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NON SIAMO STELLE DEL CINEMA

NON SIAMO STELLE DEL CINEMA

Altre storie riviste e corrette

Iannozzi Giuseppe

sophia-loren

MIA BELLA CIOCIARA

Mia bella ciociara
più non mi chiedi
se vedo,
se nudo vivo
o in braccio a sorella Morte.
Ma che importa?
…che importa
se la farfalla di mia gioventù
è caduta giù
proprio quando alto il sole
spandeva luce
su quei prati in fiore
che un dì non lontano
mi graffiarono le terga
di ragazzo innamorato.

Core de Roma,
pure tu sei cambiato,
o son solo io
che non ti riconosco più.
Il mio vecchio però ancora
mi racconta di quand’eri
sotto la pressione del fascio,
e le donne eran qualcosa
per cui valeva la pena
di morire
tant’erano belle e schiette.

CAPINERA

Capinera, perché più non voli,
perché più non becchi le mie mani?
Forse perché han forgia di vanni?
Ma anche se negl’occhi sta la luce
dell’aguglia, in petto batte il core
misero di chi disperato vagola
pei Setti Cieli plorando che strale
presto lo fulmini e ponga così fine
a un’esistenza che ogni gioia
ha perso!

Ma tu, tu piangi e ridi…

Dunque tu m’ami e non per pietà!
Tu m’ami d’un amor puro,
per amplesso e gaudio dell’alma
O, quale desio nutro dì dopo dì
Capinera mia bella, tu non sai
né oso dirne qui, ora: chiunque
potrebbe pensarmi indemoniato
di smania impudente; eppur come,
come resister al dolce richiamo
di quelle tue labbra sì lievi
che delle fragole più rosse
e vergini han su il sapore?

Tu m’ami dunque! Tu m’ami
per la vita! Niuna ombra di dileggio
nel tuo sospirar guatando l’alba
appena nata eppur di già rappresa
sul limine dei sogni a occhi aperti
Così anch’io t’amo e t’amo
con quel fiato che i poeti soffrono
quando scorgono che Poesia
a ogni verso vergato sulla carta
si fa di pudor carnale

PER UNA LACRIMA DI DONNA

Donna triste, son le tue lacrime
ad alto contenuto alcolico;
Dio, vedendo la pena sul tuo viso,
con una carezza il dolore ti nettò,
e un secondo dopo la mano si leccò
per cadere in ferale delirio tremens
trapassando coll’enorme corpo morto
tutt’e sette i cieli e le nuvole
fino a toccare del centro la Terra
sorprendendo persino quel diavolo
annoiato che, a dispetto di tutto,
ancor si chiama Belzebù.
Per un gesto di pietà su una donna
è morto Dio come chiunque muore:
per sempre dannato dall’Amore,
alla corruzione del tempo esposto.

NON FU ABBASTANZA UNO

Non fu abbastanza un amante,
il suo cuore e tutta la sua povertà
Ne volesti a te accanto altri cento,
uno diverso per ogni santa notte
Ti donasti loro con pena e voluttà
Ma all’alba uno a uno fuori dal letto,
di nuovo raminghi per chiese e città
in cerca d’un’altra suora di carità

PER UNA FARFALLA

Mi lasciò al mattino d’un giorno qualunque
Giù in paese sorridevano, già sapevano
Il parroco m’invitò a confessarmi, il barista
invece, più accorto, mi offrì un bicchiere forte
Sbronzo ma non allegro passai di fronte
alla bottega della sartina che mi segnò col dito:
“Ti disperi? Quella è stata con chiunque
tranne che con te… tranne che con te…”
Aveva ragione, ma la rabbia in me montava,
il veleno nelle viscere s’accumulava minuto
dopo minuto; fu così che presi la decisione
di darle una lezione come si conviene…
Ma prima che potessi trascinarla per i capelli
in piazza, una farfalla mi volò davanti agl’occhi::
bastò perché il piede mettessi in fallo
su una merda fresca di cane, sbattendo forte
il capo sul nero catrame, colorandolo per sempre
con l’inutilità del rosso mio sangue

RAGAZZA MIA

Ragazza mia, una gatta sei
Egoista sotto al sole te ne stai
Non vieni mai colla pioggia
a riscaldare i vuoti miei dì
Col bel tempo veloce scappi via
e con te, con te porti via
quel poco di gioia
che per un momento fu mia
Ti strinsi a me un secondo
per subito perderti, per sempre
Non nel core però che ancor
forte batte nel ricordo di te

LA PREGHIERA DEL JOKER

Guarda,
guarda che hai fatto?
Il trucco sfatto
gocciolante in lacrime
lungo il viso
ancora dal cerone invaso
Non c’è redenzione
per un Joker qual io sono:
del Destino son io l’artefice
e la vittima assoluta
Prova a chiedere un po’ in giro
se non è vero – prova! -,
e all’orecchio ti giungeranno
grottesche risate
che persino Thanatos
ne avrebbe subito orrore,
lui che da sempre figlio
di Erebo e Astrèa
mai ha avuto a cuore
una preghiera

Guarda,
guarda adesso Chi sono:
uno che cammina lento e veloce
con la scimmia sulla schiena,
con il ghigno in faccia
e il nero che scorre
lungo le vene
senza mai consumarle
sino in fondo

Guardami adesso
che la notte ha invocato
il mio nome ma non invano;
dalla mia bocca aperta
alle ferali consegne del Male
inverecondi serpenti nascono
a ogni secondo,
e il tosco diffondono
per più mortali pazzie
in quelle frali carni
che non saprebbero d’essere
senza la cotidiàna dose

