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L’incubo della mezzofondista inglese Bobby Clay: dalle vittorie all’osteoporosi

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Riportiamo un articolo apparso su repubblica.it (Qui l’aticolo originale) che riguarda la drammatica storia, resa nota  qualche giorno fa ed ora tornata all’attenzione dei media, della mezzofondista britannica Bobby Clay,  passata dai successi in pista alla lotta contro una brutta malattia.

La giovane mezzofondista inglese, ex campionessa europea juniores nei 1500, scrive una lettera aperta per lanciare l’allarme su sottoalimentazione e allenamenti oltre il limite. “Per favore, liberiamoci dall’atteggiamento ‘non succederà a me’ e iniziamo a fare ciò che è giusto per i nostri corpi”

“Ero ossessionata dall’atletica, dalla necessità di essere la migliore. Guardandomi indietro, adesso, capisco che nessun volume di allenamento sarebbe mai stato sufficiente a soddisfare la mia fame di fare ancora di più”. Bobby Clay oggi ha vent’anni, il corpo esile di una sopravvissuta e lo sguardo smarrito di chi scruta il futuro come fosse una terra di nessuno. Bobby, che è inglese, a diciassette anni si è classificata ottava nei 1500 ai Campionati Mondiali Juniores di Atletica di Eugene e, un anno dopo, ha vinto gli Europei di Eskilstuna sulla stessa distanza. Una predestinata. Un progetto concreto di campionessa. “Ma ora sono diventata ‘quella ragazza’. La ragazza di cui tutti siamo informati, ma crediamo che ‘tanto non succederà a me’ “.

A lei, invece, è successo e Bobby lo ha voluto raccontare in una lettera aperta che è al tempo stesso uno struggente mea culpa e un accorato monito contro lo sport che la competitività trasforma in ossessione. In malattia. Quel virus che non conosce anticorpi soprattutto quando aggredisce mente e fisco degli adolescenti. Fino a rubargli l’anima. Come è successo a Bobby: “Ho vent’anni e ho l’osteoporosi”, ha scritto in una lunga confessione pubblicata da Athletics Weekly . Senza accusare nessuno, se non la sua sconfinata ambizione, anche se l’onestà intellettuale di una ragazza così giovane non può assolvere chi ha fatto solo il possibile per salvarla. E deve far riflettere sulla corruzione dei valori fondanti dello sport.

A quindici anni Bobby Clay era nella nazionale britannica ai campionati mondiali di cross. Felice. “Ogni obiettivo che mi fissavo in allenamento, lo centravo con facilità – scrive – . Ma volevo fare di più: qualunque fosse l’allenamento, mi rifiutavo di credere che fosse sufficiente. Avevo deciso che invece di correre nelle categorie della mia fascia di età, volevo raggiungere immediatamente le under venti, perché da lì avrei potuto guadagnare quella maglia della nazionale che ero così determinata a indossare”. L’allenatore di Bobby si oppone all’idea del “salto” anagrafico, ma senza riuscire ad imporsi. E così la promessa dell’atletica inglese supera il confine che separa la sana ambizione dall’ossessione, passando dagli allenamenti sull’erba al gruppo che si preparava in pista. Come fosse posseduta da un demone che, di lì a poco, avrebbe calato la maschera.

“Il nuovo tipo di allenamento era stimolante, più intenso. Mi sentivo sempre più tirata. Tuttavia la sotto-alimentazione divenne un problema diffuso all’interno del nostro gruppo di allenamento e, in particolare, tra le ragazze migliori. Il cibo stava diventando il nemico, anche se giuro ancora oggi di non aver mai avuto un disturbo alimentare. Vivevo costantemente in contatto con chi, sfortunatamente, aveva relazioni spaventose con il cibo e, alla fine, anche io ho iniziato a non alimentarmi come avrei dovuto”. Il piano inclinato diventa un precipizio. E il corpo non aiuta facendo suonare, magari, qualche segnale di allarme. Anzi, mischia le carte, tradisce, perché nonostante l’alimentazione scorretta, Bobby continua a raggiungere facilmente ogni obiettivo che si prefigge. Vola in pista, senza sapere che si sta autodistruggendo.

“Aggiungete questo sovrallenamento al mio corpo sottoalimentato – scrive ancora nella lettera aperta – e la risposta all’equazione è l’amenorrea. All’età di sedici anni i miei genitori erano estremamente preoccupati che non avessi mai avuto le mestruazioni, mentre io lo vivevo come un vantaggio nell’atletica: sapevo che avere un basso grasso corporeo avrebbe significato poter perdere il ciclo, ma vedevo solo il vantaggio per la prestazione sportiva”. I medici consultati collegano l’assenza di mestruazioni allo sviluppo fisico ritardato, spiegando che con il tempo il problema si risolverà da solo. Insomma, nulla di cui preoccuparsi ripetono ai genitori di Bobby. “Ma in realtà si era incastrato ogni pezzo del puzzle che compone l’osteoporosi: over-training, sotto-alimentazione e assenza di ciclo. Come dire: tutto esaurito”.

Con il trasferimento all’università, la prima svolta “virtuosa”: Bobby riduce i volumi di allenamento e inizia una fase di preparazione più logica, più intelligente. Non nasconde più nulla al proprio allenatore, guarda e si ispira all’atteggiamento degli altri atleti più maturi. Ma è un ravvedimento tardivo. Durante la pausa agonistica di fine stagione, accade l’incredibile: Bobby si frattura un piede semplicemente nuotando! “Da quel giorno in poi la mia piccola vita perfetta ha avuto una svolta drammatica. Sento ancora la fitta allo stomaco quando penso al giorno in cui ho aperto la busta con il referto delle mie analisi: ‘Osteoporosi’, tutto ciò che riuscivo a vedere era quella parola”. Inizia il tunnel delle fratture da stress e di quelle complete, della terapia ormonale sostitutiva che provocando il ciclo mensile dovrebbe consentire lo sviluppo della densità ossea. Un tunnel con a fianco i genitori, il medico, l’allenatore, il fisioterapista.

La galleria è ancora buia e lunga, ma almeno laggiù si intravede uno spiraglio di luce. Sufficiente, comunque, a far brillare le parole della lettera aperta di Bobby: “L’ho scritta come una dodicenne che aveva un sogno, una ragazza con una passione travolgente per la corsa, una ragazza che non vuole che alcun altro atleta passi più attraverso questa tortura fisica ed emotiva. Quindi, per favore, liberiamoci dall’atteggiamento ‘non succederà a me’ e iniziamo a fare ciò che è giusto per i nostri corpi. Facciamo in modo che io sia l’ultima runner ad essere ‘quella ragazza’ “.

Repubblica.it



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