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I martiri dell'Italia che fatica

@ Futuriblepassato | Luca Tittoni. Di fronte allo schermo prima del solito. Brevi ritagli di tempo e l'attenzione si posa su questo articolo a firma di Luigi la Spina pubblicato su La Stampa. Ne riporto uno stralcio sotto.
Un'ampia riflesisone di quanto accaduto ieri a Milano ma che sa anche andare oltre. È  un maggio al pendolarismo, al rispetto del lavoro in un contesto economico a tratti folle e logorante. Un grido che è un invito al silenzio e all'azione.
Buona lettura.

La tragedia di una realtà quotidiana, cruda e inaccettabile, piomba e scuote un’Italia disgustata dalla falsità di una campagna elettorale piena di vane promesse e di vecchi rancori. Come a scavare un baratro di insensatezza tra la pesante fatica di tante mattine, buie e fredde, stretti su vecchi e affollati treni e le nostre sere, dove inutili parole si sprecano sugli schermi delle tv. E nemmeno davanti ai morti e ai moribondi si ferma il vergognoso rimpallo di responsabilità, disperato e sciocco tentativo di approfittare di morti e moribondi per guadagnare un piccolo pacchetto di voti.  
Risparmi sulla manutenzione, usura dei mezzi, trascuratezza nei controlli, errore umano. Sarà dovere della magistratura, naturalmente, accertare le cause del disastro ferroviario alla periferia di Milano e punire i colpevoli. Ma la pietà e la commozione per le vite interrotte all’alba di quella che doveva esser solo una giornata di lavoro devono toccare anche le altre esistenze, Troppo dimenticate. Quelle di chi lega il sonno interrotto del mattino a quello incombente della sera, perché non si può permettere il costo di una casa vicina alla sede della fabbrica, dell’ufficio, del negozio, dell’università.
Vite disperse nella febbrile ansia per il solito ritardo, per il solito rabbuffo del capo e, magari, per la minaccia di un licenziamento. Ore e ore di fatica in più, senza alcuna ricompensa, se non il frettoloso saluto del consueto compagno di viaggio. Qualche volta conforto di una parola amica, qualche volta noioso rituale di reciproci lamenti.  
Quando tragedie come queste squarciano di verità le rappresentazioni illusorie che facciamo di noi stessi, delle nostre esistenze, avvertiamo come siano false persino le certezze rassicuranti su cui abbiamo coltivato stupidi orgogli, stupidi confronti, stupide speranze. Quelle, ad esempio, di un pezzo d’Italia dove la modernità, l’evoluzione tecnologica, la ricchezza del territorio, la competenza professionale escludono catastrofi ferroviarie ammissibili, con qualche ipocrita compatimento, solo in qualche sperduta zona del nostro profondo Meridione. 

Quel Nord, troppo compiaciuto dei suoi successi per badare a chi non solo non ne gode i vantaggi, ma non è neanche in grado di vederli, perché i finestrini dei treni, nelle mattine d’inverno, sono sempre appannati. Quel Nord che troppo spesso si vanta di trainare il resto del Paese, ma non riesce a trainare tutti i suoi pendolari alle soglie del posto di lavoro. Quel Nord, troppo occupato di mirarsi allo specchio per poter guardarsi intorno. Invece no. 
Articolo interamente leggibile a questo link.
Fonte foto, Huffingtonpost.


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