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Twitter, Trump e libertà di parola: il triangolo della propaganda

A distanza di circa due anni, il matrimonio idilliaco tra Twitter e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, mostra delle crepe che potrebbe portarne ad un “clamoroso” divorzio. Pochi giorni fa, Brad Parscale – colui che è stato direttore dei media digitali di Trump per la campagna presidenziale del 2016 e ora responsabile della campagna, di eventuale rielezione, del 2020 – ha dichiarato che se il presidente dovesse lasciare Twitter per un’altra piattaforma, segnerebbe la fine del celebre social media. La domanda che ci si pone è: Parscale ha ragione o è l’ennesima provocazione? Per rispondere a questa domanda, bisogna analizzare alcuni fatti, ma partiamo con ordine.

Il commento di Parscale è arrivato dopo quello del figlio maggiore del presidente statunitense, Donald Trump Jr, che ha sostenuto l’idea del padre secondo la quale esista un forte pregiudizio anti-conservatore su piattaforme come, appunto, Twitter e Facebook. Infatti, Trump ha recentemente attaccato i social media, accusandoli di essere produttori di fake news e ha dichiarato anche che “I giganti dei social media stanno facendo tacere milioni di persone” e allargando la critica delle fake news anche all’odiata CNN aggiunge “Le persone devono capire cosa è reale e cosa no, senza censura“. Di tutta risposta, il New York Times ha riportato un messaggio polemico pubblicato sulla bacheca interna di Facebook intitolato “We Have a Problem With Political Diversity“, diventando rapidamente virale all’interno dell’azienda.

Questo scontro tra le due parti non è nuovo, tant’è che a gennaio di quest’anno, Twitter ha deciso di rispondere a delle accuse di indifferenza nei confronti di tweet duri e razzisti di Donald Trump, dichiarando “Twitter è qui per servire e aiutare il progredire della conversazione pubblica globale. I leader mondiali eletti svolgono un ruolo cruciale all’interno di quella conversazione“. In sostanza, censurarli impedirebbe alle persone di non conoscere il loro modo di pensare e di comunicare. Probabilmente è qui che sta la chiave di volta. Politica e Internet sono legati da quasi dieci anni da un filo di Arianna, in cui hanno bisogno l’uno dell’altro: la prima perché comunica i messaggi che vuole, indipendentemente dal contenuto e che vengano accolti bene o male dal pubblico – qui entra in gioco il concetto del “l’importante è che se ne parli” perché tutto oramai fa parte di un’infinita campagna elettorale -, il secondo perché ha bisogno di queste figure di spicco che sopperiscono alla grande migrazione di vip e personaggi pubblici su Instagram, il social attualmente più usato e più potente, avvicinando a piattaforme come Twitter e Facebook una buona fetta di pubblico che verrà portato, di conseguenza, ad utilizzarle.

L’ex presidente Degli Stati Uniti Barack Obama aveva capito la potenza di questi strumenti, contribuendo a fargli vincere le elezioni per ben due volte, eppure i toni erano decisamente diversi. Anche in Italia, l’uso dei social media è stato fondamentale per le diverse fazioni politiche: il Movimento 5 Stelle è nato dal blog di Beppe Grillo per poi evolversi su Facebook, Matteo Renzi ha trascinato il Partito Democratico ad ottenere quell’ormai celebre 40% alle elezioni europee del 2014 grazie all’utilizzo dei social e, oggi, Matteo Salvini utilizza in maniera assidua Facebook e Twitter per rimarcare il suo operato, le sue critiche e le sue vittorie. Tutto questo si traduce in una sola parola: propaganda. Se in passato bastava una voce suadente e rassicurante alla radio, una bella presenza in televisione, oggi serve essere attivi sui social per fare propaganda, specialmente in maniera aggressiva, indipendentemente dai toni e dalle parole usate, perché serve per aprire quel vaso di Pandora di cui giornali, social e politici hanno bisogno per sopravvivere in un’epoca dove è necessario far parte del progresso sempre più rapido della tecnologia che non fa sconti a nessuno.

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