Guarda,
guardami adesso
e comprenderai
che non poteva finire
in modo diverso
Ma non mostrar pietà
e la risata seppellisci pure
insieme alla mia

GUARDATI LE SPALLE

In questo giorno di pioggia
i tuoi passi seguono le mie scarpe

I giardini pensili di Babilonia
Che gioia la vecchia 500…!
Abbiamo così tanto da dirci
e la notte tarda a venire

Quei tuoi sguardi come fanali
Il solito comizio politico,
non ce la fa più, scoppia in tv

Tempo di proteggere, di capire,
di guardarti le spalle sotto le stelle
per i tuoi adornos – marco stretto
Attiro i tuoi seni al mio petto

Il vecchio carosello senza cervello
Manca tutto eccetto il dopobarba
Manca tutto – marco stretto stretto

In questo giorno di pioggia
scrivo lettere d’amore e cambiali
– calamaio e penna del mio vecchio

Così funziona fra noi
Ma tu usa pure
la macchina per scrivere

NON È IL MIO CUORE

E dove sono io?
dove lo spazio infinito
che m’ebbe in sua gloria?
Ero una stella e in cielo brillavo, alto,
ma solo m’illudevo che così fosse
Ero uno sbadiglio
e dentro al petto soffocavo
Ero una risata
e fra le labbra della notte morivo

Dicesti un giorno: “Basta!”
La tua mano sulla mia bocca posasti
perché finalmente tacesse
e con essa anche l’alma mia disfatta
Delle mie false verità eri stanca;
più non sopportavi che mi dessi via
nelle fauci d’un cielo senza stelle
Per me eri triste perché
troppo spesso nell’Infinito mi perdevo
a contar mille finte stelle
che non splendevano se non di vanità,
e di tosse – eco lanciata
nel siderale freddo degl’affetti
Per me eri triste
perché da tempo ero già morto
e non me n’ero accorto io:
sol facevo conto di tornare a brillare
nella luce dei tuoi occhi
La speranza però già tutta s’era sepolta
dentro al petto mio stanco
come delfino di Atlantide arenato
e nella polvere della storia raccolto;
e questa realtà – in verità – la sapevo
anche se non la contemplavo

Gridasti un giorno:
“Non è il mio cuore!”
E soffocai finalmente io,
infinitamente
perché ero sbadiglio ammutinato
e solo ero capace di soffocarmi;
perché ero una risata strozzata
e solo fra le labbra della notte
capace ero di morire

E tu dove sei?
dov’è quello spazio infinito
che ti ha in sua eterna gloria?
Lì ti vorrei raggiungere
per sempre,
lì ti vorrei incontrare per ammirare
un’ultima volta la luce dei tuoi occhi belli,
dei tuoi occhi
che son mille stelle di verità
– pensando a te, pensando a te solamente

LUNA GITANA

Ho capito
Sei una zingara
Una con la testa fra le nuvole
e i piedi a danzare sulle braci
Sei una di quelle,
una che preferisce andare dappertutto
tranne in paradiso
L’ho capito
quando m’hai abbandonato
sulla Route 66
costringendomi ad alzare il pollice

Ho visto come schizzavi via
Pareva che avessi il diavolo ai piedi
Non c’era uomo che potesse stare al tuo passo
Sei passata veloce tra gl’Alberi degl’Impiccati
Hai donato loro un bacio d’addio ridendo
e da ogni tasca gl’hai cavato
una borsa di trenta danari appena
Però erano davvero in tanti
con la lingua viola di fuori,
e questo t’ha messo il buonumore addosso

Avrei dovuto capirlo subito
che non era la prima volta
Avrei dovuto stare attento
ai tuoi occhi verdi di foglia
e alle tue mani di anelli d’oro
Adesso è tardi, e il mondo
sta per scoppiare un’altra volta
I predicatori sono già scesi in strada
e ognuno di loro ha una verità
che ci salverà tutti uno per uno
Io però continuo a tenere alto il pollice
Credo che prima o poi qualche matto strafatto
mi caricherà su,
ed allora sarò di nuovo in pista

La prossima volta
che inciamperai nei miei piedi,
Luna gitana, sappilo sin d’ora che di te
io non avrò pietà alcuna:
mi prenderò il piacere che mi spetta
La prossima volta
non ti regalerò ori e argenti,
ma solo fresche rose
che durano un giorno intero
e basta

SEMBRAVA LA LUNA

Quel giorno veniva giù
come Dio comanda
Sembrava che il Cielo
dovesse precipitare
dentro alle nostre anime
bagnate e mute
Dal Luna Park un freak
vomitava baci di fuoco,
un altro ingoiava la Sacra Spada:
è proprio vero dunque
che se il Paradiso cade
gli Angeli stringono al seno
il Démone da sempre
in lor nascosto
Quanto, quanto vento
ti ha maltrattato i capelli
mentre tentavi l’abbozzo
d’un sorriso
– d’una malinconia d’amore
vecchia quanto l’argento
sulle mie tempie di poeta

Vana illusione fu
credere di poter
per un giorno almeno
spazzar via il Male,
la cenere ammonticchiata
sulle teste dei penitenti
Inganno la Rosa Rossa
strappata all’Eden:
la spina confitta rimane
nel cuore, più che mai
resistente a ogni battito

Rimaniamo così noi,
stretti stretti guatando
il sole crepuscolare
morboso sulla Ruota Panoramica
che gira e gira, quasi del tutto ignara
del dramma che qui dabbasso
è oramai pronto a tirar l’ultimo fiato

Ma tu, Luna, donami
l’incanto della Fine,
come al Cine
nei titoli di coda
seppellita
l’estrema carezza


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