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Da A alla Z fino a Gerusalemme

Da A alla Z fino a Gerusalemme

ANTOLOGIA VOL. 20

Iannozzi Giuseppe

Lauren Graham

Tu, mia Gerusalemme Liberata

Eri tu la mia Gerusalemme Liberata,
la Stella Polare, il sale e lo zucchero
Eri tu il suono delle campane al mattino,
la gioia e la rabbia d’affrontare un nuovo dì
Eri tu il mio unico vanto ed egoismo,
colei che m’insegnava a stare in società
Eri tu ad allontanarmi dalla ricerca della Verità
per accogliermi fra le tue braccia,
lasciando che il mio capo stanco cadesse
sul tuo seno in fiore
Eri tu sola che mi amavi imperfetto,
come sempre sono stato dal primo momento
ai tuoi occhi d’angelo cieco eppur vero,
vero più di chiunque altro sulla faccia della terra
Eri tu, eri tu, eri tu il mio nome sulle labbra,
la bellezza disperata e selvaggia d’averti accanto

Eri tu la mia Gerusalemme Liberata
E allora perché bastò un colpo solo del destino
per portarti via per sempre dall’anima mia?

Maledico il Passato, non il tempo insieme passato
Maledico quell’unico momento passato
che ti ha uccisa proprio fra le mie braccia impotenti,
sotto la doccia dei miei occhi ciechi e piangenti

Mille amanti

Non te l’ho mai detto,
non ho mai osato dirtelo
che se non c’è il sole non fa niente
ma che di te ho bisogno più d’ogni amore

Ti conosco,
hai la tua giovinezza a cui pensare,
la chiesa e i tarocchi
Per me non hai occhi

Ti conosco
Non è vero
che senza di te non posso vivere,
anche se mi prende un nodo alla gola
e tutti i dì sono di orizzonti di nuvole

Le tue labbra le conosco
Me le sogno ogni notte
Poi mi sveglio madido di sudore,
impaurito, uguale a un bambino
che ha perso il grembo materno
Le tue ciliegie rosse di peccato
la mia fantasia le scopre col buio
Ma non ti ho detto mai
che ti amo, che della clessidra sei la sabbia
Che senza di te sono un uomo a tempo perso

Non ho bisogno di chi non c’è
Non ho bisogno di fantasticare ancora
Fa male, fa male saperti bella e lontana
Fa male averti nella testa, un chiodo fisso
E al mattino scoprire che non mi sei accanto,
che solo ho sognato, che ho fatto all’amore
con la fantasia – più terribile d’un fantasma

Non te l’ho detto
che senza i tuoi occhi su me non vedo futuro
Eppur nutro il sospetto che tu abbia capito
Nutro la speranza che tu sappia da prima di me
Questo però non basta se poi abbraccio il vento
e di me rimango scontento, amputato alla radice

Ti conosco
Non è vero
che senza di te non oso vivere con un’altra
Ho mille amanti che per me si tagliano i capelli
E allora perché, perché penso soltanto a te?

E’ che t’amo più di me, della mia vanità
Solo questa è la verità
E’ che t’amo più di me, più d’ogni turbolenza,
più d’ogni speranza, più dei capricci di sole e luna
E’ che in fondo sono un tipo romantico
Di te non posso fare a meno, anche se poso duro
E’ che son così innamorato che non capisco altro
Rinuncio a tutta l’eternità ma non a te, non a te

Just a Freak

Oh, l’illusione!
Mi son nutrito
d’illusioni,
di notti a perdere
sognando
di santi e sandali,
di scarpe col tacco
sopra tutto

Una Dolce Follia
non mente mai;
lascia
su chi la prova
solamente l’amaro
che sempre l’amore
cova in seno
per gli amori di domani

Vedi, Dolce Follia,
solamente un Freak
rimango,
indegno di riposar
sul tuo grembo
col capo ignudo
sognante

La via del Buddha

Non ho niente d’importante da dire
per questo motivo ho scelto di seguire
la via del Buddha

Per tutta l’esistenza mi son dannato
ora per una donna, ora per quattro spighe
A ogni minuto pensavo di far buon sangue
Ero giusto un assassino, uguale in mezzo a tanti
Per tutta la vita ho falciato sotto il sole
Ho affilato la lama e Dio ha taciuto
Ho perso più di quanto sospettassi
Di anno in anno il raccolto, e la lama
infine sol più l’accarezzavo su volpi e lupi,
e su ogni creatura della notte
Ha taciuto Dio, ma io l’ho visto il sorriso
ch’era d’approvazione, che mi suggeriva buono
La verità però una sola, uno sporco assassino
Ho così mollato tutto al diavolo,
ho deciso di decidere io per me

