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Tragedia di Genova: perchè ponti e viadotti sono a rischio (anche in Trentino)

Il crollo del viadotto Polcevera a Genova del 14 agosto ha causato 43 morti e di 15 feriti, da dividersi fra gli automobilisti in transito al momento del cedimento e gli operatori ecologici dell’AMIU presenti sull’isola ecologica sottostante.

L’ingegnere Riccardo Morandi curò il progetto del viadotto Polcevera negli anni ’60: per questo il viadotto è chiamato anche ponte Morandi. A suo modo, il ponte è diventato un duplice simbolo: da un lato, dell’Italia del boom economico; dall’altro, dei disservizi che Autostrade per l’Italia e l’apparato politico italiano si rinfacciano nel caso di avvenimenti simili.

Piccola panoramica sul ponte Morandi

La parte del ponte Morandi crollato, vista da est – Foto tratta da “www.wikipedia.org”

Il Ponte Morandi fa parte del tratto autostradale A10, che collega Genova a Ventimiglia, da dove poi prosegue per la Francia. Il crollo del ponte ha bloccato la circolazione d’un tratto altrimenti molto trafficato, che consentiva lo spostamento da nord verso ovest di Genova.

In un certo senso, la scarsa cura della viabilità è un luogo comune italiano. C’è però poco da ridere quando a pagare, anche con la vita, sono persone innocenti. Già nel 2016 s’era discusso della pericolosità del ponte Morandi. Intemperie, usuramanutenzione non sempre all’altezza avevano spinto sempre più persone a guardare al progetto de “la Gronda” come alla soluzione per alleviare il traffico da e verso Genova.

L’analisi delle macerie e l’avvio di un’inchiesta giudiziaria dovranno accertare cause e modalità del crollo. Il ponte Morandi è composto d’una struttura mista: cemento armato precompresso per l’impalcato e cemento armato ordinario per le torri e le pile.

Il cemento armato della discordia: da Genova all’Italia

Una sezione del ponte Morandi costruita a ridosso delle case popolari – Foto tratta da “www.gds.it”

Sull’uso del cemento armato sono puntate le maggiori criticità, politiche e non. Soluzione avveniristica alla quale si ricorse massicciamente in Italia fra gli anni ’50-’60. Il cemento armato sembrava poter risolvere i problemi di robustezza e durata dei ponti.

Quel ponte (il viadotto Polcevera, NDR), che pure all’inizio sembrava coraggioso dal punto di vista tecnico, aveva evidenziato qualche problema che aveva richiesto continui interventi di manutenzione, come quello, imponente di 15 anni fa circa, quando misero dei tiranti in acciaio”. Così pochi giorni fa s’è espresso Settimo Martinello, direttore generale di 4 Emme, che gestisce i controlli e il monitoraggio di 50 mila ponti.

Le parole del direttore mostrano un quadro dei ponti italiani negativo. Tutti i ponti italiani realizzati in calcestruzzo fra gli anni 50 e gli anni 60 sono arrivati a fine vita. Questi ponti sono fatti con una struttura di acciaio ricoperta di calcestruzzo>>.

Il pilone centrale crollato – Foto tratta da “www.wikipedia.org”

Prosegue Martinello: Solo una copertura che protegge i materiali ferrosi dall’acqua e dall’ossidazione, ma il calcestruzzo ha una sua vita utile, trascorsa la quale l’umidità passa e inizia un processo di carbonatazione, che avvia l’ossidazione e la corrosione. (…) Ci mette dieci-quindici anni questo processo a compiersi. Alla fine fuori sembra tutto a posto, dentro però l’armatura è sparita>>.

La 4 Emme gestisce ponti locali, mentre i più grandi sono gestiti da Autostrade per l’Italia. Il ponte di Morandi è gestito dalla società Autostrade e va detto che, nel disastro generale, i ponti autostradali sono gestiti piuttosto bene. Lì ci sono mezzi e competenze>>, afferma Martinello.

Il progetto del nuovo ponte I74 che dovrebbe sorgere in Iowa – Foto tratta da “www.moline.us”

Negli Stati Uniti esiste un problema simile: circa 20 mila ponti costruiti durante gli anni ’30 e ’40, anch’essi in cemento armato, dovrebbero esser demoliti per far posto a ponti più funzionali, moderni e sicuri, facendo leva sui progressi nei materiali e della tecnologia ingegneristica.

Il caso del Trentino Alto Adige e prospettive per il futuro

Il Ponte dei Servi – Foto tratta da “www.newsgiudicarie.com”

Secolo Trentino s’è occupato della situazione della viabilità in Trentino, dando voce ad esponenti politici che conoscono pregi e difetti del sistema viabile.

Le amministrazioni locali, decaduto nel 1991 l’obbligo di far ispezionare i propri ponti, hanno lasciato spesso lo status quo, rattoppando con poche risorse diversi problemi strutturali.

Il Ponte Dei Servi è finito sotto osservazione per l’evidente stato di usura d’alcuni piloni. L’Assessorato alle Infrastrutture, ambiente e urbanistica della Provincia autonoma di Trento ha diramato una nota nella quale s’afferma che Il Ponte dei Servi, vicino a Ponte Arche, non presenta problemi strutturali. (…) Controlli ed ispezioni al ponte sono stati eseguiti con regolarità da parte del personale cantoniere e dei tecnici del Servizio Gestione Strade>>.

Tale risposta nasce da alcune interrogazioni dei consiglieri della provincia di Trento sullo stato del Ponte dei Servi. Il Segretario della Lega Trentino, Mirko Bisesti ed Alessandro SavoiConsigliere Provinciale Lega Nord Trentino, hanno recentemente sottolineato come il crollo del ponte Morandi non vada sottovalutato.

Il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti Danilo Toninelli

Il controsenso sul quale molti fanno leva in questi giorni è lo squilibrio fra mezzi e competenze. Il Governo, per voce del premier Conte, di Salvini e di Toninelli, vorrebbe far decadere la concessione di Autostrade per l’ Italia. Per alcuni tratti conosciamo ricavi, dividendi e possessori, ma per il resto d’Italia è ignoto persino il numero dei ponti.

Se persino l’Alto Adige, che Martinello ha definito “amministrazione locale virtuosa” perché forma ed investe su ispettori e controlli, paventa gravi problemi di viabilità, cosa temere per l’intera Italia, che notoriamente sembra lassista su queste problematiche?

Pasquale Narciso

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