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Perché la Clinton è invotabile ed è meglio Trump

elezioni-usa-clinton-trumpLe elezioni presidenziali americane si avvicinano, e persino fuori dagli USA la competizione elettorale viene seguita con un certo interesse. Ciò dimostra in primo luogo il grado di “colonizzazione” americana dei paesi occidentali. Non credo infatti che all’opinione pubblica americana interessino le elezioni politiche italiane. Mentre è vero il contrario: l’opinione pubblica italiana è decisamente molto interessata alle elezioni presidenziali americane. La dominazione culturale statunitense sulla vecchia Europa può essere sintetizzata proprio in questo “interesse”, che spesso si trasforma in un tifo da stadio.

In secondo luogo, è anche vero che guardiamo alle elezioni americane, perché dalla scelta del presidente americano dipenderà poi l’azione Politica USA nel mondo. Seppure sia vero che normalmente gli USA hanno una Politica Estera uniforme e improntata essenzialmente all’ingerenza nelle vicende degli altri Stati, e ciò in nome dell’interesse nazionale (fondamentalmente la politica estera attuata da Obama non si discosta poi di molto da quella attuata da Bush), è anche vero che il vento pare stia cambiando, complice la profonda crisi economica mondiale e americana, la crisi dei rapporti con la Russia, la crisi della NATO, e in ultimo le guerre in Medioriente, l’ISIS e il colpo di Stato in Turchia. Soprattutto però, per una emergente esigenza USA di rivedere i propri assetti nello scacchiere internazionale, in favore di una maggiore presenza in Oriente e un maggiore disimpegno in Occidente.

Dunque, ecco che nella competizione americana si affacciano due candidati che per certi versi hanno una visione del ruolo USA nel mondo completamente opposta. Quella prospettata da Hillary Clinton (Partito Democratico), sostanzialmente in linea con la politica di Barack Obama (Partito Democratico), di forte contrapposizione alla Russia, di egemonia politica nel vecchio continente (attraverso l’Unione Europea), con una prospettiva (neanche tanto velata) di espansione a est della NATO (con tutti i rischi che questa politica può comportare), e di presenza massiccia degli USA nella polveriera mediorientale. In altre parole, una politica estera aggressiva e interventista che può portarci seriamente sull’orlo della terza guerra mondiale.

Dall’altra, abbiamo l’approccio paleolibertarista di Donald Trump (Partito Repubblicano), che predica un relativo isolazionismo USA e la chiusura della NATO, con una necessaria ridefinizione dei rapporti tra gli USA e l’Europa e tra gli USA e la Russia (Trump ha spesso dichiarato di voler ripristinare dei buoni rapporti con Putin). Non solo, Trump ha più volte deplorato l’interventismo USA in Medioriente, promettendo disimpegno. In altre parole, egli pare voglia ridisegnare la politica estera USA: gli Stati Uniti non possono essere più il poliziotto del mondo, e ognuno deve arrangiarsi da sé.

Sul fronte interno, le politiche economiche di Trump sono decisamente “Republican in names only“, e cioè molto vicine alla cosiddetta sinistra repubblicana, maggiormente sensibile alle istanze sociali. Del resto, ha destato scalpore la dichiarazione recente di Trump di voler ripristinare il Glass Steagall Act, e cioè la separazione tra le banche d’affari dalle banche commerciali, abolito – neanche a dirlo – dal marito di Hillary Clinton, il noto Bill. Una proposta che ha destato le ire delle lobby finanziarie alle quali l’idea non va tanto a genio per ovvie ragioni. Non meno importante è la freddezza di Trump verso il TTIP.

Il programma politico economico di Hillary Clinton, ripercorrendo quello tradizionale del suo partito (liberal e radical), appare invece decisamente più opaco ed evanescente, anche perché la campagna elettorale di Hillary Clinton è sovvenzionata da parecchie lobby (anche estere), che rendono le sue promesse elettorali particolarmente fumose e sfuggenti. Non a caso, a gennaio, su domanda se avesse ripristinato il Glass Steagall Act, la Clinton fece una dichiarazione alquanto eloquente, affermando che si sarebbe circondata dei migliori consiglieri economici, e visti i risultati positivi ottenuti dal marito, durante il suo mandato, la risposta era già di per sé data. Più chiaro di così: no, non avrebbe reintrodotto la separazione tra le banche d’affari e quelle commerciali, con grande gioia delle lobby finanziarie.

Quale sia l’interesse europeo nell’elezione dell’uno o dell’altro presidente, dipende dal tipo di Europa a cui ci si riferisce. Se ci riferiamo ai popoli europei, alle nazioni europee e dunque alle persone comuni, è indubbio che la Clinton sia invotabile, poiché è chiara e ferma la sua intenzione di perpetrare le politiche estere aggressive e di ingerenza già attuate da Obama e dai suoi predecessori, sia in Europa, sia in Medioriente. Se guardassimo all’Europa delle banche, della finanza, degli interessi economici, e dunque delle lobby, la Clinton è il miglior candidato possibile. Non è un caso che da diverso tempo assistiamo a un vergognoso endorsement in favore della Clinton da parte dei più influenti media mainstream occidentali, i quali, come sappiamo, spesso sono legati a doppio filo ai potentati economici europei e USA. Peraltro, quasi a conferma, non nascondo una certa simpatia ed empatia per la Clinton le istituzioni europee, ma anche alcuni governi filoatlantisti come il nostro Governo.

Perciò, a conti fatti, se dovessimo davvero guardare all’interesse delle persone comuni e coltivassimo la speranza di un mutamento della politica estera americana verso posizioni meno interventiste, di minore ingerenza negli affari degli altri Stati e di rinuncia a un’egemonia politica e militare che oggigiorno appare sempre di più intollerabile e pericolosa per gli equilibri mondiali, direi che Trump è la migliore scelta o se vogliamo, la meno peggio. Ma naturalmente spetta agli americani decidere se gettarsi nel baratro e trascinare con loro tutti noi, votando la Clinton, oppure fare una scelta che comunque offre un filo di speranza di miglioramento. Pillola rossa o pillola blu. Questo è il dilemma.

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