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Il “riformatore” Bin Salman scava la fossa all’Arabia Saudita

Ha suscitato scalpore la mossa con cui il giovane principe saudita Mohammed bin Salman ha neutralizzato i pretendenti al trono: una dozzina di membri della famiglia reale e diversi dignitari sono stati arrestati con l’accusa di corruzione. Il golpe “morbido” dovrebbe, sulla carta, rendere più facile a Bin Salman il gravoso compito di “modernizzare” l’Arabia Saudita: in realtà, introduce un ulteriore elemento di destabilizzazione nella già fragile monarchia saudita. Impantanata in Yemen, in rotta con l’Iran, afflitta da deficit crescenti, soggetta ad un piano di austerità, l’Arabia Saudita è matura per il cambio di regime da tempo meditato a Washington e Londra per evitare il suo slittamento nell’orbita russo-cinese: il colpo di mano di Bin Salman può essere la scintilla che incendia le polveri.

Mohammed bin Salman: l’arma segreta per la destabilizzazione dell’Arabia Saudita

Non c’è maggior errore in politica estera che considerare i rapporti internazionali come immutabili, soprattutto quando si prendono in considerazione potenze come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, tradizionalmente abituate a rovesciare gli alleati al mutare della loro agenda. Si consideri il Medio Oriente: non era forse lo scià di Persia, Mohammad Reza Pahlavi, un fido alleato di angloamericani ed israeliani? Eppure Washington e Londra (affiancate dalla solita Parigi) favorirono la sua cacciata e l’avvento dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, quando si materializzò il rischio che l’opposizione comunista prendesse il sopravvento e l’Iran scivolasse verso l’Unione Sovietica. Non erano forse buoni alleati dell’Occidente il tunisino Ben Alì e l’egiziano Hosni Mubarack? Eppure furono messi alla porta nel 2011, quando si doveva fare largo alla Fratellanza Mussulmana. Non è un difensore dalla laicità e delle minoranze cristiane il presidente Abd Al-Sisi? Eppure la destabilizzazione dell’Egitto laico-nazionalista è tuttora una priorità delle cancellerie occidentali.

L’Arabia Saudita, come avevamo evidenziato più di un anno fa, non è un’eccezione. È vero che la monarchia dei Saud è un’invenzione britannica che risale alla Prima Guerra Mondiale. È vero che gli Stati Uniti si eressero a protettori-padroni della Penisola arabica, durante lo storico incontro del febbraio 1945 tra il re Abdul Aziz ed il presidente Roosvelt di ritorno da Yalta. È vero che i sauditi sono stati un pilastro del “petrodollaro”, lanciato dopo lo choc energetico del 1973. È vero che i sauditi hanno fornito denaro e uomini per fomentare l’estremismo sunnita ovunque facesse comodo agli angloamericani, dall’Afghanistan alla Cecenia, dalla Nigeria alla Somalia. È vero che hanno collaborato a qualsiasi manovra occidentale in Medio Oriente, dall’invasione dell’Iraq alla destabilizzazione della Siria.Tuttavia, nonostante questo lungo e meritorio “curriculum”, più elementi lasciano pensare che Riad sia in cima alla lista dei governi da rovesciare.

Il motivo del voltafaccia angloamericano, per andare dritti al sodo, è semplice: evitare che la casa dei Saud, il cui principale obiettivo è l’auto-conservazione, esca dall’orbita occidentale per entrare in quella russo-cinese, portando con sé le proprie riserve petrolifere che, in un domani non troppo remoto, potrebbero essere vendute in rubli o yuan.

Il disimpegno atlantico dalla regione è sotto gli occhi di tutti, complice anche la prossima autosufficienza petrolifera degli USA1, e la destabilizzazione del Medio Oriente, operata dal 2011 in avanti, si proponeva di coprire la ritirata angloamericana, smembrando i vecchi Stati per lasciare spazio ad un mosaico di nuove entità di più facile controllo (Kurdistan, Califfato, enclave alauita, etc. etc.). Logicamente, venivano anche meno le ragioni di una netta contrapposizione con Teheran: ne è seguita l’apertura dell’amministrazione Obama all’Iran.

Parallelo al disimpegno angloamericano, è iniziato il progressivo avvicinamento dell’Arabia Saudita, scioccata dall’addio dei suoi storici protettori, alle grandi potenze emergenti. La Cina, destinata nei prossimi anni a superare gli USA come primo consumatore di greggio, si è detta recentemente disponibile ad acquistare il 5% della compagnia petrolifera ARAMCO2 e sono già molti gli analisti che prevedono in un prossimo futuro la quotazione del greggio saudita non più in biglietti verdi, ma in yuan cinesi3, decretando così la fine del petrodollaro. Se la Cina è la superpotenza economica in ascesa, la Russia è una vecchia superpotenza militare in grande spolvero, come testimoniato dai recenti successi in Siria: accantonando le fresche divergenze, la casa dei Saud bussa quindi anche alle porte del Cremlino, cercando un accomodamento con la potenza (ri)emergente del Medio Oriente. Ai primi di ottobre si consuma la storica visita del re Salman bin Abdulaziz in Russia: la magnitudo geopolitica dell’evento, di per sé già forte, è aumentata dall’annuncio che l’Arabia Saudita acquisterà i sistemi di difesa antiaerea S-400. Per gli USA è un vero affronto.

