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JAMIROQUAI’S AUTOMATON: WE JAY KAY DO IT

Il 31 marzo 2017 ha registrato un grande e graditissimo ritorno: i Jamiroquai, ormai storico gruppo funk, disco ed acid jazz inglese, si rifanno vivi dopo ben sette anni di silenzio col nuovo album Automaton. La band, simboleggiata come sempre dal carismatico e talentuosissimo leader e cantante Jay Kay, stavolta era un po’ in debito dopo il piatto e deludente Rock Duck Star Night, dando l’impressione che ormai, da un po’ di tempo, il meglio lo avesse già dato. Dopo tutti questi anni di carriera, venticinque per la precisione, i Jamiroquai si trovano a lottare contro la minaccia della vecchiaia artistica per non diventare obsoleti e di conseguenza eroi di un passato che non torna (a non tornare sicuramente è il tastierista Toby Smith, che aveva militato nella band fino al 2002 e che è purtroppo deceduto l’11 aprile scorso).

Automaton parte non bene ma benissimo con Shake It On, un pezzo in cui si respirano atmosfere elettroniche alla Daft Punk o alla Giorgio Moroder, perfettamente adattate allo stile di Jay Kay e soci. Queste influenze si presentano, più o meno, anche in molti altri pezzi dell’album, contribuendo nella maggior parte dei casi positivamente al sound. Sarebbe riduttivo concentrarsi solo sull’ottima prestazione dell’eccentrico leader, perché tutto il gruppo, che comprende anche Matthew Johnson (tastiere), Paul Turner (basso), Rob Harris (chitarra), Derrick McKenzie (batteria) e Sola Akingbola, offre un’ottima prova garantendo grooves molto efficaci, complice anche l’ottima produzione. Shake It On è uno dei migliori pezzi di Automaton, se non il migliore, ma vale la pena continuare ad ascoltare il resto dell’album.

Altri colpi vincenti di quest’ultima fatica dei Jamiroquai sono Hot Property, Nights Out In The Jungle, e Carla (dedicata alla figlia maggiore di Jay Kay), pezzi in cui il fortunato stile della band si fonde perfettamente con le influenze elettroniche e, soprattutto, pezzi al cui ascolto è impossibile stare fermi. Queste canzoni si distinguono dalle altre perché caratterizzate da un groove veramente interessante, particolare e coinvolgente, caratteristica che ha fatto la fortuna della storia del gruppo. Le altre composizioni purtroppo non rendono alla stessa maniera e si confondono un po’ nell’anonimato, nonostante in tutto l’album ci sia un sound pieno in grado di bucare le casse. Pezzi come Summer Girl o We Can Do It potevano essere decisamente migliori se le idee fossero state sviluppate meglio, e invece si perdono su se stesse dopo non molto. Superfresh soffre un po’ troppo le influenze elettroniche che si fanno esageratamente invadenti. Carini ma nulla di più Automaton e Cloud 9, i due singoli che hanno anticipato l’uscita dell’album. Ma, in ogni caso, sono tutte delle canzoni che sulla pista da ballo sono in grado di fare la loro sporca figura eclissando molta musica dance ed elettronica contemporanea.

Nel complesso, in quasi un’ora di musica, prevalgono senza dubbio i lati positivi di Automaton anche considerando gli episodi meno riusciti. L’album ci dice che i Jamiroquai hanno ancora qualcosa da dire e possono ancora dirlo mantenendo comunque intatta ed in prima linea la propria identità, il proprio inconfondibile stile.

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