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Il Milan cinese è l’ennesimo spot elettorale di Silvio Berlusconi

Il 15 dicembre si terrà a Nyon la sentenza definitiva della UEFA legata al voluntary agreement presentato dal Milan. Le indicazioni non sono positive per i rossoneri, che dovranno così ricorrere al settlement agreement prima di incappare in sanzioni più gravi, come ad esempio l’esclusione dalle Coppe europee.

Prima di giudicare però quest’eventualità bisogna riavvolgere i nastri e tornare da dove tutto è iniziato. Il 5 agosto 2016 il futuro presidente del Milan, Li Yonghong, firma un accordo preliminare con Fininvest per portare la cordata di imprenditori cinesi a rilevare dalla holding milanese la quota di partecipazione – pari al 99,93% – del club. La cifra stimata si aggirava intorno ai 740 milioni di euro, tenendo conto anche degli oltre 200 milioni di debiti della società. Come caparra, la Sino-Europe Sports Investment ha versato ben 100 milioni il giorno stesso della firma, fissando il closing definitivo per il 13 dicembre 2016.

Tutto sembrerebbe perfettamente normale, se non fosse che la data slittò prima al 3 marzo 2017 – versando altri 100 milioni di caparra – poi al 14 aprile 2017 con un altro assegno da 50 milioni. Il 13 aprile 2017 si aggiudica la corsa al Milan la società Rossoneri Sport Investment Lux, società lussemburghese facente capo sempre a Li Yonghong. Ma non certo con l’uso di mezzi interni: intervenne infatti un prestito di 303 milioni di euro da parte della società Elliott Management Corporation – che diventerà poi giornalisticamente noto come “fondo Elliott” – per saldare gli impegni presi con Fininvest.

Difficoltà a parte nella chiusura della trattativa, potrebbe anche trattarsi di un normalissimo cambio di proprietà, reso difficoltoso dal peso politico ed economico del club nel calcio italiano ed internazionale. Ma da quel 14 aprile le stranezze non sono che aumentate. Partendo proprio dal “fondo Elliott“, il fondatore e azionista di quest’ultimo è Paul Singer, nei mille uomini più ricchi del mondo secondo la celebre rivista Forbes e gestore della società NML Capital Limited, con sede alle Isole Cayman.

Singer è noto nel mondo dell’economia americana per essere una sorta di “condor“: ha infatti aspettato la crisi economica in paesi in via di sviluppo come PerùCongoArgentina per acquistare parti del debito pubblico. Basti pensare che nel paese di Messi Maradona – per restare nell’ambito calcistico – la Elliott Management Corporation acquistò dei Tango bond per un valore di 630 milioni di dollari. Nonostante il crollo in borsa dei bond e i tentativi dei governi argentini di ripagare la Elliott con una cifra ridotta, i tribunali diedero ragione a Singer e soci, arrivando a far spendere alla nazione argentina la bellezza di 2 miliardi e mezzo di dollari come solo risarcimento.

Il nome Paul Singer non dovrebbe essere così sconosciuto in Italia, se solo fossimo stati informati di più. La Elliott è infatti intervenuta in molte delle trattative più spinose del nostro paese: basti pensare che è ad oggi attiva una causa tra la società e la Hitachi per l’acquisizione di Ansaldo. La Finmeccanica infatti cedette il 60% della Ansaldo Sts e il 100% di Ansaldo Breda all’azienda giapponese, danneggiando gli azionisti di minoranza della società genovese, tra cui la Elliott che possedeva il 31% della Ansaldo.

Tornando ora al Milan, la Elliott ha fornito il già citato prestito da 303 milioni con un tasso di interesse dell’11,5% a Yonghong e al club del 7,7% per una cifra totale di interessi superiore ai 30 milioni. Come garanzia, Li Yonghong ha concesso alla Elliot il 99,93% del Milan e il controllo su tutti i marchi e i diritti di proprietà del club. Non è dunque un caso che nel novembre 2017 Marco Fassone si sia mosso, secondo il Corriere della Sera, per dare mandato all’advisor londinese Bbg Weston di trovare una banca che possa rifinanziare il club. Dunque è già in dubbio se a guidare il Milan in questo momento sia Li Yonghong o il “fondo Elliott” anche se, stando alle carte, dovrebbe essere la società di Singer a possedere la società al momento attuale.

Proprio a novembre del 2017 sono esplose altre due piccole “bombe” che hanno minato la sicurezza della stampa italiana e della tifoseria milanista nei confronti della nuova società. La prima è stata detonata dal New York Times: il prestigioso quotidiano americano ha gettato diverse ombre sulla figura di Li Yonghong, inizialmente accreditato come un imprenditore di successo nel settore minerario. Secondo il lavoro dei giornalisti americani la tanto decantata miniera di fosforo dalla quale “Mr. Li” doveva trarre il denaro per il club non sarebbe invece nemmeno di sua proprietà, ma appartenente alla Guangdong Lion Asset Management, una società che ha cambiato quattro proprietari negli ultimi due anni. Tra questi figura anche il nome di Li Shangbing, rappresentate legale di – udite, udite – Sino-Europe Asset Management.

