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Elezioni 2018: la fragilità della “coalizione” di centrodestra

Nel mondo del Centrodestra in questi giorni convulsi che anticipano la campagna elettorale la parola d’ordine è “coalizione“. Guardando tutti i sondaggi, infatti, l’aspirante coalizione di centrodestra otterrebbe la maggioranza dei voti, attestandosi tra il 30 e il 33%. Percentuale che andrà poi mantenuta in Parlamento grazie a una solidità di ideali e intenti.

Ma da chi sarebbe composta questa coalizione? I tre principali leader attorno a cui ruota questo progetto sono ben noti. Silvio Berlusconi è l’uomo chiave di questo progetto, in quanto fondatore e leader di Forza Italia, ricostituita dopo la fine del Popolo della Libertà. Da sempre sua l’idea di aggregare più personalità possibili nel mondo del centrodestra per arginare la crescita della sinistra.

Per formare questa coalizione non è stato facile trovare l’accordo del segretario federale della Lega NordMatteo Salvini. Le sue idee populiste si scontrano spesso con la visione liberale e moderata di Berlusconi, ma stando alle parole di entrambi un compromesso non è impossibile da trovare.

Chi invece sembra non essere in linea con questa coalizione è Fratelli d’Italia, il partito che ha raccolto l’eredità di Alleanza Nazionale. Giorgia Meloni negli ultimi giorni sta cercando di prendere le distanze dagli atteggiamenti meno graditi dei due leader. Ma rimane difficile capire come un partito con quella storia alle spalle possa appoggiare o un liberale o un partito che propone federalismi e appoggia indipendentismi. Ma se l’alternativa è uscire dal Parlamento e con questa premessa tutto diventa più chiaro.

Ma oltre alle già note questioni di mancate intese tra i tre grandi nuclei, bisogna anche considerare altri partiti che avranno importanza in sede elettorale. L’ormai sciolta Area Popolare ha visto la fuoriuscita di pezzi da 90 del mondo dell’Unione di Centro. Premesso che Alfano è sgradito all’intera coalizione, che ne sarà di Casini? È così scaduta la proposta centrista da essere accantonata senza discussioni?

Bisognerà anche guardare con occhio critico alla situazione meridionale. Appurato che la Lega Nord non correrà al di sotto del Tronto – i confini della Padania sono cresciuti a quanto sembra – per favorire il simbolo Noi con Salvini, in Sicilia almeno bisognerà valutare la resa di Nello Musumeci e delle liste autonomiste ad esso collegate. Nel 2008 Berlusconi travolse Veltroni anche grazie all’appoggio del Movimento per l’Autonomia che nella sola Sicilia prendeva tra il 5 e il 10%. Cifre che non possono essere lasciate lì senza riflessione, contando soprattutto la crescita del Movimento 5 Stelle nell’isola.

Fitto? Dopo la fine di Conservatori e Riformisti, l’eurodeputato pugliese ha formato la nuova lista liberal-conservatrice Direzione Italia. Che però ha perso un personaggio seguito ed esperto come Maurizio Bianconi, assolutamente contrario a un ritorno all’ovile berlusconiano.

In ultimo, che ne sarà di Flavio Tosi? Abbandonato da Renzi, ripudiato da Salvini, il suo partito Fare! può ancora essere importante per ottenere qualche seggio nei collegio uninominali del veronese. L’ex sindaco si dichiara “di centrodestra”, ma con quale occhio verrebbe visto un suo salto sul carro della coalizione da parte dell’elettorato leghista.

Ad oggi, a quasi 4 mesi dalle elezioni politiche, la coalizione sembra tutto meno che definita. Sembra piuttosto che ancora non ci sia un accordo nemmeno tra gli stessi fautori, come dimostrano le frasi al vetriolo della Meloni sul referendum per l’autonomia di Veneto e Lombardia.

La sensazione è che – come è spesso capitato – le regionali in Sicilia siano il vero e proprio banco di prova in vista delle elezioni politiche. Il 5 novembre dunque si avrà un’indicazione più chiara di cosa ne sarà della “coalizione di centrodestra”

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