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Tossicomania: lo Stato a favore dell’autodistruzione

In ogni tempo e in ogni dove, la collettività ha dovuto fare i conti con questa terribile piaga sociale. La droga non ha una data di scoperta, si può Infatti ritenere come ‘immanente’ nell’uomo: esiste da quando ha iniziato a soffrire, ossia con la comparsa sulla terra. Ieri erano gli oppiacei, oggi la cocaina, domani chissà quale diabolico stupefacente sintetico. Le possibili disamine che questa inesauribile materia offre sono infinite, alcune di estrema attualità, come il dibattito in tema di legalizzazione, altre invece sono degli evergreen, in particolare lo studio di percorsi riabilitativi.

Sorvolando il piano del dramma individuale, ci si accorge che il fenomeno ha una fittissima radicazione in una realtà allargata: il gruppo. La dimensione plurale dell’uomo, infatti, altro non è che un amplificatore della parte più emotiva e irrazionale dei singoli componenti. Questo è dovuto al senso di auto-incitamento e di autogiustificazione dell’operato dei componenti, in particolare di giovani e adolescenti, attratti dalla prospettiva di un continuum di trasgressione. Ecco allora che ciò che è inimmaginabile per il singolo, appare sotto una luce diversa quando ci si trova insieme a propri pari, magari accomunati da un sentimento di amicizia, un credo o quant’altro. Alcuni consumatori affermano che la droga aiuta loro a stare bene in mezzo agli altri e ad instaurare legami di amicizia con sconosciuti. La mancata assunzione di sostanze, invece, mette loro in una situazione di perenne disagio con le altre persone. È interessante notare come solitamente l’avvicinamento agli stupefacenti avvenga, per l’appunto, all’interno di questa dimensione, permettendo così di creare dei legami speciali tra i componenti. Illuminante su questo curioso aspetto della psiche umana è l’opera cinematografica Trainspotting. Tratto dal romanzo omonimo, la pellicola narra le vicende di una cerchia di quattro amici legati da una sorte comune: la dipendenza. Questa, però, non viene dipinta come sfogo dovuto ad un profondo disagio personale, bensì come un momento di abitudinaria condivisione, alla stregua di una cena in famiglia. Oltre a rispecchiare il dramma in sé, il film è capace di smuovere lo spettatore, portandolo ad interrogarsi sulle ragioni che portano Mark, Sick Boy e Spud (l’amico Francis Begbie è vittima di altre dipendenze) a chiudersi tra le mura di uno squallido appartamento per iniettarsi una dose.

‘[…] Alla fine (della vita) scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi, scegliete un futuro, scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita: ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina?

La reazione iniziale del telespettatore non può che essere quella di netto disappunto e totale disapprovazione, ma qual è allora l’alternativa a quella che si propone come un vero e proprio stile di vita? Senza ombra di dubbio i protagonisti, nell’ossessionata ricerca di questo piacere, sono schiavi, tuttavia chi può negare di esserlo? Il regista Danny Boyle invita il pubblico a guardarsi dentro. Si tratta di una forte provocazione in grado di regalare preziosi spunti su cui meditare.

Se, dunque, entrare nel tunnel è quasi sempre un passaggio ‘collettivo’, tentare di uscirne diventa un interminabile cammino per il quale bisogna avviarsi da soli. Non mancano le strutture predisposte, ma condicio sine qua non per guarire tale patologia autoindotta è la forza di volontà del singolo. Nonostante si tratti di una piaga antica come il mondo, ad oggi non è stata trovata una alcuna panacea. Va inoltre rilevato che, oltre ai danni all’organismo dovuti alla sostanza assunta, il tossicodipendente subisce tutta una serie di problemi dovuti alla situazione di degrado in cui spesso egli versa. Siringhe infette, ambienti insalubri, mancanza di igiene portano ulteriori disastrose conseguenze alla ‘tradizionale’ pratica di avvelenamento.

