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Dei miei bei canti al chiar di Luna

Dei miei bei canti al chiar di Luna

ANTOLOGIA VOL. 31

Iannozzi Giuseppe

Ugo Foscolo

Sulla Sacra Montagna

Giù in Paese i vecchi mi avevano
messo sull’avviso; ma io sordo
non ho voluto credere fosse vero,
così a mani nude ho scalato l’altezza,
la Sacra Montagna per arrivare a te

Tutti sapevano che non eri bella
Tutti di te sapevano verità e leggenda
Non fui sorpreso una volta di fronte a te,
non eri per me quella creatura da bestiario
che altri avevano disegnato nei miei occhi
Ti fissai più stordito che impaurito,
tentai di parlarti ma il mio balbettare
non fu inteso dal tuo orecchio di elfo
Tentai di sfiorarti con le dita stanche,
e subito ti allontanasti, impaurita
che dopo tanti anni un uomo spogliasse
la tua pelle delle ombre, delle leggende
gelosamente cantate da mille ignoti amanti

Con il cuore gonfio di stanchezza scesi giù
Tornato sulla strada m’incamminai verso il Paese
dove mi aspettavano per brindare e maledirmi
A chi di te curioso mi chiese notizie solo dissi
che creatura più fascinosa un mortale
non avrebbe potuto davvero incontrare
I più esplosero in una cavernosa risata,
alzando i bicchieri colmi di birra, brindando
alla mia salute; il giorno dopo con l’alba
alla finestra mi trovarono morto nel letto,
sul mio petto un unico bianco giglio
quasi diafano, più puro della neve

Ero diventato anch’io uno dei tuoi amanti
senza più un nome, senza più una religione

Non ho lasciato gli angeli da soli

Non ho lasciato gli angeli da soli
al destino concessogli da Dio;
è che sono stato sbattuto giù
pria che quell’impiastro
provasse anche soltanto
ad ascoltare le mie ragioni
Per questo oggi fra le genti
d’ogni sorta sono conosciuto
come il Diavolo, come il Male
che tutto corrompe; ma tu
che sei ingenua e bella
al pari di me, tu non credere
alle malignità che piovono giù
dal Cielo, né a quelle seminate
in Terra da personaggi scarsi
di coraggio e di facce da mostrare

Mia Pupilla, tu continua a credere
soltanto ai tuoi occhi e reggimi
quando inciampo nelle pietre di qui

Giallo Van Gogh

Quanto amore c’è
non immagini, oh no;
eppur c’è, nascosto
o alla luce del sole,
ma sempre in un angolo
che non avevi previsto

Di Van Gogh un girasole,
tutto quel giallo, tutto
quell’amore salvato
soltanto quando l’uomo,
ormai di dolore impazzito,
per chissà quale dove andato

Questa faccia buffa

Sarebbe bastata in dono una rosa
ed invece ecco questa faccia buffa
che vedi e che ti fa l’occhiolino
Fra i grassi covoni di fieno maturo
l’estate ha già sparso e perso
semi e sorrisi, risate di ragazze
e ganzi; a occidente la mugnaia
aspetta che il dì si tinga di tramonto,
poi le campane batteranno l’ora
e ognuno farà ritorno alla casa
per stringersi intorno al desco
a mani giunte prima dell’ultima cena;
e anche il padre
– che ha su il color del diaspro –
abbasserà lo sguardo vergognoso
sul pane spezzato,
fra le briciole della sera
in preghiera

Sette

Non domandarmi da dove vengo
chi sono
cosa ho fatto di me
o della mia vita
Non mi domandare niente
Ho già tanto sofferto
Ma se è il sale sulla ferita
che vuoi assaporare
allora bacia queste mie labbra
Domani non sarà un giorno migliore
La Stella Nera si allarga in noi,
nelle viscere ci scava
senza mai toccare la Fine
Il buio
– nel ventre
sin dalla nascita – è più grande
di qualsiasi Fato
Per tutto questo che ora sai nero
su bianco, sei ancora convinta
sia cosa buona dare le tue labbra
alle mie?
Non ti converrebbe forse tacere,
tacere e amare di me
l’immagine preconcetta?

Per ogni immagine
che finisce in schegge
sette anni di condanna
Sette anni e non uno di meno

Una fata e un diavolo

Una fata e un diavolo
si accompagnano mano
nella mano
dimentichi di chi fa il bene
e di chi invece il male
I loro occhi tanto diversi
puntano però
là dove c’è uno spiraglio vuoto
che non sia di luce,
che non sia di buio,
che non sia eterno
Due esseri scagliati nella vita
a loro insaputa
si tengono per mano:
niente esiste né mai esisterà
a parte il calore che sentono
attraverso le dita intrecciate

Revolution

Troppo giovane per la rivoluzione,
troppo per morire come un coglione
senza arte né parte
Vecchio codardo, alzala tu la bandiera,
non chiederlo a me che ancora non so
che volto avrà il figlio che vorrei

L’ultima parola

Per Fato
o distrazione
prima o poi
tutti noi
che oggi ci beiamo
di questi nostri polsi allegri-infelici
di battiti bracciali manette,
domani pagheremo
con la vita,
e in un momento
la testa
ciondolerà pesante
sul petto fisso
immobile
freddo al pari
delle pietre tombali
E vanità sarà
l’ultima parola scolpita
sulla nostra vita terminata
fra due date imprigionata

