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Il Poeta che pregavi nei giorni di tristezza

Il Poeta che pregavi nei giorni di tristezza

ANTOLOGIA VOL. 34

Iannozzi Giuseppe

beautiful woman

Il Poeta che pregavi

Non scorre più
buon sangue fra noi
Fossi stato quel Poeta
che tanto amavi pregare
nei giorni di tristezza
sarebbe stato dono per te

Per questo,
fra il detto
e il non detto,
sia la croce oggi
a suggellare i baci
non dati, e sia la pena
di ricordarti nuda
immersa nel peccato
dei tuoi lamenti

Baci proibiti

Amore proibito, proibito
Proibito scrivere baci in fondo,
fra le gambe e il pelo
là dove più delicata la pelle

Anche questa volta hai sfidato l’idea
che non dura quello che è sulla sabbia
Anche questa volta hai messo alla prova
la mia pazienza mandando tutto all’aria,
soffiando capricci sul Limite fissato

Mi invitasti a pentirmi,
a sentirmi parte d’una setta religiosa
perché desse un senso al vagabondare
delle mie stelle
Ti dissi che ero già andato nell’Oltre,
senza provar spavento o sgomento
Non ti piacque vedermi camminare sulle acque

Così adesso, da lontano, mi tieni sott’occhio
Chiedi di me e a tutti dici che sono un blasfemo
E io taccio continuando a fare quello
per cui sono venuto, batto la strada,
metto a soqquadro i Comandamenti,
senza posa scrivo e scrivo pensieri anali
per il Taccuino d’un vecchio sporcaccione

Brillo ubriaco

I lampioni, sparo ai lampioni
di notte, perché m’illuminano
sempre troppo quando sono buio in volto,
sempre troppo poco quando brillo ubriaco
come una stella.

Chi come me

credevo la strada perduta
ogni salita era solo una salita
così cadevo sempre più a fondo
in me stesso, e non in un altro amico

mi dicevano, “segui la tua strada!”
e l’ho seguita con una chiave e un campanello
da tutti evitato, ho preso a sassi le stelle

mi dicevano, “respira a fondo!”
e mi sono soffocato con le parole in bocca
nessuno ascoltava la lieta novella

credevo la strada perduta
ogni salita era solo una salita
e betlemme troppo lontana

credevo che dovevo smettere di credere
e così alla fine mi sono deciso
a lasciare la strada che dicevano essere la mia
ho deciso io quando mettere la parola fine

via l’oro l’incenso e la mirra, via anche
la chiave e il campanello dalla mio collo

sono arrivato nudo come una preghiera
e ho trovato un amico a stringere la mia mano
anche se stanca e debole

sono arrivato crudo come solo un uomo sa essere
e ho trovato chi come me a reggere la vita

Che sia luce, ora!

ho bisogno di un accendino
e di una luce che illumini
la punta della solitaria sigaretta
che pende fra le mie labbra

ho bisogno di una fiamma
che sia luce
che sia luce, ora!

non avresti dovuto portare via
con te l’accendino
ma per farti bella agli amici
dici che ancora mi vuoi bene

Occhi di cielo

Occhi dolci, occhi di cielo,
immensi come la smania che ho di te,
imperdibili come una festa di arcobaleni,
tu, un giorno, mi dicesti che m’amavi
tu – e non era tanto tempo fa – m’assicurasti
ch’ero l’unico che aveva fatto risplendere i tuoi occhi
E allora perché stasera mi sento così solo
e ogni lampione trova solo la mia ombra
annichilita in una pozzanghera di lacrime?
Perché solo ho voglia di fare a botte
con uno sconosciuto o con quel fanfarone di dio?
Non avresti dovuto abbandonarmi
proprio quando stavo cominciando a vivere di te
Sai che questo mai te lo potrò perdonare
Spero però che almeno tu potrai perdonarmi
se ancora ti canto e ti dico amore
mentre si fa cieca la luce dentro ai miei occhi

Dimenticare gli angeli

Soffierò dentro un dolce flauto
una melodia antica e una nuova
per non dimenticare che gli Angeli
ancora si tengono per mano
mentre da basso impazza la guerra
di chi si vuole forte e bello come Achille,
di chi invece vorrebbe far del mondo un finimondo
Ma noi che siamo mortali e semplici così
solo amiamo soffiare via le stanchezze del giorno
e nella notte almeno un poco riposare e amare

Il tuo bianco seno

Una mattina mi son svegliato
Ho trovato la neve attorno a me
Ho trovato il tuo bianco seno
e una rosa di sangue appuntata
sul mio petto
Sembrava strano
che potessi ancora respirare
Sembrava dolce
che non dovessi ancora morire

Attori rimaniamo

Sempre invalidi attori rimaniamo
seppur grandi e di più ci crediamo;
come un’invincibile sconfitta
si fa la nostra vita avanti
ma piegata, e piagata.

Sempre indarno ci interroghiamo
perché il mondo dal cuore amato
e dalla mente invece disprezzato;
solo fra i gorghi dell’Io remiamo.

Radio Mattina

Qui è Radio Mattina,
qui è pioggia sporca,
qui è sangue per sapone,
qui non si lava bene niente;
e la vita scivola in un tombino,
quello dell’Orizzonte
che non si vede né chiaro
né scuro. Qui è un brutto affare:
un infinito Niente, Ieri come Oggi.

Variazione sul solito tema

Aprirò questa porta
ma adesso;
fuggirò lontano
lontano
ma adesso;
leccherò le mie ferite
ma adesso.
Ma, Boia d’un Giuda,
proprio adesso
doveva esser occupato il cesso,
unico dove dove posso sfogar
l’amato solitario mio amplesso?