Non ho niente d’importante da dire
Seguo la via del Buddha, ingrasso
Qualche volta faccio finta di capire
che il mondo è al collasso;
non me ne curo né provo pena
Ho scelto di seguire una via, la mia

Non ho niente d’importante da scoprire
Perciò mi son dato alla scrittura automatica
Chiudo baracca, metto i burattini sottochiave
Seguo la via dell’illuminazione
Mi metto in cerca d’una clessidra
su cui mettermi a sedere per l’Eternità

Non faccio la faccia grassa a chi mi conviene
Non tiro fuori la lingua per commuovere
Tutto quello che mi serve è di star seduto
Con o senza di voi, io ho la mia via, il Tutto

I passerotti non mi fanno sentire in pace
Non penso a questo cielo sempre più blu
La predica alla domenica m’annoia il morale
Ho un debole per le donne, solo per loro
Tutto il resto può bene andare alla malora
Ho un debole per le donne solamente:
così forti e belle ogni attenzione meritano,
anche quelle di Uno che non ha niente da dire

come me

Sulla strada

Ti sarei riconoscente
se mi dessi un’altra sigaretta
e spegnessi la tua sotto il tacco
La strada da fare è lunga
Non sei la compagnia
che m’ero immaginato;
non ti ho scelto,
e mi tocca d’averti accanto

C’è l’ombra di Kerouac
che ci fa segno
Hai le spalle forti, più delle mie
Io ho scarpe buone ma lacci così così
Non so se capisci
quello che sto cercando di spiegare

Non era così
che l’avevo pensato
questo viaggio
Da vicino mi assomigli forte
perché non m’annoi a morte
Accendimi una sigaretta
e passamela prima
che ci tocchi il tramonto
con le sue ombre

Libero per la morte

Mi hai liberato dalle catene
della solitudine
solo per spezzarmi il cuore
in due, ma te ne faccio dono
lo stesso; riposerò a te a fianco,
freddo nella morte impalpabile,
pregando nel profondo
dei miei abissi che una lacrima
un giorno dai tuoi occhi scenda
a ridestar in te il ricordo almeno
dei giorni felici insieme.

Dalla A alla Z

Non posso dirti le parole
Le parole corrono più veloci
dei pensieri, più dei battiti
del cuore; ti lasciano indietro
a guardarti le punte dei piedi,
a domandarti dove, dov’è
che hai sbagliato e se hai
sbagliato sul serio
– come ti vien sussurrato
in un orecchio a tarda notte
dal Maligno

Le parole son lame di rasoio
Tagliano i polsi e gliene frega
poco o niente che tu sia innocente
o colpevole; le parole dissanguano
chiunque osi pronunciarle
in preghiera o per maledizione
Le parole, le parole, le parole
suonano campane a morto

Non posso dirti le parole esatte
Posso suggerirti un vocabolario
che piace a me per restare poi a vedere
come andrà a finire il tuo Destino
Per te posso scegliere Re e Regine
dal mazzo, e spararti in piena fronte
un Asso se mi sentirò alle strette
Le parole, le parole, le parole,
lame di rasoio sui polsi:
sei sicura di volerle conoscere
proprio tutte, dalla prima all’ultima?
Sei sicura di voler imparare a scrivere
la parola Fine?

Amo così tanto, così tanto sussurrarti
quei vocaboli che piacciono a me
quando la notte sprofonda in altra notte
Sono certo che puoi capire
il motivo del mio amore così profondo
Sono certo che anche tu lo vuoi
un amore così, come me

Padiglione Cancro

ricordando Aleksandr Isaevič Solženicyn

Siamo tutti malati
di colpa, vergogna e dolore
Nei nostri letti-sepolcri-imbiancati
ciarliamo del più e del meno
aspettando che la luna illumini
la Falce, qui, nel Padiglione Cancro