Tu, lucertola gentile

Adesso che ti guardo bene in faccia
capisco che il nostro rapporto
non fu solo di dispetti e bugie,
di orrori quotidiani,
perché – non te la prendere a male! –
a letto, te lo confesso… ma a letto
non ci sapevi davvero fare
Ti spogliavi così in fretta, così in fretta!
Dentro alle lenzuola ti ficcavi
veloce come una lucertola,
t’accendevi subito una sigaretta
e non l’avevamo ancora fatte cigolare
quelle stramaledette molle
Un sorriso ambiguo lo nascondevi
fra le alte spire di fumo; io mi tradivo
con te, cercandoti fra le pieghe
del bianco e i tuoi colpetti di tosse
Eri proprio come una lucertola,
fuggivi via, ti portavi via la vita mia;
in mano mi rimaneva meno di niente,
solo lungo la schiena il freddo dei tuoi piedi nudi
lontani a passeggiare in cucina per un caffè di rito
Oddio! A letto non c’eri mai, mai, mai…

Il mio nome lo confondevi sempre
con quello d’un vecchio becchino,
di Jim Morrison e di Mick Jagger
Farlo o non farlo con te era sempre
come avere la canna d’una pistola
puntata alla tempia, senza scampo…
senza scampo dai tuoi occhi freddi e animali
come quelli di un geco

Avevi solo vent’anni e pure io,
ma io già mi credevo un dio greco
che ti violentava più e più volte
Tu, tu non invocavi mai il mio nome
nemmeno per sbaglio,
nemmeno in uno sbadiglio
Eri così fredda, così fredda, mio Dio!

Io ti amavo così tanto, così tanto
con tutta la forza della disperazione,
con tutta la stupidità di un giovane
che crede alle chimere
Tu eri una lucertola, perdevi la coda
Tu eri una lucertola, dimenticavi chi ero
Tu eri una lucertola, eri fredda
come il marmo di Mosè,
bella e perfetta e senz’anima

Adesso che ti guardo bene in faccia
capisco che il nostro rapporto
semplicemente non fu, non fu e basta
perché – non te la prendere a male! –
a letto, a letto eri una completa frana:
una fredda lucertola che perde la coda
Una fredda lucertola che perde la coda
ma non il vizio, tu bella e perfetta
e senz’anima, tu lucertola gentile

Creatura notturna

Dunque hai deciso
prima che aprissi bocca
Le bugie sconvolgono
il deserto:
impronte beduine da sempre
parlano di civiltà perdute
Le stelle stanno a guardare

Si colora il tramonto
del colore della notte
e viene il freddo impenitente;
ma noi non avremo niente
di niente sulle labbra,
non una goccia di aridità,
non una storia
per accendere il fuoco

KA

Tempo, Tempo perché sei tu tiranno?
Così dimandò Ka ai tanti Figli di eoni e eoni;
e risposta non ottenne mai, in silenzio
perfetto

Là, nel mezzo di Sé, comprese
da sé che Morte spicca la testa
a chiunque, se solo s’ha pazienza

Orsù, combatti sin tanto che vita
genera vita; poi sol ti rimarrà il Vuoto
e un’eterna putrefazione da consumare

Lasciatela andare!

Lasciatela, Lasciatela, lasciatela
Urlano i cieli tempeste e altre minacce
Lasciatela! Così vogliono gli Dèi

E’ stata tanto cattiva… l’antilope
che leccava la bocca sua addormentata
l’ha respinta con uno schiaffo madornale
appena sveglia,
e tutti gli Dèi ha portato in sospetto
davanti al Tribunale dei Trentatré
Fra i rami spezzati del bosco
c’è anche il dolore, da oggi e per sempre
Ma lasciatela andare
Che vada dove può sulle sue gambe
Le impronte sue non seguiremo,
né brameremo di darle la caccia
per il sapore del sangue,
per il piacere della carne

Lasciatela, lasciatela plorare
per quel poco che le concedono le pupille
Non vi accorgete forse
che non ha forze, che prigione è
di sé? Così ciechi siete dunque
diventati, all’improvviso,
per colpa d’una femmina in calore
ma schizzinosa assai?

Lasciatela, lasciatela, lasciatela
Non parla il francese né altra lingua
Se ha parole sono mani
che prendono a sberle persino l’aria
Se ha amore, non lo dimostra
come conviene; sol ti lascia
con la bocca di denti vuota
Lasciatela! Più la si cerca
più si fa di iattura il corpo e lo spirito;
perciò lasciatela andare finché le gambe
le daranno sostegno

Gli Dèi comandano – condannano
senza pietà chi oserà su di lei muovere
anche solo una minima carezza

Lasciatela, e così sia ora e per sempre!

Dei miei bei canti

Dei miei bei canti
sì stonati al chiar di Luna
tu non ricordi nulla,
proprio nulla, eppur
sicuro sono d’averti cantata
Luce e Stella

Inciampo

Inciampo, mi sbuccio le ginocchia, mi rialzo e continuo a camminare con le ginocchia sbucciate, impacciato, facendo attenzione all’ombra del mio naso che sempre mi fa lo sgambetto.



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