Ora, è interesse dell’establishment atlantico che l’Arabia Saudita traslochi in buon ordine nel campo avversario? Decisamente no. Come nel caso turco, non appena il vecchio alleato giudica più conveniente stringere un’intesa con gli sfidanti emergenti, bisogna procedere con la destabilizzazione: ricordiamo che la Turchia, appena conciliatasi con la Russia, è stata teatro di un fallito golpe di ispirazione statunitense nell’estate del 2016 e le relazioni turco-americane non sono migliorate, ma anzi ulteriormente peggiorate, nei primi mesi dell’amministrazione Trump4. Se si può gettare nel caos un membro della NATO come la Turchia, per di più alleato chiave in Siria, perché non si può fare altrettanto con la periferica, ma ricca, Arabia Saudita?

Diversi elementi suggeriscono, infatti, che il terreno sia stato sapientemente arato in questi ultimi anni per impiantare il seme del caos e che l’alleato inconsapevole di questa opera di destabilizzazione sia il giovane ed irruente principe Mohammed bin Salman, in ottimi rapporti con Israele (tanto da visitare segretamente Tel Aviv lo scorso settembre5) e gli Stati Uniti.

Dal punto di vista economico, innanzitutto, il crollo pilotato del greggio nella seconda metà del 2014 ha colpito duramente la Russia, forse principale obiettivo dell’operazione, ma ha inflitto pesanti danni anche all’Arabia Saudita. Le entrate fiscali derivanti dalla vendita di greggio crollano dal 322 $mld del 2013 ai 134 $mld del 20166, Di conseguenza, nel 2015 Riad registra un deficit pubblico record da 98 $mld, seguito da uno di 79 $mld nel 2016 e da una previsione di 53 $mld per il 2017. La strenua difesa del cambio rial-dollaro prosciuga le riserve di valuta straniera (oggi al minimo dal 20117) e l’improvvisa sete di denaro obbliga a scelte un tempo impensabili, come la quotazione dell’ARAMCO (per la felicità delle solite banche d’affari) e l’indebitamento a ritmo impressionante sul mercato obbligazionario (39 $mld tra il 2016 ed il 20178). Ma il dato più allarmante per la stabilità del regno è, senza dubbio, il piano di austerità messo a punto per fronteggiare la crisi fiscale: imposizione dell’IVA, aumenti delle bollette energetiche, taglio dei salari ai dipendenti pubblici, etc. etc. L’austerità, nei Paesi in via di sviluppo, è storicamente il prodromo dei cambi di regime.

Passando alla politica estera, un importante contributo alla destabilizzazione del regno è stato dato dalla campagna militare in Yemen che, come facilmente prevedemmo sin dal principio, si è trasformata nel “Vietnam” saudita. Grande sponsor dell’intervento, e veniamo così al personaggio che sta giocando un ruolo chiave nella rovina di casa Saud, è il trentenne Mohammed bin Salman, figlio dell’attuale re. Giovane, irruento, avventato ed ambizioso, Bin Salman è ideale per essere manovrato da chiunque voglia mandare in disgrazia l’Arabia Saudita. Consigliato (o meglio, sobillato), dagli angloamericani e dagli israeliani, Bin Salman lancia un’operazione nel vicino Yemen per “contenere l’Iran”, presunto sponsor dei ribelli Houthi di fede sciita: ben presto, l’intervento volge al peggio, drenando decine di miliardi di dollari (a vantaggio dell’industria bellica occidentale), sfibrando l’esercito e compromettendo ulteriormente il prestigio della casa reale.

Casse vuote, economia stagnante, una disastrosa guerra in corso: l’Arabia Saudita avrebbe perlomeno bisogno di un’assoluta quiete interna per evitare che le diverse emergenze si saldino. Invece, e veniamo alla cronaca di questi giorni, si aggiunge a questo fosco quadro una crisi istituzionale senza precedenti: il principe bin Salman, consigliato/sobillato dai soliti angloamericani ed israeliani (che assistono silenziosi e compiaciuti all’intera operazione), si abbandona ad un’eliminazione dei pretendenti al trono degna di Cesare Borgia. Tra il 4 ed il 5 novembre sono arrestati una dozzina di principi, quattro ministri e diverse alte autorità: è sufficiente nominare Alwaleed Bin Talal, uomo tra i più ricchi al mondo, proprietario della gigantesca Kingdom Holding Company ed azionista di peso in Twitter, Apple, Citigroup, etc. etc. La ragione ufficiale degli arresti è una crociata contro “la corruzione” (feticcio molto amato dagli angloamericani), ma non c’è alcun dubbio che il principe Bin Salman abbia agito con la speranza/illusione di assicurarsi il trono.

Ora, in un Paese tribale come l’Arabia Saudita, dove la concordia all’interno del clan Saud è la base per il funzionamento dello Stato, la mossa dello spregiudicato ed irruente Bin Salman corrisponde ad un fiammifero accesso nella santabarbara: emergenza finanziaria, guerra in Yemen e, ora, anche instabilità politica.

Come se non bastasse, il premier libanese Saad al-Hariri, ospite dei regnanti sauditi, è stato obbligato a rassegnare le dimissioni da Riad: all’inconsueto strappo istituzionale si sono aggiunte pesantissime accuse lanciate dall’Arabia Saudita al Libano (dove è determinate l’influenza di Hezbollah), accuse che hanno esacerbato ulteriormente i rapporti con l’Iran. Le basi per la rovina dell’Arabia Saudita sono ormai state gettate ed è probabile che gli angloamericani riescano nell’intento di destabilizzare la penisola arabica: l’erede al trono, senza esserne cosciente, è il loro migliore alleato.

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