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Jacques Bergier: «Come nacque “Il mattino dei maghi”»

tratto da: http://blog.ilgiornale.it/scarabelli/2019/11/24/jacques-bergier-come-nacque-il-mattino-dei-maghi/

di Andrea Scarabelli


È appena uscita, per Edizioni Bietti, la traduzione italiana di Io non sono leggenda, l’autobiografia di Jacques Bergier, il mitico autore de Il Mattino Dei Maghi, manifesto del “realismo fantastico” scritto a quattro mani con Louis Pauwels e pubblicato da Gallimard nel 1960. L’edizione dell’autobiografia dell’“Amante dell’Insolito e Scriba dei Miracoli” (come lui stesso aveva fatto scrivere sul suo biglietto da visita) comprende vari materiali aggiuntivi, molti dei quali pubblicati in prima edizione mondiale. Oltre a un ricordo dell’autore ad opera di Sebastiano Fusco, che lo incontrò in varie occasioni, il volumetto contiene un ricco apparato di note, un capitolo tagliato nell’edizione francese (Retz, 1977) e il progetto editoriale di una delle opere che avrebbe dovuto costituire il seguito di un libro epocale come pochi altri. Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo qui un estratto del capitolo di Io non sono leggenda dedicato all’incontro tra Jacques Bergier e Louis Pauwels – il primo, scienziato e fisico comunista, il secondo, amante della spiritualità e discepolo di Gurdjieff, nonché uomo di destra – contenente anche informazioni su come nacque Il mattino dei maghi, nonché sulle reazioni “a caldo” del pubblico di fronte alla sua comparsa.

Non sempre riesco a decifrare le tracce del futuro. Mi capita di fare previsioni con una tale esattezza che sfiora il paradosso temporale, ma spesso ciò non succede. Quando incontrai Louis Pauwels, nel 1959, non avrei mai immaginato che ciò avrebbe cambiato molte vite. Grazie agli studi di cui ho già parlato, entrai in contatto con l’alchimista René Alleau, che mi presentò Pauwels. Ciò che mi colpì – e continua a colpirmi – è la sua curiosità. Pauwels è di una curiosità indomita, una disposizione naturale frequente tra i russi e gli europei dell’Est ma molto rara in un europeo occidentale.

Quando lo conobbi, aveva appena concluso Monsieur Gurdjieff. Ci scambiammo riflessioni e idee, e progettammo un’opera che non avrebbe mai visto la luce: uno studio globale sulle società segrete. Tale progetto – come scoprimmo solo dopo – era del tutto impossibile, per il semplice fatto che se una società è davvero segreta è impossibile studiarla.

Il progetto morì dunque di morte naturale, ma io e Pauwels continuammo a collaborare. Andavo da lui, a Mesnil, e passavamo intere giornate a parlare, dopodiché si svegliava alle quattro del mattino e cominciava a dattiloscrivere le nostre conversazioni. Tale metodo – che usiamo tuttora – è anche alla base del suo libro L’ammirevole Blumroch. Ovvero, la colazione del superuomo. Tutto parte da uno scambio di riflessioni e informazioni. Mi duole non aver conservato i fascicoli che costituivano il punto di partenza delle mie storie, ma non potevo prevedere che i nostri lavori sarebbero stati analizzati e commentati da cima a fondo. Alcuni di questi fascicoli si trovano a casa di Pauwels, altri nella camera blindata del ristorante Quick-Élysées (Champs-Élysées, 114), che funge da magazzino, ma purtroppo la maggior parte di essi è andata perduta.

Mentre Il mattino dei maghi cresceva, ci accorgemmo che la sua struttura era altrettanto bizzarra e unica: vi avevamo inserito lunghe citazioni, ma anche storie di pura immaginazione – cosa che, per quanto ne so, non è mai stata fatta da nessuno. Quando ci mettemmo alla ricerca di un titolo, io proposi Approcci generali, che però avrebbe generato confusione, avendo un taglio, per così dire, umoristico. Suggerii allora Il Graal e la Galassia, ma Claude Gallimard, futuro editore dell’opera, ci fece notare che pochissimi sapevano cosa fossero il Graal e le galassie (e come dargli torto, pensando ai lettori di Sartre e Gide?). Fu Pauwels a trovare Il mattino dei maghi, titolo definitivo del libro, che uscì nel 1960.

La sua pubblicazione ha suscitato numerose reazioni. Jean Paulhan e Raymond Queneau mi dissero che, se avessero letto il manoscritto, per consentirne la pubblicazione l’editore sarebbe dovuto passare sul loro cadavere.

Impossibile ricordare tutti gli attacchi. Un integralista (l’estrema destra della Chiesa cattolica) scrisse un libro in cui dimostrava che Il mattino dei maghi ci era stato dettato da Satana in persona. Comunisti e uomini di sinistra pubblicarono studi dimostrando che era una macchinazione per distogliere il popolo francese dai veri problemi. Un autore tedesco di fantascienza, Walter Ermsting, spiegò che il libro ci era stato trasmesso telepaticamente dal sistema solare di Altair. Quanta immaginazione…!

