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Il balletto delle riforme istituzionali

Seguo il dibattito politico italiano da molto tempo e, di conseguenza, non mi illudo di fronte al Progetto presentato da Alfano e Berlusconi per una riforma della nostra architettura costituzionale. Negli ultimi decenni, infatti, sono stati avviati numerosi tentativi, più o meno seri, di ripensamento dell'ordinamento Della Repubblica, con lo scopo di renderlo più moderno ed agevolare l'espletamento della funzione politico-amministrativa. In Italia c'è sempre il sospetto, peraltro fondato, che si parli di tutto e si proponga tutto pur di non cambiare nulla in senso concreto. I fatti, purtroppo, non possono che confermare questo triste punto di vista. Negli ultimi vent'anni, infatti, le poche modifiche apportate alla Costituzione non hanno che appesantito l'architettura dello Stato, oppure hanno cagionato un oggettivo aumento della spesa pubblica senza realizzare dei vantaggi. Mi riferisco, ad esempio, al federalismo annacquato approvato nel 2001 o, ancora peggio, all'istituzione delle circoscrizioni estere che hanno rallentato e reso più costosa la macchina parlamentare. Riguardo alla forma di governo, dagli anni Novanta ad oggi si è detto tutto ed il contrario di tutto e, come per quasi ogni argomento, la classe politica si è suddivisa tra bianchi e neri, generando scontri che non hanno condotto a nulla. Per quasi vent'anni, infatti, si è discusso invano sull'opportunità di adottare un modello istituzionale simile a quello tedesco piuttosto che ispirarsi al sistema francese. Pur essendo un convinto sostenitore della bontà del semipresidenzialismo alla francese, mi duole rilevare come Berlusconi ed il PdL abbiano tenuto una linea alquanto contraddittoria. Ricordo bene che, sul finire degli anni Novanta, operò una Commissione bicamerale che, sotto la presidenza di D'Alema, aveva predisposto un ottimo progetto di riforma costituzionale in senso semipresidenziale, che godeva del favore della maggioranza dell'allora arco parlamentare. Tale progetto, che sarebbe stato approvato facilmente ed in tempi brevi, fu archiviato proprio per la decisione di Berlusconi di interrompere la collaborazione in tal senso con gli altri partiti. Da allora, in Italia, non si è più parlato di semipresidenzialismo. Per circa quindici anni, infatti, è sembrato che il cosiddetto premierato alla tedesca dovesse essere il punto di arrivo del dibattito riformatore. Lo stesso Berlusconi si era fatto promotore di un progetto in tal senso che, tuttavia, venne respinto mediante referendum. L'atteggiamento altalenante di Berlusconi che, spalleggiato da Alfano, torna a sorpresa a riproporre un modello che aveva contribuito ad affossare in passato, rischia di cagionare delle polemiche che potrebbero condurre a non cogliere la portata innovativa derivante all'introduzione del sistema politico d'Oltralpe. Grazie al semipresidenzialismo, si arriverebbe al compimento del processo democratico italiano, attraverso l'elezione diretta del Capo dello Stato che, oltre a rispondere ai cittadini del proprio operato, avrebbe un ruolo di coordinamento nell'ambito del potere esecutivo. Il sistema elettorale a doppio turno, poi, garantirebbe quella stabilità che il nostro Paese cerca da tempo e di cui ha effettivamente bisogno. Riguardo ai rapporti tra Presidente della Repubblica, Governo e Parlamento, inoltre, si avrebbero maggiori garanzie di trasparenza e di democrazia, perché ci sarebbe un più forte controllo del primo sull'operato del secondo che, comunque, dovrebbe sempre rispecchiare l'orientamento politico espresso dal terzo. E' già stato osservato, da più parti, che non ci sono i tempi tecnici necessari per realizzare il progetto di riforma e per garantirne l'approvazione da parte delle Camere. Di conseguenza, è probabile che soltanto dalla prossima Legislatura si potrà discutere di nuove prospettive di modifica dell'ordinamento della Repubblica. Nel frattempo, potrà accadere di tutto ed i numeri che usciranno dalle prossime elezioni potranno provocare improvvise conversioni dei politici circa la propria preferenza sui modelli istituzionali, cagionando nuovi scontri e, in buona sostanza, nessun risultato concreto, fatta eccezione per un accrescimento del livello di sfiducia dei cittadini verso i partiti.


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