Get Even More Visitors To Your Blog, Upgrade To A Business Listing >>

ANTOLOGIA DI TACITO

Wien-_Parlament-Tacitus

Dalle Historiae, libro I, capitolo 1:
“Inizierò a parlare dal secondo consolato di Servio Galba e di Tito Vinio (69 d,C,). Degli ottocento venti anni precedenti hanno parlato già molti storici dalla fondazione di Roma: potevano scrivere con libertà pari all’eloquenza. Ma dopo la battaglia di Azio (31 a.C.), è piaciuto attribuire tutto il potere ad un uomo solo per la pace: avvenne così che quei grandi ingegni si eclissarono, a tutto danno della verità. La prima ragione fu il disinteresse verso la vita pubblica, pensando ognuno al proprio particulare. Fatalmente si è affermata una vera smania di adulazione e nello stesso tempo di odio verso chi comandava. E comunque a nessuno ostile o sottomesso che fosse, STAVA A CUORE LA POSTERITA’”. L’uomo della provvidenza non funzionava neanche allora.

Insomma per Tacito c’è un nesso inscindibile tra regime democratico, libertà di parola, e prospettive per il futuro. Nel 2016, oggi, la faziosità partitica, scaduta ai livelli del tifo da stadio, vincente sul pensiero del bene comune (importa vincere, come nel campionato!), mi pare che ci stia portando ad una situazione, che molto somiglia al periodo di Tacito. Il suo allarme non fu raccolto, e l’impero declinò senza freni verso il tramonto e la fine. Non mi pare il caso di dire se fu un bene o un male.

Nel secondo capitolo della “Vita di Agricola” (suo suocero e generale di Domiziano) dice:

“Si legge che furono mandati a morte Aruleno Rustico per aver lodato Peto Trasea, ed Erennio Senecione per aver lodato Prisco Elvidio. E non si incrudelì solo contro le loro persone, ma anche contro i loro libri: anzi fu dato l’incarico ai triunviri di bruciarli nel foro e proprio nei luoghi del comizio (zona per le assemblee popolari nel foro, quindi un gesto simbolico). Si credeva che si potesse abolire con quel fuoco la voce del popolo romano, la libertà del senato e la coscienza del genere umano. Furono inoltre banditi i professori e mandata in esilio ogni buona arte, allo scopo di impedire l’incontro con un modo onesto di vivere (l’editto bulgaro e l’attuale normalizzazione nella RAI. Ndr). Di certo abbiamo dato un eloquente esempio di sopportazione estrema. E, come l’età antica ha visto il punto più alto della libertà, così noi tocchiamo il punto più basso del servilismo, dato che per mezzo di spie ci avevano tolto perfino lo scambio di idee e parole. Ed avremmo perduto insieme alla voce anche la memoria, se fossimo capaci di dimenticare, come lo siamo stati di tacere. Ora finalmente si torna a respirare (perché è morto Domiziano, ed imperatore è divento Cocceio Nerva, vecchio e saggio senatore)”.

Nel capitolo 30 Tacito attribuisce un vibrante discorso di patriottico sdegno a Càlgaco, capo dei caledoni (scozzesi) ribelli contro Roma. Difficilmente Tacito poteva consultare opere scritte che lo riportassero, o intervistare qualcuno che fosse stato presente, e quindi in grado di testimoniarlo. Dunque Tacito fa parlare Càlgaco, ma in realtà il contenuto è roba sua:

“(I romani), predatori del mondo intero, se alle loro ruberie vengono meno le terre, scrutano il mare. Se il nemico è ricco, divengono avidi, se è povero, si fanno arroganti. Non si saziano né con l’oriente né con l’occidente: caso unico tra gli esseri umani, sono avidi tanto della ricchezza quanto della povertà. Con un nome bugiardo chiamano impero depredare, trucidare, rapinare. E dove fanno il deserto, dicono che c’è la pace.”. Se questo è il pensiero non di Càlgaco, ma di Tacito, a chi si riferiva lo storiografo romano? Al costume del suo tempo, che aveva abolito TUTTI i valori, che avevano fatto grande Roma, per sostituirli con uno solo: il denaro (oggi diremmo le banche e l’alta finanza), ed il potere politico che lo dispensa. Era il vitello d’oro. Ma non c’era un Mosè ad abbatterlo. E’ l’atto di accusa contro tutti gli imperialismi, anche moderni. Fate voi le equivalenze.