Lavorando con Louis Pauwels forse non avrò penetrato i grandi segreti cosmici, ma ho imparato due cose. Anzitutto, che un non-scienziato può essere un uomo valido e degno di amicizia; prima di conoscerlo, consideravo questa tipologia al di sotto del livello umano. In secondo luogo, il nostro rapporto mi ha insegnato l’importanza dello stile. L’enorme successo de Il mattino dei maghi è dovuto in gran parte allo stile di Pauwels. Per quanto mi riguarda, non nutro l’ambizione di essere uno scrittore, ma so di avere un gran talento nel raccontare storie. Quando discutevo con Pauwels, gli parlavo come se mi trovassi davanti al fuoco del campo coi miei compagni di lotta, o nei campi di concentramento cogli altri deportati.

Di recente, agli inizi del 1976, ho esaminato l’ultima edizione de Il mattino dei maghi. Il novantadue per cento dei fatti indicati all’interno del libro è esatto; purtroppo non siamo riusciti a verificare la restante parte, essendo coperta dal segreto militare: ebbene, la veridicità del nostro libro è superiore a quella di qualsiasi altra opera scientifica contemporanea. L’esattezza dei migliori libri scientifici non supera in media il cinquanta per cento, vale dire che un fatto su due è falso. Nemmeno i dubbi degli scienziati cambiano nulla. Quando sono al potere, come gli antropologi nella Germania hitleriana o Lyssenko nella Russia di Stalin, spediscono chi contraddice le loro teorie nei campi, inverando le parole di Max Planck: «La verità non trionfa mai, ma i suoi avversari hanno il brutto difetto di morire sempre». Non amo affatto il termine “divulgazione” e credo sia impossibile “divulgare senza volgarizzare”, come recita il motto di una nota casa editrice. Ma si può certamente spiegare, anche se ciò implica un tradimento: infatti, il solo linguaggio della verità è di tipo matematico, e la matematica non può essere espressa a parole. Mi sono dovuto sforzare parecchio per inserire ne Il mattino dei maghi una sola formula matematica. Anche Jacques Monod ce l’ha fatta, nella sua celebre opera Il caso e la necessità, antitesi (o antidoto?) de Il mattino dei maghi. Tuttavia, se è giusto difendere ciò che si crede vero, bisogna essere anche capaci di evitare l’errore. Ebbene, l’unica formula inserita da Monod nel suo libro è sbagliata…

Sono convinto che gli aspetti più favolosi del mondo possano essere formulati solo a partire dalla matematica, ma che sia altrettanto necessario parlarne con uomini come Pauwels, dotati di una certa dote poetica. Ho avuto un’esperienza analoga – piuttosto deludente – con il cineasta Alain Resnais, a cui ho esposto le teorie matematiche moderne sul tempo. Non ci ha capito nulla, ma qualcosa è passato, generando film come L’anno scorso a Marienbad, in cui un uomo incontra una donna ben prima di averla vista, e Je t’aime, je t’aime, storia di un viaggiatore nel tempo che orbita sempre intorno a un istante (la sua destinazione), prima di fermarsi.

Lavorare con Pauwels è piacevole. È al tempo stesso entusiasta e critico – il solo atteggiamento possibile quando, come disse Talbot Mundy, si attraversano frontiere in cui «gli avvenimenti, come le sentinelle, aprono il fuoco senza preavviso». Ecco perché ne Il mattino dei maghi non si trovano (e solo Dio sa quante ne abbiamo vagliate!) truffe come dischi volanti, astrologia, radioestesia, ectoplasmi, guaritori filippini… I nostri emulatori non hanno avuto la stessa onestà, ma non possiamo farci nulla.

È difficile spiegare come mai io e lui non abbiamo mai litigato, cosa che accade spesso durante le collaborazioni. Penso sia dovuto al fatto che la nostra relazione non è competitiva. Ciò che interessa a me non importa a lui, e viceversa, facendo sì che la nostra sia una visione binoculare dell’universo, a cui teniamo parecchio (come noto, lo sguardo binoculare è reso possibile dalla distanza che separa gli occhi). Per continuare con questa metafora, potrei dire che il nostro sguardo intercetta radiazioni che di norma l’occhio non percepisce. Risiede qui il nucleo del realismo fantastico.

L’espressione risale allo scrittore belga Franz Hellens e si applica perfettamente al nostro percorso – anche se tengo a precisare che non è una filosofia in senso vero e proprio, quanto piuttosto un atteggiamento di fronte alle cose. È infatti impossibile, al contrario di quanto ripetuto giorno e notte dagli sciocchi, “aderire” al realismo fantastico. A questo proposito, ricordo sempre l’aneddoto del segretario di Darwin.

«Signore» gli disse, «c’è qui una che ha letto la sua opera. Vorrebbe dirle che ha finalmente accettato l’universo!».

«Alla buon’ora!» tagliò corto Darwin.

Il realismo fantastico rende l’universo più gradevole, ma è impossibile che dia i natali a una religione o una filosofia. Il mattino dei maghi uscì nel 1960. Allo stato attuale delle cose, gli manca solo l’indice dei nomi. Ma Pauwels e io non ne possiamo davvero più. Io credevo che l’opera passasse inosservata. Pauwels, più ottimista, sperava di raggiungere le mille copie. Entrambi avevamo fatto male i conti…




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