Get Even More Visitors To Your Blog, Upgrade To A Business Listing >>

La Norma trompe-l’œil dell’innocenza perduta

La Norma trompe-l’œil dell’innocenza perduta
Fermata Spettacolo

Ancora una volta si ripete – miracolosamente replicando l’emozione e il pathos di sempre – il sacrificio di Norma, qui a Napoli al Teatro San Carlo, che tanto spesso la vide protagonista e diva. Opera è, questa, da sempre difficile e di complesso approccio, a dispetto, si direbbe, d’una così vasta popolarità che, se da un lato fece di Bellini una star romantica e immortale, dall’altra elevò il personaggio della sacerdotessa lunare sull’altare nazionalpopolare della sfegatata e più trita e triste melomania: e se questo valeva nel secolo dei romantici pallori, a maggior ragione il rischio d’incomprensione incombe oggi, meno avvezzi come siamo ai disperati ed eroici amori.

Certo, la difficoltà di comprender Norma, oggi per noi, risiede principalmente nel modo in cui Bellini intende musicalmente il melodramma, così distinto e diverso dalle forme chiuse del belcanto classico, costruendo invece – e quale novità, per l’epoca, pur se in forme e modi aerei e rarefatti, “belliniani”, appunto – quegli ariosi recitativi che tanto faranno, insieme alla sapienza della strumentazione, la gioia (e la sorpresa) di Wagner; ma è soprattutto dal punto di vista drammaturgico e scenografico che l’approccio si fa vieppiù problematico e al limite della comprensione. E questo non sol perché, similmente a tante opere italiane romantiche, la vicenda che vi si racconta è quantomai illogica e in fondo irraccontabile, fatta più di temi forti – l’amore proibito e quello materno, la duplicità del vincitore, lo scontro di culture – che stentatamente si mettono in cerca d’una improbabile narrazione, benché servita – e questo a differenza di tante altre italiche sorelle – dagli eccellenti versi d’un Romani in grande ispirazione; ma anche, e soprattutto, per la polverosità e grigiore dell’ambiente in cui è calata la vicenda, la Gallia romana che, tradotta in termini melodrammatici, si trasforma presto in scenari dipinti e natura impagliata, tra elmi e corazze da un lato e pelli d’orso e clave dall’altro, orrifico festival del kitsch ottocentesco che, certo, non ispira e non aiuta. In epoca moderna, poi, il tentativo di camuffar la storia e la geografia, variando questa o quella o entrambe, come spesso la regia dei giorni nostri azzarda, per render più comprensibili ed appetibili per noi i patemi e i dolori di cent’anni e più, ha dato alterni esiti, con alcune luci e molte ombre, mai soddisfacendo appieno.

Norma_Teatro San Carlo

A giudicar dal successo di pubblico e di critica di questa Norma, invece, sembrerebbe del tutto superato questo preliminare e forse preconcetto limite; intanto, la direzione musicale dell’ormai sempiterno Nello Santi inanella un’altra vittoria: è fatta di cesello del suono di cui sa sviscerare e far emergere ogni singola e nascosta sfumatura, in una resa cromatica superba e sorprendente, se la si pensi fatta – com’è fatta – di motivi arcinoti e risaputi, che risuonano nuovi e inusitati al nostro orecchio.

Esperienza commovente e non certo comune, ottenuta senza ricorrere a trucco alcuno, ma semplicemente alla profonda sapienza musicale di un gran Maestro che sa tirar fuori il meglio dall’Orchestra, prima di tutto, sempre professionalmente attenta e misurata, poi dal Coro, guidato da Marco Faelli, credibile, sempre concentrato, senza sbavature; infine dagli interpreti: ho visto la Norma autorevole e appassionata dalla voce piena e calda di Daniela Schillaci, sempre scenicamente a suo agio, capace di unire l’ispirata ieraticità della sacerdotessa alla passione dell’amante e della madre. Poi, la fascinosa presenza scenica e la passione del suo timbro grave dell’Adalgisa di Anna Goryachova, dalle grandi virtù attoriali e vocali; e ancora il Pollione dalla voce squillante e vigorosa di Stefan Pop che trova modo, come già nel recente Alfredo napoletano, sempre per la direzione del Maestro Santi, di uscire dal troppo ferreo cliché del tenore monocorde che tanto è tipico dell’opera italica. Accanto ai tre protagonisti, si fan notare l’ascetico Oroveso di Giacomo Prestia e l’incisiva Clotilde di Clarissa Costanzo.

La regia di Lorenzo Amato è, però, forse, la vera sorpresa di questo allestimento, insieme alle scene di Ezio Frigerio, i costumi di Franca Squarciapino, le luci di Vincenzo Raponi, le proiezioni di Sergio Metalli: l’azione viene trasportata in un nonluogo e un nontempo, una Terra di Mezzo situata tra invenzione romantica e fantasy contemporaneo, in un contesto ricchissimo di citazioni e contaminazioni – dalla pittura (Friedrich, Overbeck), alla narrativa (Novalis, Hoffmann), dai richiami etnografici (maschere funerarie achee), al cinema (Il Signore degli anelli) – che genera un ambiente irreale, magico e astratto, del tutto libero dai condizionamenti storici del libretto e dal ciarpame ritrito di cui s’è detto.

Norma_Teatro San Carlo

Si (ri)crea così un mondo altro, perfettamente adatto alla musica che deve servire, lirica e intangibile e pura essenza di pensiero immateriale: una rivisitazione che evita l’impossibile operazione di risuscitar l’innocenza perduta e che si serve, invece, dell’ironia della citazione per (ri)creare, in modo costantemente diverso, la storia – che è narrazione del rapporto tra gli uomini – e la geografia – che è narrazione del rapporto tra le cose. Così, accanto alle rovine di un tempio, cresce una densa e impenetrabile foresta d’annose querce che ha l’ombrose e cerulee luci della pittura romantica tedesca, l’atmosfera obliata e fosca del romanzo gotico ma che al contempo ricorda – a noi contemporanei del millennio presente, per un subitaneo e inconscio déjà-vu – i film, la pubblicità, i fumetti (a me veniva da pensare al Regno d’Arborea del principe Barin e della principessa Aura di Alex Raymond).

Ciò che stupisce, alla fine, è che qualcuno abbia potuto parlare di regia “tradizionale”, cercando d’innescare, probabilmente, l’ormai abusata polemica tra “modernità” e “fedeltà al libretto”: in verità, effettivamente, non si tratta, a rigor di termini, di regia “moderna”, bensì nel pieno, ci troviamo, d’una dinamica postmoderna, come direbbe Umberto Eco che ormai di lassù tutti ci guarda; tuttavia, non so quanto voluto, uno smagato e scaltro effetto trompe-l’œil ha giocato a trarre in inganno l’occhio d’alcuni (molti?) spettatori, che, visto il gonnellino di Pollione, han pensato esser quello romano, al pari delle medievali tonache sacerdotali, scambiate per autentiche celtiche vesti d’Oroveso. Misteri arcani d’irrisolte polemiche.

La Norma trompe-l’œil dell’innocenza perduta
Fermata Spettacolo



This post first appeared on Fermata Spettacolo - Web Magazine Di Recensioni E, please read the originial post: here

Share the post

La Norma trompe-l’œil dell’innocenza perduta

×

Subscribe to Fermata Spettacolo - Web Magazine Di Recensioni E

Get updates delivered right to your inbox!

Thank you for your subscription

×