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I nuovi equilibri mediorientali e il rischio di una proliferazione nucleare


Di Vincenzo D'Esposito

L’ascesa dei Talebani in Afghanistan rappresenta un elemento di instabilità Nel Vicino Oriente. Questo si va ad inserire in un contesto già di per sé complesso, che vede una serie di meccanismi di pesi e contrappesi tra le potenze regionali. La necessità di stabilizzare quella che è stata definita come la “tomba degli imperi”, unitamente all’alleanza che si sta delineando tra due dei principali attori coinvolti in questo processo, la Turchia e il Pakistan, rischiano di innescare un meccanismo a catena. La corsa al nucleare dell’Iran potrebbe ricevere una nuova spinta in avanti, con effetti a catena in tutta la regione.

Ankara chiama, Islamabad risponde

La Turchia di Erdogan è il principale Stato parte della NATO attualmente coinvolto nel processo di stabilizzazione dell’Afghanistan. Con la ritirata delle truppe occidentali, infatti, la sicurezza del Paese è rimasta nelle mani della Cina, della Russia e delle potenze regionali dell’area. Tra queste, oltre ad Ankara, un ruolo di assoluto primo piano è assunto dal Pakistan. Da molti definito come la longa manus dietro i Talebani, il governo pakistano ha a disposizione molte delle leve che potranno influenzare il futuro politico dell’Afghanistan. Nel delineare una strategia comune per far fronte alla crisi afghana spicca l’asse privilegiato che lega Ankara e Islamabad, che va ben oltre l’attualità e che trova nella sicurezza l’elemento cardine.

Il Pakistan è l’unico Stato musulmano a disporre di un proprio arsenale nucleare. La Turchia, che non ha mai fatto mistero di desiderare anch’essa un proprio arsenale per reggere il confronto con le altre medie e grandi potenze globali, ha da anni avviato i contatti con Islamabad. L’obiettivo è quello di esportare conoscenze verso Ankara e facilitare la formazione di una dottrina del nucleare anche in Turchia.

Con la Russia a nord, Israele a sud e la Francia ad ovest, Erdogan sa che per contare di più nella comunità internazionale il possesso di un arsenale di armi atomiche rappresenta un prerequisito fondamentale. Per tale motivo, il Pakistan e la Turchia hanno instaurato negli anni una cooperazione militare a doppio senso che vede entrambe le parti esportare armi e conoscenze l’una verso l’altra.

La crisi afghana e i disimpegno occidentale dalla regione, poi, hanno rappresentato un’altra tappa del rafforzamento delle relazioni tra Islamabad e Ankara a causa del ruolo di primo piano che entrambi i Paesi hanno assunto. Il Pakistan ha la capacità di influenzare la politica afghana come nessun altro Stato al mondo a causa del continuum etno-linguistico tra i Talebani, prevalentemente esponenti del gruppo Pashtun, ed i Pashtun del Pakistan, oltre alla storica influenza culturale che le madrase pakistane hanno esercitato sul fondamentalismo dei Talebani. La Turchia, d’altro canto, ha fin da subito presidiato l’aeroporto di Kabul e ha tenuto i contatti con il neo costituito regime per evitare un flusso eccessivo di profughi verso i propri confini e verso quelli dell’Azerbaigian, suo principale alleato nella regione del Mar Caspio.

Sfuggire all’accerchiamento, costi quel che costi

Questo asse che si è creato tra Ankara e Islamabad e la volontà dichiarata di Erdogan di dotarsi di un arsenale nucleare non possono non impensierire un altro attore di peso del Vicino Oriente, l’Iran. Teheran guarda con particolare preoccupazione alla situazione che si è venuta a creare in Afghanistan, dove l’accentramento del potere nelle mani dei Pashtun ha messo ulteriormente in disparte le minoranze, segnatamente i Tagichi e gli Hazara. Proprio in tal senso, l’Iran e il Tagikistan hanno dichiarato di auspicare per un governo afghano maggiormente inclusivo e meno tribale.

