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Il barbone e la paura della povertà.

 

 

 

 

Il primo post del 2011 nasce in maniera del tutto casuale, quindi vuole allontanarsi dalla solita retorica natalizia sui clochard, avrei potuto scriverlo in qualsiasi momento. Sto preparando un pezzo sulla crisi perpetua europea e mondiale quando m’imbatto nel pezzo pubblicato da Rosa in “Eliotropo” Le storie invisibili della Milano povera.

Vi sono delle riflessioni interessanti tra cui quella che io definirei “razzismo della povertà”: in cui si asserisce che il razzismo non dipenda più tanto da questioni di pelle, lingua o tradizioni differenti, quanto dal demone dell’essere poveri e ultimi in questo mondo.

Il barbone sarebbe in fondo nient’altro che lo specchio di ciò che saremo noi senza il nostro lavoro o la nostra famiglia che ci sostiene.

La domanda successiva che viene quasi spontanea è la seguente: perché nel nostro ricco mondo c’è tanta paura della povertà? Non siamo forse la società dell’abbondanza?

La risposta è fin troppo semplice: finire poveri, diventare “ultimi”, nel nostro fatato regno dell’abbondanza, non è diventato poi così difficile, anzi è un attimo; basta perdere quella certezza dell’alzarsi ogni giorno la mattina per recarsi in ufficio, basta che l’attività cui si affidano piccoli e medi imprenditori conosca un periodo nero, abbastanza lungo da non permettere di ripagare i debiti o contrarre nuovi prestiti per rifornire l’attività.

Tempo fa ascoltai l’intervista a una negoziante di questo ricco nord, apparteneva alla medio borghesia (stava abbastanza agiata insomma), ebbene dopo un periodo di sfortuna nera, si ritrovò a dover chiudere battenti e cominciò a dormire in macchina con sua figlia, di colpo era piombata nella condizione di nullatenente, di colpo era diventata ultima fra gli ultimi, perdendo non solo la sua condizione d’agiatezza ma ovviamente buona parte delle sue relazioni sociali e dei suoi rapporti d’”amicizia”.

La gente fugge dalla povertà, fugge come si faceva con gli appestati: forse è contagiosa.

Al moderno Yuppie e al vecchio arrivato, fa specie la povertà. Lui Che si muove nella società dell’immagine, lui che è specchio luminoso della cultura della visibilità, lui che è levigato di mocassini in pelle, di giacche ben inamidate, lui che di professione scala, lui che per vocazione prende e divora, lui, la povertà la vede come una bava, un vomito che non deve azzardarsi a sfiorarlo.

E poi ci sono quelli che non sono per niente yuppie, ma che vorrebbero essere yuppie, che ammirano la  fresca lucentezza del nero metallizzato di un suv, che sognano quella fetta di potere da cravatta, quello stesso senso di potenza e di sicurezza, forse perché almeno a pensarla, la ricchezza, ci si sente più forti, ci si allontana da quel senso di povertà incombente.

Ma anche quelli che perduto il loro lavoro, con un mutuo che preme inesorabile e con diverse bocche da sfamare, non c’è la fanno più, la guardano dall’alto del davanzale, la bava della povertà, la bava che scorre verso di loro e decidono di gettarsi, di porre fine alla loro esistenza.

Non è un caso che nella nostra civiltà la parola “sfigato” e la parola “vincente” abbiano acquisito una forza inusitata. Non le ho mai accettate, perché accettarle significa accettare il modello culturale, in parte di derivazione americana e oramai praticamente globalizzato, del nostro barbaro vivere attuale.

Ma che razza di mondo è questo, dove chi è triste non può mostrarsi triste perché qualcuno per forza ti dice sorridi e non abbatterti, che razza di mondo è questo, che devi essere sempre al massimo, o meglio mostrarti sempre al massimo perché nessuno deve dubitare che tu sia un vincente e non uno sfigato che presto o tardi finirà sotto le ruote dell’ingranaggio sociale.

Che mondo è un mondo dove tutti si guardano torvi  negli occhi per “misurarsi”, a vicenda, dove sono arrivati e dove arriveranno (parafrasando ancora Francesco Zaffuto).

Che mondo è, un mondo dove gli ultimi, i poveri, vengono abbandonati all’indifferenza, alla violenza, alla morte per gelo e fame, per paura che contagino i germi della loro malattia: “la povertà”.

Può dirsi civile una società del genere, come si chiede Roberto nel suo blog "Vivere senza fissa dimora", che lui clochard lo è per davvero. E lo dice, chiaro e tondo, che a qualcuno forse conviene che i clochard restino tali, perché c’è un giro di soldi mica male, ci sono tanti squali che ci mangiano su questa carità.

La risposta è chiara. E la sappiamo tutti.

Ma attenzione, come abbiamo detto in questo inizio d’articolo, come molti di noi sanno bene, finire poveri e ultimi, è davvero questione d’un attimo: in America, nel luogo del “sogno”, si calcola che vi siano oramai almeno 40 milioni di poveri, di gente che riesce a malapena a fare un pasto al giorno

Può essere fra non molte albe che ci svegliamo infreddoliti d’inverno, con una coperta appena a coprirci, una fontanella per levarci la cispa, e con lo stomaco che bercia per i morsi della fame, ritrovarci a “fare colletta” per metropolitane e vie della città, con gli sguardi della gente addosso (o peggio i non sguardi) e i “velenosi” commenti dei poliziotti. 

Chissà, a sollevare anche solo per un attimo gli occhi, quanti amici ci staranno intorno in quel momento, e quanti invece si saranno dileguati facendo finta di non averci mai conosciuto: si accettano scommesse.

Davide.



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