Fandango

Ho bisogno d’una pazzia che regga il mio passo
Ho bisogno d’un Fandango che sia totale sballo
Ho bisogno di chitarre nacchere e tamburelli
Ho bisogno d’innamorare questo cervello

Ho bisogno di correggere il piede caduto in fallo
Ho bisogno di metter su un bordello di cuori
Ho bisogno di qualcuno che questa sera sia fuori
come me, perché ho un sogno, Signorina mia
E non ha senso se Lei sol mi tiene compagnia
portando a spasso la sua assenza, la sua essenza

Vergine Barbaro

Come mela acerba
d’un’innocenza remota
vengo Vergine
come un Barbaro,
come un Barbaro che non sa
l’Amore, la sua casa
e quanti spiragli al vento
offerti ai sogni. Come un drogato
vengo vergine: ti racconterò
della Verga d’Aronne,
ti dirò quante mura sono crollate
in questi tempi bastardi;
ti leggerò la mano di Giasone
come fosse la mia. Poi, prenderò
il Barbaro che è in me,
e alto leverò il calice
perché le nostre labbra,
come lagrime in comunione,
possano suggere il Bello e il Brutto,
tutta la verginità che racchiudono.

Come vento di libertà
costringerò il mio sorriso
ad arrendersi al tuo:
le catene della mortalità
saranno il frutto migliore,
la gratitudine che mi darai
per la tua supposta verginità.
Per il Barbaro Vergine
che hai amato quando
tu, Angela, ancora non eri
in quest’èra nata.

20

E i tuoi vent’anni
andati
nella confusione
dei tuoi tanti amanti
e nei loro canti.

E non sapere
chi è amore.

Graffio

Non furono malvagie le intenzioni,
solo le convinzioni. E mi graffiasti.

Come sempre

Come un assassino,
oggi a farti i conti
è il destino.

Come un vestito
lo indosserai;
ti dirai insoddisfatta,
come sempre del resto.

Colpa e Fede

dio non creò gli Uomini,
ma gli Uomini crearono dio
perché avevano bisogno
d’una Fede
che potesse raccogliere
l’umana Colpa,
i graffi e la pelle lacerata.

Tutto di te

Se ti spogli,
dammi l’anima
Se ti metti a nudo,
dammi sesso

Se entri
nel mio letto,
dammi amore
vaginale e anale

Non darmi mai
la bianchezza
delle bugie
– delle paure

Non credere

Non credere di offrirmi Paradisi
o Inferni
che non abbia già esplorato
Conosco le smanie della carne
e ancor meglio quelle dell’anima
Conosco il vizio e la sua natura
e so che hai seppellito la carne,
e so che hai preferito la plastica

Non credere di essere Libertà
o Schiavitù
che non abbia già sperimentato
Non credere di darmi Necessità
o Convenienza
So tutto, tutto come un moscone
su un pesce morto, su una merda
e su un fiore

La mia Parigi

Voi pensate ai cuori spezzati,
io a quelli che non sono più
Voi pensate a certi tradimenti consumati,
io a due dita di burro per un ultimo tango
Voi vivete per la tranquillità,
io per le donne e altre amenità

Sono Sempre Stato Avanti a voi
leggendo Tex Willer e Hugo Pratt

Voi vivete per un’emozione al cinema,
io per un po’ di sesso proibito
Voi vi date alla censura e ai roghi,
io penso a come pizzicare un culo sodo
Voi vi date in pasto alla filosofia,
io penso a come essere più di Cesare

Sono sempre stato avanti a voi
ascoltando poveri diavoli e saggi

Voi vivete per l’elettronica,
io per un Buddha di legno e un violino
Voi vivete spulciando nel portafogli,
io mi do da fare quel poco che basta
Voi nel fango rubate perle ai porci,
io penso a portare avanti il mio tango

Voi vivete per la tranquillità,
io per le donne e la percezione
perché sono sempre stato avanti a voi
tirando su dal niente la mia Parigi

Alla vita la vita

Dovrei metter ordine
nella mia vita,
guardare avanti,
o indietro,
tirare un sasso
nell’acqua
ma che sia piatto
perché
mi restituisca almeno
sette rimbalzi.
Dovrei metter ordine
al fiume
e alla sua impetuosità
uguale a quella del sangue;
o come Tom Sawyer fare
una pernacchia
o una rivoluzione
che sia eco da qui
al Domani.

Dovrei far piazza pulita,
usare un po’ di tatto,
stare anche attento
al fatto del giorno
e al cazzo in culo il giorno dopo,
perché non si viene inculati mai
abbastanza.

Dovrei cospargermi il capo di cenere,
accettare la sconfitta e dirla leggera,
e poi seguire la pista come una volpe
o come un lupo,
e pensare che c’è Narciso
e che c’è Boccadoro,
e che avevano ragione
entrambi.

Ma si è sempre un po’
sotto la ruota,
anche se continuiamo
ad allacciarci le scarpe
e a ricordare papà
che ci insegnava come.

Occupiamo
un Dove qualunque,
e poi ridiamo
della nostra bellezza,
quella che sa
il nostro corpo
che è spazio,
che è tempo.

Non ci serve altro!
Non ci serve altro,
anche se l’immagine sgrana
davanti ai nostri occhi
e il film della vita lo inquisisce
l’occhio di Lynch o di Kubrick.
Siamo così,
come un doppio sogno
o come lolita,
ma forse è più vero che,
che siamo solo noi.
Ed è bello così,
eterni cavalieri e principesse
alla Corte di Re Artù.

Sei bella, sì, così bella
quando imbarazzi
la vita.



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