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Gianmarco Tamberi su “La Stampa”: “Il mondiale è il mio progetto diabolico ma non sono un superuomo”

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Riportiamo una bella intervista a firma di GIULIA ZONCA apparsa poco fa sul sito de LA STAMPA realizzata a Gianmarco Tamberi che parla del  suo futuro anche in vista dei mondiali di Londra:

L’asticella è piazzata altissima, «uno dei miei progetti diabolici»: Gianmarco Tamberi è reduce da un anno di attesa e tormenti, due operazioni alla caviglia sopra cui salta e la paura di non tornare come prima. Si è appena rimesso a gareggiare. Tra 4 giorni torna in pedana, a Ostrava, ma lui ad agosto vuole essere ai Mondiali e non per fare presenza.

 Ha abbandonato la prudenza?

«No, è quasi un’idea assurda, si vede che è mia. Ho investito tanto, ogni giorno ha avuto il suo rischio, ma ho tirato, tenuto, insistito. Dieta rigida, mental coach, sacrifici… Tutto questo doveva avere una finalità o sarei impazzito».

Non è stato snervante Essere pronto anche da fermo?

«Mi sono sfinito, poi ho capito che dovevo mettere un punto e ho saltato in una garetta a San Marino, con 12 persone intorno».

E ha postato una foto di pianto. Uno sfogo pubblico.

«Venti minuti di pianto disperato per essere precisi. Camminavo avanti e indietro come un matto e mi tornava tutto in circolo: il dolore, le stampelle, i dubbi… buttare tutti quei chili su una caviglia che ti hanno aperto due volte… planare dall’altra parte è stata una liberazione. Era solo 2,18 metri, è stata una vertigine. Lo consiglio a chiunque si sia fatto male: sceglietevi una gara regionale anonima, portateci le persone che vi sono state vicino, vivetelo come un rito di passaggio. Alleggerisce».

E ora che succede?

«Proseguo con il progetto diabolico, un mondiale da affrontare solo se posso saltare oltre i 2,30».

Ogni alto e basso è condiviso via social. Non le fa paura?

«Sono così. Nel bene e nel male e non mi interessa far vedere solo la mia parte forte. È il limite dello sport attuale: i campioni vogliono farsi passare per superuomini. In effetti esistono quelli a cui riescono risultati straordinari, ma se togli agli atleti quattro punti di riferimento è la fine, siamo più fragili degli altri. Mi piacciono quelli che vincono e sanno lasciarsi andare».

Per esempio?

«Il mio amico Paltrinieri. Un altro senza filtri, copyright suo. Non trattiene le emozioni. Se vuole spaccare tutto e invece la gara finisce così così, ammette di essere deluso. Il politicamente corretto strozza le emozioni. Basta anche fingersi umili a tutti costi, scelta che per altro fanno spesso i più tronfi».

Paltrinieri ormai è suo amico. Citi uno sportivo senza filtro che non conosce.

«Ivan Zaytsev, l’ho visto ai Giochi e non so neanche come funziona la pallavolo però so riconoscere un leader. La squadra lo segue proprio perché riesce a essere se stesso. Un pilastro perché credibile».

Il nome di uno sportivo finto?

«Non si tratta di falsità ma di preferire una maschera per correre meno rischi. Certi miei colleghi saltano 2,40 senza scomporsi un secondo, senza guardare il pubblico. Poi esci a bere con loro e sono delle altre persone, simpatici, brillanti ma in pedana non è uscito nulla. Fate vedere chi siete, la personalità fa parte del risultato».

È andato alle Olimpiadi da spettatore. Non si è esposto troppo?

«Ho scelto di getto. Mi sono logorato, adesso ci ripenserei cento volte anche se alla fine ci andrei. Pure lì, piangere davanti alla gara dove avrei dovuto essere protagonista è stato utile. Ho dato un cazzotto in faccia all’opportunità persa invece di tenermi il rimpianto in spalla. Prima di farmi male non avrei mai pensato di avere tanta forza».

Adesso la usa?

«Avevo costruito la tecnica del mio salto come un muro, un mattone alla volta, prima delle Olimpiadi mancava giusto un ritocco. Ora è venuto giù tutto. Ricostruisco per questi Mondiali, per Tokyo 2020. Vedremo. Dipende dai mattoni rimasti intatti».

Le prossime Olimpiadi aprono a nuovi sport: arrampicata, staffette miste, skateboard. Condivide?

«È un problema perché col basket tre contro tre potrei cambiare specialità. Scherzi a parte, mi fa tristezza chi invoca il rispetto delle tradizioni, vanno preservate se sono vive».

Quindi fa una squadra con Paltrinieri di basket a tre?

«Lui non sa giocare. No, non possiamo fare tutto insieme, già è nata questa affinità elettiva: mi sento un privilegiato a potermi confrontare con lui».

Avrà un difetto.

«Sì nell’Nba tifa per New York, comunque non la pensiamo sempre allo stesso modo, solo che viviamo in modo simile».

Ora non si allena più da solo con suo padre. C’è Alessia Trost, promessa azzurra, talento in crisi. Come la vede?

«Sono felice sia con noi, spero che si dia il tempo che serve. Ha cambiato metodo, fisicamente ha già le risposte che cercava tecnicamente no. Dovrà resistere alla frustrazione».

A proposito di frustrazione. Come si vive sempre a dieta?

«Perennemente in tentazione, è la parte più faticosa. Devo controllarmi così a lungo che quando sgarro mangio tanta Nutella quanta agli altri basta per un anno. Con il gelato uguale».

Se fosse Donnarumma che farebbe?

«Temo di non sapere di che si parla. Mi dia un attimo, mi aggiorno via internet…»

Cosa ha scoperto?

«Riassumo: è diventato un caso perché anche se ha solo 18 anni ha saputo conquistarsi l’affetto dei tifosi, è diventato bandiera. E poi si è scatenato il putiferio. Giusto? Scusi l’ignoranza calcistica».

Peserà questo fattore bandiera?

«Si abbina al fattore tempo. Totti è stato una bandiera, forse non si può chiedere a un diciottenne di esserlo. Magari lo diventerà».

Lei non può cambiare maglia, ma si sente bandiera?

«Sarebbe troppo per quello che ho fatto fino a qui. Di certo sono orgoglioso della maglia azzurra e non la scambierei con niente».

Ha votato alle amministrative?

«No, sto alla larga dalla politica».

In Parlamento discutono lo ius soli, lei vive in una nazionale multietnica.

«Vede che faccio bene a stare lontano dalla politica? Stanno ancora a discutere di chi è nato qui, magari si allena qui, gareggia qui, è figlio del nostro sistema e non ha il permesso di stare in nazionale. È ora di andare avanti».



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