Ma il discorso sulla MORALE, pubblica e privata, lo si ricava bene dai capitoli a questa dedicata nell’opera intitolata “Germania”. Ammira i germani, ma è chiaro che allude a Roma, dove si agisce in tutt’altra maniera. E Tacito avverte con grande preoccupazione che da quei popoli primitivi, ma sani (così li vede lui), arriverà il colpo mortale per Roma. Per ora premono alle frontiere, ma, quando si muoveranno, Roma sarà devitalizzata dall’interno. E la causa prima sta nella ormai incolmabile lontananza tra popolo e classe dirigente. Impressionante la somiglianza con il nostro tempo: la nostra classe dirigente agisce come se fosse sicura di non avere nel popolo il suo giudice, e questo proprio quando dalle frontiere premono ondate sempre più massicce di popoli in movimento. Popoli giovani, con tanti figli, e nello stesso tempo noi non facciamo figli ed invecchiamo: (Germania, capitolo 15)
“Quando mancano le guerre, molto tempo lo passano a cacciare e ancor di più nell’ozio, dediti al sonno ed al cibo. I più forti e bellicosi non fanno nulla, mentre la cura di case, dèi penati, e delle terre è affidata alle donne, ai vecchi ed a tutti quelli non idonei alle armi. Se ne stanno a poltrire, ed è straordinario come gli stessi uomini amino l’inerzia ed odino la pace. E’ uso delle comunità portare ai capi una parte del bestiame e dei raccolti, cose accettate certo a titolo di omaggio, ma anche per far fronte alle necessità. I capi apprezzano soprattutto i doni delle comunità vicine, doni sia pubblici che privati: cavalli selezionati, splendide armi, medaglioni, collane. MA DA POCO ABBIAMO INSEGNATO LORO AD ACCETTARE ANCHE IL DENARO.”.

Quando Tacito scrive, però, l’organizzazione romana complessiva e militare in particolare, nata circa ottocento anni prima e perfezionatasi nel tempo, è ancora largamente superiore alle capacità germaniche. Un periodo così lungo ha determinato, per così dire, una attitudine genetica nell’impero romano. Quando, dunque, i due popoli vengono a confronto armato, Roma la spunta con relativa facilità. E, se alcuni anni prima, vivo ancora Augusto, le legioni romane erano state sterminate nella foresta di Teutoburgo dai germani capitanati da Arminio (un germanico, ma esperto di arte militare romana), ciò era dipeso soprattutto dall’inettitudine boriosa di Varo, il comandante. Ma era appena morto Augusto, quando Druso (soprannominato poi Germanico, nonno di Nerone per parte di madre) mise a segno una terribile punizione. Seguiamo Tacito (Annales, I 50):

“Non lontano i germani se la spassavano senza timori, perché noi eravamo inattivi a causa della morte di Augusto, e tutto era bloccato, ed a causa delle discordie interne. Ma i romani con rapida marcia attraversano la selva Cesia ed il confine iniziato da Tiberio, si accampano proprio là, e di fronte ed alle spalle scavano un fossato, mentre proteggono i lati con tronchi. Partendo da lì, attraversano zone oscure, incerti se procedere sul sentiero consueto e conosciuto, o l’altro, insolito e difficile, e quindi non sorvegliato dai nemici. Scelgono quello più lungo e si sbrigano, perché gli esploratori riferiscono che per i germani la notte sarebbe stata festiva e passata a banchettare. Cecina (ufficiale romano) va in avanscoperta con le legioni armate alla leggera, ed apre un varco nella foresta, mentre le legioni seguono a breve distanza. Giovò la notte piena di stelle. Giunsero ai villaggi dei marsi (germani), ed accerchiarono le loro posizioni, mentre erano sdraiati su materassi vicini alle mense (da Tacito sappiamo che bevevano molta birra: tedeschi!), senza timori e sentinelle. [51] Germanico divide in quattro colonne le legioni, perché il saccheggio sia più esteso, e devasta a ferro e fuoco un’area di cinquanta miglia. Non furono risparmiati né i vecchi né le donne, ed è raso al suolo tutto quanto, sacro e profano, e perfino il tempio, molto venerato da quelle genti, denominato Tanfane.”. La regolare vendetta romana. Per ora riesce, ma ……

