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Hanno sognato già in tanti prima di te

Hanno sognato già in tanti prima di te

ANTOLOGIA VOL. 32

Iannozzi Giuseppe

Amato mio Angelo
(1ma versione)

Più non c’è l’amato mio Angelo
Avevo così tanta fede!
Possibile che in un momento
un uomo possa perder tutto?

Alla mia tristezza sorrideva,
di colpo poi taceva
nascondendo nell’incavo
della mia spalla
il faccino imbarazzato
per uno o due singulti
Le sollevavo allora il mento
con due dita, asciugando
con un bacio le sue lacrime;
e nei suoi occhi il sereno
tornava

Tutto avevo e tutto ho perso
senza motivo

Regina dei Sogni

Sogni, sogni sempre tanto,
anche a occhi aperti
E sempre c’è uno spicchio di sole
che rimbalza nella tua anima
che il freddo del verno disprezza

Sogni, sogni più di Chopin
e ogni scusa è buona
per versar dolcezze bambine
in un romanticismo vecchio stampo

Chissà quante piante
e quante varietà di fiori
nel tuo giardino;
sull’altalena, o in bici
pedalando piano-forte
lanci alto un grido
e un altro ancora,
ed è felicità, la religiosità
che dì dopo dì
ti mantiene bella e profumata
come Mela del Peccato

Cielo

A me piace
il cielo
quando è pieno
della luce
dei tuoi occhi
d’angelo

Poeta minore

Giù hai buttato
la macchina per scrivere,
e più di là che di qua
mi hai gridato
“la macchia da scrivere
chiappatela tu!”

Da quando mi hai
scacciato via
sulla tua via vivo
da tutti schiacciato
come un pidocchio
E scrivo poesie

Donna volpe

Strano animale sei,
strano sul serio
Volpe sei,
volpe d’oro e d’argento
vittima delle notti di luna,
golosa di uve pregiate
Sempre arrivi a prendere
il frutto proibito che più ti fa gola
Volpe e donna sei,
sei come sei
Impossibile darti la caccia
Prima che si possa anche sol tentare
sei tu fuggita via
con l’uva e il mio cuore

Oh, tu piangi!
E perché mai? Sol perché
il mio cuore hai ingoiato
in un momento di distrazione
credendolo uno dei tanti acini d’uva
ai tuoi piedi? E’ per questo
che adesso ti disperi e la coda
fra le gambe nascondi?

Volpe sei, e donna anche
Questo non l’avevi previsto
quando mi hai teso la trappola
che mi ha fatto cadere in tuo potere

Affondare nel Lupo e in Buddha

non sono quello che si dice…
che si dice un tipo raccomandabile
ci sono troppe cose che non capisco
a questo mondo
ci sono troppi giri di parole
che accendono la miccia per niente
gesù ha camminato sulle acque a piedi nudi
san francesco viveva la povertà in cerca di santità
io cerco solo un atto rivoluzionario
che mi faccia sentire bene con me stesso
io cerco solo di imitare il sorriso di un buddha
con la povertà del mio spirito

affondo nella piscina
cerco il pesce rosso più piccolo e tenero
cerco di guardarmi le spalle stando attento al lupo
come mi hanno insegnato
tendo l’orecchio, guardo al nirvana
prego in silenzio a mani giunte
quando sono certo che nessuno può vedere
– nessuno potrebbe capire perché lo faccio –
mi guardo bene dal dire fare baciare
aspetto una pioggia di petali di pesco
cerco nella piscina, vado a fondo e riemergo alla vita
tento solo di imitare la santità di un buddha
tento solo un atto rivoluzionario
che mi faccia sentire bene con me stesso

non faccio niente di importante
con la povertà del mio spirito
accarezzo il pelo nero del lupo
ascolto il suo ringhio, ascolto il mondo
che mi vive d’attorno
quello che mi hanno insegnato non è del tutto giusto
mi guardo le spalle sì, sto attento
ma accarezzo il lupo prima, ascolto l’animale
che c’è in ogni uomo
ascolto la vita che merita qualche cosa di più
di un tradimento a muso duro

sognatori

e tu cosa sogni?
hanno sognato già in tanti prima di te
tu cosa immagini, cosa vuoi, cosa vivi?
la ferita del violino è sempre aperta
però continua ogni giorno il suo grido
un po’ allegro e un po’ disperato