Il ragazzo era uno a posto,
si faceva il culo da mane a sera,
portava i giornali di porta in porta
Aveva davanti un futuro zero
e uno uguale alle spalle,
ma continuava a pedalare come un ossesso:
non mancava mai un appuntamento,
preciso come un killer il giornale te lo portava
fin sulla porta di casa
Certe volte si assicurava persino
che l’abbonato lo raccattasse da terra
Era un tipo a posto, distribuiva giornali
per pochi soldi a fine mese; di notte studiava
come guarire dalla Vita, e, nel letto,
la madre agonizzante, senza più fiato,
lo invocava, lo invocava
Era un tipo a posto, non sopportava
il dolore della donna; lasciava cadere i libri
sul freddo pavimento e come cucciolo smarrito
si arrampicava sulla sponda della malata,
piangeva poi a dirotto
Era un ragazzo e in un momento
l’hanno fatto fuori; quello grida “giornale!”,
quell’altro più fatto e piatto di Cristo in Croce
gli spara in fronte con una vecchia pistola
Un buco perfetto, per Dio!
Le ginocchia gli hanno ceduto subito,
senza un lamento: solo dal Terzo Occhio,
aperto in fronte per l’Eternità,
giù una lacrima di sangue
La donna non lo sa che non tornerà mai più
a baciarle la fronte; lo aspetta gemendo
il figlio, qui nel Padiglione Cancro lavato,
di tanto in tanto, da un pallido raggio di luna

Il giorno dopo l’hanno scritto in terza pagina
che è stato fatto fuori da uno coi grilli per la testa:
“Un pazzo spara a bruciapelo a un ragazzo”

Nei nostri letti-sepolcri-imbiancati
siamo rimasti tutti senza parole, ma per fortuna
la poverina non può più capire un’acca
Vaneggia solo di tanto in tanto, grida il Nome,
grida “Cristo!”, poi sprofonda in un sonno
più atroce della morte
E’ qui da un po’, non ne avrà ancora per molto
Non ne avrà ancora per molto,
lo sappiamo tutti, qui, nel Padiglione Cancro

Porci e peccatori siamo

Pioggia cadi, e cadi
incessantemente,
fra ratti orrendi e bestie oscure
che l’occhio nudo di sicuro ignora;
infanga i cadaveri finiti sottoterra,
decomposti per troppi peccati,
per quella Vergogna
che dì dopo di
a piene mani noi raccogliemmo.
Pioggia cadi, e cadi
incessantemente;
scava dentro alle carni
per buona parte già decomposte,
e se non puoi mondarle
lavale e componile nel fango.
Pioggia cadi e porta via
dalle vuote orbite
quel poco di noi che è rimasto,
porta via il bello e il brutto,
il secondo soprattutto;
cadi dentro e rovina dei feretri
il legno marcio;
apri immense ferite in ogni asse
affinché per le marcescenti spoglie
il legno non sia più
nemmeno temporaneo riparo.
Sprofondaci nel fango,
in fondo alla terra
fra le radici dell’inferno.

Cadi pioggia, cadi
e sprofondaci sempre più in basso:
noi porci altro non meritiamo.

Mai sconfitti da alcuno

Pisciammo ch’era notte fonda
Pisciammo liberi controvento,
al chiar di luna, sfidando la iattura,
l’Occhio di Iside e la bontà
a ogni costo; pisciammo sulle grida
delle rane – troppo umane
con quei loro ghigni larghi larghi -,
cacciate dentro sporche acque stagnanti

Dilapidammo il Tesoro di Alì Babà
e dei Quaranta ladroni ricchioni
Tagliammo la mano a Creso
per grattarci il culo offeso
Accecammo il gigante Polifemo
per portare il suo occhio immondo
in dono ai finti ciechi e alle malelingue
Strappammo la lingua al bue e all’asinello,
e lungo la strada derubammo pure i Re Magi
Trascrivemmo, per intero, su bianca pelle umana
il Milione di Marco Polo, perché il Condannato
ricordasse fino all’ultimo dei suoi giorni
Il Grande Perché
Bruciammo la barba del corpo di Nostradamus,
poi a culo libero cagammo, chi più chi meno,
sul suo negro epitaffio di sfortune
Tagliammo i baffi a Stalin e a Lenin
Tagliammo senza pietà tutti gli uccelli
che violentarono la Bellezza
in un Sogno di Mezza Estate

Tutto questo noi facemmo
Non eravamo né santi né eroi
Ma non eravamo neanche poveri diavoli
Tutto questo noi lo facemmo
e lo facemmo sul serio a dispetto
di tutto l’odio che ci veniva sputato contro
Lo facemmo ed eravamo solo degli uomini
proprio come voi, proprio come voi


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