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Per l’amore e la passione – Poema in 7 quadri per Diana Curri

Per l’amore e la passione

Poema in 7 quadri per Diana Curri

Iannozzi Giuseppe

Diana Curri

Diana Curri

Con infinito amore a Diana Curri,
unica donna che abbia mai compreso
la bellezza di essere per essere in due

I.

Ma se per lunghe e oscure valli
il piè mio scalzo ha calcato
sempre viete Fiere incontrando,
di colpo s’è arrestato il passo,
non per sbadataggine o timore;
vuoto d’ogni speranza oramai,
come chi solo per secoli
occhi bassi i libri ha studiato
per capire chi cosa e perché,
per immensa improvvisa luce
gl’occhi miei tosto al core
han comandato delle vili ombre
di spogliarsi.

Saltando un battito di tempo
e un altro in petto il core,
alto il Sole svegliava me
per mostrare all’uomo Lei,
il largo muliebre suo sorriso
mentre un tepido gentil vento
le bionde sue ciocche carezzava
non risparmiando le spalle belle
più del vergine latte bianche.

Subito han così taciuto in cielo
angeli e dèi, e del Creato tutto
le più nobili alate creature;
mai sì angelicata delizia vidi
e in ginocchio di fronte a Lei
cadea io muto, d’amor tremante,
incredulo quasi che la fronte mia,
dopo immani corse e vani affanni,
fosse stata infine baciata
da quella timida celeste fortuna,
che neanche un Dio vero o no,
nei cieli da lui medesimo creati,
avrebbe mai osato per sé di pensare.

II.

La osservava io rapito e istupidito:
se tante le parole che dall’età bambina
la lingua mia la ferirono e la tagliarono
per versar sui magri miei versi altri versi,
or la gola m’era arsa, incapace di dire,
di descrivere quel ch’io vedea.
Illusione? Non aveva dunque ragione
il sommo Bardo che sol ieri cantava
che di più sono le cose in cielo,
ché in Terra, per chissà quale miracolo,
avea io scoperto bellezza senza pari,
bellezza sì pura da far impallidire
di gelosia Sole e Luna al loro incontro.

Non v’era per me dubbio alcuno
che il sentimento mio sì a lungo
nel petto conchiuso, tendeva ora
a esplodere anche se esplodere,
come, non l’aveva intuito ancora.
Banale alla fine sol la lingua seppe
dimandare alla Bella quale il suo nome;
e con un pigolio appena rispose Lei.
Il nome suo di Dea senza pari,
nel cavo della bocca
ben bene lo impastai,
in punta di lingua lo feci rotolare
gustando consonanti e vocali;
e più l’amato nome ripetea io
più forte dentro al petto
il foco l’alma mi bruciava,
presto per Lei sciogliendomi
in indicibile tenerezza.

“Diana, Diana, Diana…” sol dicea.
Dir non so che abbia di me Lei pensato,
ma la malia da Lei a me inferta
troppo forte era perché potessi così,
da un momento all’altro,
con un fil di ragione compensarla.

“Qui et ora veggio realtà o fantasia?”
Ma subito che proferii m’accorsi
d’aver dall’inizio tutto sbagliato,
ché una simil domanda, stupida davvero,
ben era al di sotto della regalità
cui era io sottoposto. Ciononostante
non volle Ella, per troppa bontà d’animo,
dar peso alla stupida mia retorica.

III.

“Signore, se agl’occhi non credete,
sfioratemi allora, con un bacio o due!
Vi prego, alzatevi ora: non restate
in ginocchio adorante e tremante.
Son io una persona normale…”.
Segno allora le feci io di tacere
lasciando dalla mia bocca sgorgare
ubriaco fiume di parole, che, ahimè,
non ricordo; rammento però
il sentimento che mi mosse
e quanto allegra la sua intensità,
e forse è questo abbastanza.
Di scollar da terra il ginocchio
non mi riusciva; fu così che Lei,
il mento pizzicandomi fra le dita,
in alto riportò la mia statura
perché gl’occhi miei potessi
finalmente nei suoi annegare.
E la sfiorai; e la baciai, piano,
timoroso quasi di sfiorirla.
Per Dio, sì il labiale suo turgore
fra le mie labbra appieno lo colsi.

IV.

Per un istante, per uno appena,
per me lungo quanto l’Eternità,
muta Ella rimase, temetti così
d’averla offesa; senza pensarci su,
colpevole, ai suoi piedi caddi veloce
il capo fra le mani reggendomi,
sicuro che presto divina punizione
m’avrebbe raccolto per sicura fine.
“Perché questo, perché mai?”
Non osando di levar lo sguardo,
sol mugolai non so bene cosa;
il senso era però chiaro e netto,
di questo son ancor oggi certo.
Dall’istinto guidato presi allora
a baciar prima la terra acerba,
poi i nudi suoi piedi; e più li baciavo,
più il desio di morir così m’era lieto.

V.

Non udendo nell’intorno
d’una foglia il minimo fruscio,
imperterrito continuai,
e continuai fino a vuotar
i polmoni fino allo sfinimento.
E seppur in grave difetto d’aria
le caviglie snelle di cerbiatta
e i rosei malleoli di Lei Diana,
m’ostinai con ardore a baciare,
ad adorare come in preghiera,
felice ché morte migliore,
poco ma sicuro, uomo
non avrebbe potuto desiderare.

VI.

Il capo triste in grembo a sé
Ella dunque mi raccolse
all’orecchio sussurrandomi
quelle parole sottili e gentili
che ogni amante vorrebbe sentire
per farne tesoro negl’anni a venire:
“Non la tua morte desidero, uomo.
Sol desidero non esser più qui,
da sola; sol desidero di viverti
perché sì, lo sento, come me
del tempo hai accusato il peso,
giorno dopo giorno scoprendo
che non v’è eternità possibile,
che non v’è vita che valga il conio
se non insieme spogliandola”.

VII.

Fu così che più non furono
oscuri i monti e le valli,
né i cieli più li vedemmo
precipitar addosso a noi.
M’accolse Lei nel suo giardino
perché insieme, mano nella mano,
si potesse finalmente godere
della vita i frutti tutti,
senza vergogna o peccato,
senza la tema d’esser soli,
d’esser domani giudicati
per quell’umana sensibilità
– ai più ignota – dentro
alle nostre anime gemelle
raccolta.


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