Le risposte a questi ulteriori drammi ‘secondari’ non si sono fatte attendere. A Vancouver, British Columbia, nel 2003 è stata aperta una struttura dove il personale medico supervisiona, anche fornendo materiale sterilizzato, i tossicodipendenti che vi si recano per drogarsi. Sì, avete letto bene! La città canadese ospita infatti la clinica InSite, finalizzata a prevenire infezioni e l’uso di sostanze su strade e altri luoghi aperti al pubblico. Le perplessità sollevate sono molteplici, in particolare quella secondo la quale ciò può agevolare il consumo di stupefacenti e alimentare la dipendenza dei consumatori. La pensava così l’allora primo ministro canadese Harper, conservatore, che decise di intraprendere una dura battaglia legale. Il governo, tra le altre cose, puntò il dito contro le modalità di finanziamento: la clinica, difatti, grava sulle casse del servizio pubblico sanitario. Il contenzioso giunse fino all’attenzione della Corte Suprema del Canada. I giudici di ultima istanza, censurarono l’opposizione del governo, reo di aver violato la Carta dei Diritti e della Libertà del Canada, e permisero ad InSite di continuare ad operare nel territorio.

Per quanto discutibile, l’attività ha evidenziato negli anni risultati obiettivamente positivi. Oltre a maggiori probabilità di entrare in contatto con i percorsi di riabilitazione, la clinica ha infatti registrato una riduzione delle morti per overdose del 35%[i]. Ulteriori studi hanno inoltre dimostrato che tale ‘cura’ porti ad un risparmio netto sulla spesa pubblica pari a 6 milioni di dollari[ii]. Insomma, sembrerebbe così potersi delineare una serie di pro e di contro, sufficienti da alimentare un acceso confronto tra conservatori e liberali. Ma andando oltre le becere logiche da talk show televisivo, non si può non notare come la questione da affrontare presenti risvolti ben più delicati. L’argomento cardine sostenuto dall’attuale governo liberale, il quale sostiene apertamente InSite, è quello fallace secondo cui se una questione non è eliminabile del tutto, allora si dovrà legalizzare. Gli interessati – si osserva – si drogherebbero comunque, quindi tanto vale permettere loro di farlo ‘meglio’.

Il tema, oltre ad alimentare un animatissimo dibattito politico e dottrinale, presenta infiniti spunti. Innanzitutto è lampante la questione etico-morale. Secondo un presunto principio dell’individualismo imperante, lo Stato dovrebbero dunque rispettare il diritto di autodeterminazione del singolo, compresa la facoltà di sfociare nell’autolesionismo. Questa teoria trova un addentellato nel pensiero del filosofo britannico John Stuart Mill secondo cui è il singolo e nessun altro a conoscere i propri sentimenti e i propri bisogni. Ma fino a che punto potrà spingersi questo discutibile atteggiamento accondiscendente della società? Qui l’orientamento liberale si spacca in due, tra chi ritiene che il singolo debba assumersi la responsabilità della propria decisione anche nelle disastrose condizioni in cui si è trascinato sua sponte e chi, invece, invoca un obbligo sociale di solidarietà da parte della comunità.

Ancora. Quali ulteriori interventi si possono prospettare da parte delle Istituzioni? Come prodigarsi per il ‘bene’ dell’individuo quando ciò cozzi con la volontà (sempre che di effettiva ‘volontà’ si possa parlare) dello stesso? E poi, vale davvero la pena darsi tanto affanno? Sdrammatizzando, infatti, ‘questi sono tutti problemi a cui non devi neppure pensare quando hai una sana e onesta tossicodipendenza’.[iii]

Damiano Rossi

[i] Dati British Columbia Centre on Substance Use, 2011.

[ii] Dati Simon Fraser University, 2010.

[iii] Tratto dal film Trainspotting.

Bibliografia:

– S. Piccone Stella, Droghe e tossicodipendenza, Il Mulino, 1999.

– Claude Olievenstein, Droga, Raffaello Cortina Editore, 2001.

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