Incuriositi dal fatto che Shangbing avesse affermato di non conoscere Yonghong – nonostante avessero una causa legale che li vedeva imputati congiuntamente – i giornalisti si sono recati a Guangzhou per visitare la sede della Guangdong Lion. Brutta sorpresa all’arrivo: uffici chiusi con avvisi di sfratto sulla porta e i computer privati del disco fisso. La cosa potrebbe non sorprendere se si sapesse anche un altro retroscena di Li Yonghong: l’imprenditore venne multato nel 2013 dall’autorità di sicurezza per non aver comunicato la cessazione di alcune azioni, mentre nel 2004 la società della famiglia di Yonghong, la Guangdong Green River Company truffò ben 5.000 investitori, secondo quanto riporta la Gazzetta dello Sport, portando all’arresto del padre e del fratello di Yonghong. Non serve aggiungere che uno degli advisor di Mr. Li nella trattativa che ha portato il Milan da Berlusconi ai cinesi sia la N M Rothschild & Sons.

La seconda bomba è invece esplosa nel parlamento, dove il Movimento 5 Stelle – in testa il deputato Paolo Nicolò Romano – chiede chiarezza sulla situazione giuridico-finanziaria dei nuovi proprietari. Questo, in particolare, è l’estratto che più conta di tutta l’interrogazione: “In base al regolamento della Figc (…) i soggetti acquirenti una quota azionaria maggiore del 10% di una società di calcio operante nei campionati italiani, devono soddisfare specifici requisiti di onorabilità e di solidità finanziaria. Nello specifico: non devono aver riportato condanne per reati di truffa ed appropriazione indebita e devono disporre di solide basi finanziarie (…) tutte condizioni e requisiti che invece risulterebbero mancare a Mr Yonghong Li le cui risorse finanziarie risultano, tranne qualche prestito, di non chiara provenienza“.

Tutto questo putiferio scatenato dal Times ha ovviamente interessato anche il presidente della UEFAAleksander Ceferin. Lo sloveno, al quotidiano La Repubblica, si è detto preoccupato per la situazione del club e ha affermato di non poter dire nulla riguardo la presidenza cinese. Il problema nasce dalla carta giocata da Fassone per far sì che la situazione non chiarissima dei fondi cinesi non emergesse proprio: il Milan è infatti sinora l’unico club ad aver tentato, nel computo del Fair Play Finanziario, di presentare il voluntary agreement.

Questo “accordo volontario” consiste infatti nella presentazione di un piano a lungo termine, basato su ipotesi ragionevoli e prudenti, teso a raggiungere il pareggio di bilancio nell’arco di poco più di quattro anni. Il tutto, ovviamente, dimostrando la capacità di mantenere in attività l’impresa fino al termine del periodo coperto dall’accordo. Qualora non sia possibile attuare tutto ciò, il club potrà ricorrere al settlement agreement. Questo accordo, differentemente dal voluntary, prevede una ammissione di colpevolezza nell’aver speso più di quanto possibile con conseguenti multe o regimi di rigidità nelle sessioni di calciomercato in cambio della possibilità di partecipare comunque alle coppe.

Il settlement agreement dovrebbe essere valutato in primavera, quando molti nodi dovranno essere giunti al pettine. Fassone sarà riuscito a trovare una banca che rifinanzi la società? Il debito con la Elliott verrà saldato? La “vox populi” che vorrebbe rivedere Berlusconi alla presidenza del Milan si placherà?

A tutto questo si aggiungono ancora tre dettagli: il primo è che lo scarso rendimento del Milan abbia generato un forte malcontento nella tifoseria e un disinteresse da parte dei grandi investitori; il secondo è che la decisione sul settlement agreement dovrebbe arrivare qualche settimana dopo le elezioni politiche; il terzo è che, dopo l’articolo del Times, è giunta una sola voce in difesa di Yonghong. Lo strenuo difensore dei cinesi è l’ex presidente rossonero Silvio Berlusconi. Sul suo profilo Twitter il Cavaliere ha infatti risposto così alle accuse del giornale americano: “Per cedere il Milan, Fininvest si è affidata ad advisor, studi legali e banche di livello internazionale. Gli acquirenti cinesi hanno sempre rispettato puntualmente gli impegni presi e un fondo importante come Elliott ha ritenuto di poter garantire loro un prestito rilevantissimo“. Probabilmente agli osservatori era sfuggito che Berlusconi fosse diventato il legale di Li Yonghong con l’acquisto della società.

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