termine - un concetto diverso, in realtà, da quello dello Steagall Act - fu abrogata nel '94.
L'idea non è morta - economisti iperliberisti di scuola austriaca ne discutono ancora - e la crisi ha spinto a riparlarne, spesso per respingerla: così ha fatto, per esempio, Paul Krugman. Al Congresso Usa giace comunque un disegno di legge. Tra gli economisti, Laurence Kotlikoff dell'Università di Boston, critico delle politiche fiscali (perché creano conflitti tra le generazioni), ha riproposto nel suo libro Jimmy Stewart is dead, (Jimmy Stewart è morto, con un riferimento al banchiere amico di tutti del film La vita è meravigliosa) l'istituzione delle banche a scopo limitato.
La proposta è del tutto simile a quella del Chicago Plan e affida alle banche commerciali il compito di vendere quote dei mutual funds specializzati in mutui, o in polizze vita, o in prestiti alle aziende. Puri intermediari, insomma. Furono evocate nelle primissime settimane della crisi anche dal governatore della Bank of England Mervyn King. Poi più nulla. Tranne nel mondo islamico, il cui sistema finanziario - che malgrado le complessità legate al divieto dei prestiti a interesse è rimasto relativamente isolato dalla crisi - è tutto basato sulle riserve al 100 per cento.

IL PROGETTO
Le origini
L'idea di "separare" le attività delle banche risale agli anni 30 e porta la firma della prima Scuola di Chicago animata da Frank H. Knight, Aaron Director e, soprattutto, Henry C. Simons. Il progetto prevedeva che il denaro raccolto con i conti correnti non potesse essere usato per fare credito e creare moneta, ma dovesse essere investito in moneta
Secondo gli economisti Fmi, Jaromir Benes e Michael Kumhof, l'adozione del Chicago Plan aumenterebbe il Pil del 10%, porterebbe l'inflazione vicina allo zero e ridurrebbe i debiti pubblici e privati.

Riccardo Sorrentino, Il Sole 24 Ore.


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