e tu chi sogni?
la gente cammina, la gente non capisce la bellezza
non capisce la pazzia quant’è profonda
la gente è sempre più distratta passo dopo passo
passa accanto a chi muore nel freddo di un cartone
non si cura né del sole né delle nuvole
pensa soltanto alla punta delle proprie scarpe
non capisce la poesia
di chi ti regala un sorriso per un soldino
non capisce la gioia di dare una speranza almeno

il cielo è alto, abitato dagli dèi
ma noi quaggiù dobbiamo andare avanti giorno
dopo giorno con i pochi mezzi che abbiamo e non abbiamo
un nostro fratello muore di fame nel freddo della solitudine
un altro si spegne in un triste sorriso
mentre la lama gli taglia via la fame dalle budella
e non lontano una colomba
viene tenuta ferma da due brutti ceffi
il terzo le strappa la verginità incurante del pianto

è per questo che siamo qui?
è per questo che siamo umani?
siamo, siamo veramente umani?

e tu cosa sogni, e tu chi sogni?
la fine del mondo, o uno migliore?
e tu cosa sogni, e tu chi sogni?

un cielo azzurro di bianche colombe in volo
un cielo aperto al sorriso di dio
solo un cielo, non è poi tanto, non è impossibile
è già dentro di me, è già dentro di me

possibile che nessuno lo capisca, possibile?

Prima della tomba

In silenzio
muti gli occhi
sulla notte
li chiudiamo,
e chi lo sa
se poi domani
li riapriremo
Forse no
E allora
un gran buio
sarà tomba,
segreta
ai nostri segreti;
o il Nulla
senza coscienza
– pace eterna per noi
che siamo stati
e mai più saremo
persona o spirito
o semplice alito
di vento

Coi miei morti

Rimango qui
in ascolto
tra le nuvole
dove l’amore
tormenta arpe
e corde di dolore.

Rimango qui
in prigione:
dabbasso
non è meglio
l’eco dei fiumi
coi suoi annegati.

Rimango qui
coi miei morti:
mi raccontano
la vita
che facevano
sul marciapiede
o in macchina
a scassarsi i lombi.
Ma per niente.
Sempre.

Rimango qui,
dimenticato,
come loro.

Quasi l’autunno

anche tu come me aspetti l’autunno
le foglie brune che dai rami si staccano

cadono e una carezza di vento le spazzola

nei colori stemperati disposti a spegnersi
l’assenza di speranza per un domani non crudele

Come un angelo

Arrivi di notte
sempre,
tu, un angelo,
un angelo
che la rivolta
ha nel sangue;
disposta
a versarne
spaccando
in due
il capello
perché non sia
di pietà la verità,
ma arbitraria
come il diavolo vuole…

…a sua immagine
e somiglianza,
con le braghe
o con la gonna
nulla la differenza

Buffa cosa

Inizio ebbe
con urla di fame
e un sorriso

E fine ebbe
in una bestemmia
questa buffa cosa
che preghiamo
sia Vita

Messia in rivolta

Senza più la voglia
di commettere
gli errori di ieri
taccio nel silenzio

Come in una tomba
non spendo tempo
per l’epitaffio,
domani risorgerò…

…e sarà peggio
per chi mi troverà
a sé accanto
– più tremendo
di quel Cristo risorto
da pochi incontrato
lungo la strada

Inizio & Fine

Quando gli sciocchi taceranno
sarà perché morti stecchiti,
caduti come alberi tagliati
alla radice

Quando i vecchi saggi rideranno
sarà il tempo giusto per le teste
di cadere nella cesta,
in un silenzio quasi perfetto
come prima del Genesi

Sognavo da bambino

Sognavo da bambino
di diventare un eroe:
una ragazza al fianco,
una casa con giardino
e rose da potare,
e versi da scrivere
a tempo perso
dopo aver fatto l’Arte
e l’Amore

Un soldato sono invece
diventato, in una bara
sepolto

Inferno di donne

Sono caduto
per voi, ragazze belle
figlie degli uomini
Ho rinunciato
a Dio per l’Inferno
nel vostro cuore
Merito o non merito
il miele
che (r)accogliete in bocca
e fra le gambe?

Sospetto io di sì!

Si spengono le luci

Piano,
in silenzio quasi,
si spengono le luci,
e si raffreddano gli animi
ma mai abbastanza, mai:
e bruciano, bruciano
– come marchi a fuoco –
sulla linea del tramonto
speranze e promesse
per accompagnarci
nel cavo della notte,
nella sua profondità
che sfida di Dio
l’eterna Luce
– la Genesi.