In Annales, XVI 18 Tacito ci parla di Petronio, il probabile autore del Satyricon:

“Trascorreva le giornate dormendo e dedicava le notti agli interessi ed ai piaceri. Gli altri erano divenuti famosi per l’attivismo, lui per l’indolenza, ma non era considerato crapulone e scialacquatore, come di solito quelli che si mangiano i beni, ma un raffinato gaudente. Le sue parole ed i suoi atti quanto più mostravano noncuranza ed una certa negligenza di sé, tanto più piacevano per l’apparente naturalezza. Però come proconsole in Bitinia e poi come console dette prova di energia e si mostrò all’altezza dei compiti. Poi, tornato ai suoi vizi, o meglio con l’esibizione studiata di questi, fu accolto tra i pochi intimi di Nerone, come maestro di cerimonia (elegantiae arbiter), e pur in così grande abbondanza di piacere, Nerone non reputava nulla gradevole e raffinato se non quello che anche Petronio aveva approvato. Di qui l’odio di Tigellino (un liberto, consigliere preferito di Nerone), che in lui vedeva un rivale, più bravo nell’arte del piacere. Scatena allora la crudeltà di Nerone, che vinceva tutte le altre sue passioni, accusando Petronio di essere amico di Scevino (uno finito male per la famosa antineroniana congiura dei Pisoni), dopo aver corrotto un suo schiavo, ed avergli tolto ogni possibilità di difesa, imprigionando tutti gli altri schiavi. [19] In quei giorni per combinazione Nerone si era recato in Campania, e Petronio, giunto a Cuma, si tratteneva là. E non sopportò più a lungo l’indugio tra timore e speranza. Però non si tolse la vita in modo frettoloso: si tagliò le vene, e a suo capriccio le fece fasciare e poi aprire di nuovo, e intanto conversava con gli amici, ma mica di argomenti austeri o forieri di gloria per la fortezza d’animo. Non parlavano dell’immortalità dell’anima o dei precetti dei saggi, ma recitavano poesie leggere e licenziose. Ad alcuni schiavi diede doni, ad altri frustate, poi si mise a mensa, e si fece pure un sonnellino, come se quella morte imposta (il suicidio era ordinato da Nerone) dovesse sembrare fortuita. Non scrisse nemmeno pagine di adulazione per Nerone e Tigellino, e neanche qualche altro potente, come facevano quasi tutti i condannati al suicidio, ma elencò tutte le azioni vergognose dell’imperatore, i nomi dei giovinetti suoi amanti, e delle donne, e le turpitudini di ciascuno di quei rapporti. Firmò con il sigillo anulare e mandò il tutto a Nerone. Infine spezzò l’anello, perché non se ne potesse servire per creare accuse fasulle contro altri.”.

Il giro era questo: Nerone ordinava il suicidio, il disgraziato lo faceva, compilava il testamento nominando Nerone erede dei suoi beni. Serviva a Nerone per stornare da sé il sospetto della responsabilità del suicidio, ed al suicida per salvare beni ed eredi. Nerone infatti accettava l’eredità, ma poi la donava agli eredi del morto. E con il sigillo anulare fabbricava prove fasulle contro altri disgraziati: come si fa a dubitare di ciò che uno scrive in punto di morte? Petronio, un epicureo doc.

Tacito uno straordinario narratore, con particolare attenzione alla psicologia dei personaggi, che hanno dominato la scena della Storia, fino a seminare la fine dell’impero. Memorabili le pagine sul tormento interiore e le paure di Nerone e sua madre Agrippina: un vero saggio di bravura narrativa. Con un po’ di esagerazione Tacito potrebbe essere definito ROMANZIERE STORICO.

 

di Fulvio Marino

Fulvio Marino

“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” 

Fulvio Marino

il pifferaio tragico fulvio marino

Acquista il libro



This post first appeared on Aneddotica Magazine Aktivism, Computer Science, Ec, please read the originial post: here

Share the post

ANTOLOGIA DI TACITO

×

Subscribe to Aneddotica Magazine Aktivism, Computer Science, Ec

Get updates delivered right to your inbox!

Thank you for your subscription

×