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Il raid italiano su Gura

di
Andrea Amadio
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Lungi dal volere improvvisare un'analisi di storia militare 
nel senso più tecnico possibile. 
Lungi il volere rivedere storicamente la partecipazione italiana 
alla Seconda Guerra Mondiale, 
o mostrare in una luce diversa il regime fascista. 
Però ci sono uomini che compiono imprese straordinarie 
in momenti storici particolari, e questi ci interessano. 
Il raid italiano su Gura è una straordinaria impresa compiuta 
da militari italiani della Regia Aeronautica 
a bordo di trimotori S.M. 75. 
Al comando dell'I-BUBA c'è il maggiore pilota Giulio Cesare Villa 
affiancato dal capitano pilota Manlio Lizzani, 
dal motorista maresciallo Giovanni Mazza 
e dal marconista maresciallo Luigi Benvenuto. 
L'altro apparecchio che partecipa all'azione,l'I-TAMO , 
ha al comando il capitano pilota Max Peroli affiancato 
dal capitano Ardito Cristiani con il maresciallo motorista 
Giuseppe Boero e dal sottotenente marconista Mario Marasco. 
I due trasportano 10 ordigni da 100 chili l'uno e devono bombardare 
il lontanissimo aeroporto di Gura presso l'Asmara. 
Per potere compiere la missione i due aerei il 19 maggio 1943 
si trasferiscono da Guidonia, vicino a Roma, 
a Rodi nelle isole greche. 
Il 23 dello stesso mese alle 6;45 decollano con oltre 11.000 litri 
di carburante, oltre alle bombe. 
Solo il coraggio di decollare in simili condizioni 
è già di per sé un'impresa. 
Sia Villa che Peroli mantengono con una grande bravura e freddezza 
i due velivoli a pelo d'acqua per non essere rilevati dai radar inglesi, 
a quote più alte altri aerei italiani cercano di ingannare 
la difesa aerea britannica nel mediterraneo orientale. 
Dopo tanta fatica ed altrettanta tensione i due velivoli 
raggiungono la costa egiziana nella zona di Marsa Matruh, 
non vengono minimamente riconosciuti 
e i militari inglesi li salutano con gioia. 
I due aeroplani italiani sorvolano la stupenda valle del Nilo
 a 3.000 metri di quota e nessun velivolo inglese li intercetta 
poiché è ritenuta assurda la presenza di attività aerea italiana 
in quel settore 
(le truppe italo tedesche si erano arrese in Tunisia 
nella primavera del 1943). 
I consumi di carburante troppo elevati costringono l'I-TAMO 
del capitano Peroli a scegliere un diverso obbiettivo 
e viene colpito con successo Port Sudan dopo 11 ore di missione. 
Ai comandi di Villa l'I-BUBA continua in solitario la sua missione 
che dura da circa 12 ore. 
All'imbrunire raggiunge l'Asmara si abbassa a 500 metri 
e si avvicina all'aeroporto di Gura. 
Improvvisamente la città piomba nel buio, 
perché viene segnalato l'attacco. 
Stranamente questo non succede con le luci dell'aeroporto di Gura, 
che resta illuminato. 
Potendo con facilità individuare l'obbiettivo 
gli italiani lo colpiscono,
ma non tutta la fortuna è dalla loro perché una bomba 
resta penzolone dalla rastrelliera del vano carico. 
Nel volo di rientro gli uomini di Villa 
sono costretti a fare un lavoro disumano per non farla scoppiare 
durante l'atterraggio. 
Nel lungo volo di rientro l'I-BUBA viene contattato dalle radio militari
americane ed inglesi che mostrano fair play,
arrivando addirittura ad offrire assistenza tecnica agli italiani
impegnandosi a non farli prigionieri se fossero atterrati per rifornire.
Fatto strano per la guerra sono sinceri, 
infatti nessun aereo inglese o americano 
si alza in volo per intercettare l'S.M. 75. 
l'I-BUBA rientra a Rodi alle 6;45 
del 24 maggio 1943 dopo ben 24 ore di volo 
avendo compiuto l'eccezionale distanza di 6.418 chilometri. 
Militarmente è stata un'impresa 
che non ha spostato di un millimetro l'equilibrio della guerra, 
ma questi uomini folli hanno sfidato gli elementi 
con un coraggio straordinario. 
Questa pazzia è affascinante, 
seducente e merita senza sotterfugi politici 
il ricordo sincero ed ammirato.

 Andrea Amadio




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