Le ragazze che sapevano ridere

Dove sono le Ragazze Che Sapevano ridere
dir non so, ma genera terrore il terrore,
e le strade s’invadono della solita malinconia
cacciata dentro ai motori fermi ai semafori spenti.
Ruggiscono noia le strade
mentre sciorina pettegolezzi la portinaia,
e lontano, dietro la caserma militare,
veloce passa un’ambulanza persa a salvare la vita,
a chi dir non saprei;
e un ragazzo ubriaco se la ride della grossa
seminando al vento “E’ dunque questo
il piccolo paradiso
prima che sia l’inferno!”
Marlon Brando ingrassato,
lo vedo io, lo vede la maschera
ammosciata dietro alla macchina da presa;
e Superga vive luce
e non dimentica i morti, un pallone
che sfrecciava speranza in un aereo.

Così stanca è la Piccola Parigi
conchiusa com’è nella pianura padana
che mobilita televisori accesi
e persone
che ballano un vecchio valzer Au Roi de Lingerie,
qui in questa Casablanca in affitto.

Un uomo s’è gettato a Po
affidando l’ultima speranza al dolore,
ma il Poeta firma ancora bigliettini agli amici
citando Edgar Allan Poe;
le imposte quasi tutte chiuse,
gli ultimi avventori si rifugiano nei ritardi
di quelle birrerie stanche
che sanno di coltelli uomini e donne;
qualcuno invece discute in strada
sotto un lampione cercando l’agnizione
o almeno una marchetta
che sia passepartout per il giorno appresso,
o una fine ben veloce
che mai conviene alla gente dabbene.

Per alcuni matti
la quarta dimensione sta nel tempo,
ma noi che si è tutti mortali
viviamo coi paraocchi,
preferiamo darci al vino,
a un bicchiere di Barbera dolce, a un toscano,
poi, altro non accade quasi mai;
son queste le tragedie che Torino scava.

Sulle onde del Po mezzo limaccioso
giusto una tenera barchetta di carta;
c’è cagiara giù dabbasso
e la Posse stona
per un’altra ingiustizia in un centro sociale
dove canne e fumo si consumano,
e le pance di birra a fiumi s’ingravidano.
Qualcuno s’improvvisa Marlon Brando
provando un Ultimo Tango,
e questa Piccola Parigi riconosce
che è bimba capricciosa
seppur di carattere duro
stampato sovra alle cime delle Alpi.
Non è buono.
La luna e i falò non son più
di queste parti;
le colline che amavi, Leucò,
son state invase da collinari
che bruciano incensi
che tu non oseresti immaginare.
E’ un mestiere di vivere diverso,
tanto diverso,
e non l’abbiamo capito noi.

Si fa presto a cantare
che “Marlon Brando è sempre lui”,
le canzoni non ci risolvono però l’esistenza,
e un Ultimo Tango non è mai l’ultimo dolore
che si è costretti a sopportare
chiedendosi chi lo sa dove si son cacciate
quelle ragazze…
quelle ragazze che sapevano ridere
– fragranti di fieno e morbida primavera
ch’era un piacere mordere e baciare.

Vanno a scuola i bambini
accompagnati dalle mamme:
hanno una lingua, una lingua di quelle!
– mettono spavento addosso
a quelli della nostra generazione
e a quella prima ancora.
La pargoletta mano che tendono
non è innocente, non è malvagia,
è giustappunto una mano tesa
e questa realtà spaventa i nonni
a macinar tabacco fra i denti.

Il prete
tutto azzimato costretto nel nero
tiene un sorriso bianco
che s’intona col colletto e il crocefisso;
se gli domandi di Dio o del futuro
alza le spalle in un “Come?!”,
quasi a significare
che pure lui non sa. Gli puoi dire
che Nietzsche a Torino
prese sintomo di pazzia
e che un cavallo maltrattato difese,
e gli puoi anche raccontare
di quando il diavolo rideva sulle colline,
lui però sempre si terrà rigido
nel terrore d’un’indefinita assenza
o in una proposta di fede.

Vagabondi s’incontrano in stazione,
per strada pure, tutti in cerca
d’una destinazione che sia orgasmo;
è solo che sono invisibili
raccolti come sono
nelle loro case di cartoni, di stracci ed elemosine.
Si scivola loro accanto come barchette di carta,
ma guardando dentro ai loro occhi lo capisci
che in un passato non lontano lo sapevano
dove si nascondevano
le ragazze che sapevano ridere.



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