La crisi afghana è al centro della scena politica iraniana, poiché dal Paese arrivano flussi imponenti di profughi in cerca di accoglienza. Molti di questi, tuttavia, tentano di attraversare il confine con l’Azerbaigian per raggiungere l’Europa, con una conseguente crisi diplomatica tra Baku che ha chiuso le frontiere e Teheran che vorrebbe lasciar passare i profughi. I due Stati sono arrivati addirittura a schierare i rispettivi eserciti vicino al confine per tentare di intimidirsi a vicenda. La Turchia, nel frattempo, ha apertamente appoggiato il suo alleato caucasico, coprendogli le spalle contro un Iran altrimenti soverchiante.

In un quadro così complicato è evidente che Teheran tema un eccessivo rafforzamento turco. Sebbene l’Iran abbia tentato per anni di ottenere la bomba atomica, il peso delle sanzioni internazionali e il relativo isolamento a cui è costretto dagli Stati Uniti ne hanno limitato di molto le capacità tecnologiche e scientifiche. Ciononostante, il rischio di una proliferazione nucleare in Turchia potrebbe spingere le due maggiori potenze eurasiatiche, Russia e Cina, a sostenere la ricerca iraniana in questo settore. L’annuncio negli scorsi giorni di un imminente ingresso di Teheran nella SCO come membro effettivo potrebbe essere sintomatico di un progressivo avvicinamento al blocco eurasiatico, che si connoterebbe automaticamente come anti-NATO e anti-USA. Il corollario potrebbe indicare che la SCO diventi gradualmente anche anti-turca, ma non è così automatico a causa della presenza nell’organizzazione della Turchia stessa come partner di dialogo, del Pakistan e delle repubbliche centro-asiatiche. Tutte, tranne il Tagikistan, più o meno legate ad Ankara dalla retorica panturchista.

Il pericolo dell’effetto domino

 I nuovi equilibri nel Vicino Oriente segnano un ritorno del boccino afghano nelle mani di Islamabad, che ha la possibilità di riprendere a ragionare in termini di profondità strategica. Questo è fondamentale per dare una credibilità alla competizione con la ben più ampia e economicamente strutturata India, sua rivale naturale. Il rapporto di amicizia con la Turchia serve in questo quadro a dare una stabilità maggiore all’Afghanistan e a tenere fuori dai giochi l’Iran, interessato a ridurre il potere dei Talebani.

Le dichiarazioni del presidente Raisi e del suo omologo tagico Rahmon, anch’esso interessato a limitare lo strapotere dei Talebani, a favore del maggior coinvolgimento delle minoranze nella vita politica afghana vanno nella direzione opposta a quella del Pakistan. A differenza del Turkmenistan e dell’Uzbekistan, che hanno fin da subito preso contatti con Kabul, il Tagikistan teme un eccessivo rafforzamento dell’etnia Pashtun ai danni della minoranza tagica. Condividendo questa preoccupazione, Teheran e Dušanbe sperano di poter ridurre l’influenza del Pakistan e della Turchia sull’Afghanistan premendo per un maggiore coinvolgimento delle  minoranze nella vita politica.

L’Iran in questo quadro potrebbe dare un ulteriore impulso ai propri piani di sviluppo dell’arma atomica per sfuggire all’accerchiamento che si va profilando. Con una Turchia lanciata verso la nuclearizzazione, Teheran non avrebbe scelta. Non è da escludere, tuttavia, una corsa agli armamenti che rischierebbe di portare ad una proliferazione nel Golfo. L’Arabia Saudita, araldo degli Stati Uniti nella regione e Paese rivale dell’Iran, non potrebbe tollerare una situazione in cui Teheran ottenesse l’accesso ad un proprio arsenale atomico. Si potrebbe, così, giungere ad una diffusione eccessiva di armi di distruzione di massa in Stati litigiosi e imprevedibili, e a questo le grandi potenze mondiali non potrebbero acconsentire.

Resta da capire quanto la Turchia sia effettivamente in grado di muoversi sulla strada per diventare una potenza nucleare senza ricevere un niet dagli Stati Uniti o dalla Russia per un’interruzione immediata dei propri piani. Il rischio della proliferazione incontrollata nel Vicino Oriente è troppo forte per tenere Mosca e Washington  fuori dalla questione. l’Iran non resterebbe a guardare, ed il Golfo potrebbe tornare ad infiammarsi.

FONTE: http://osservatorioglobalizzazione.it/osservatorio/i-nuovi-equilibri-mediorientali-e-il-rischio-di-una-proliferazione-nucleare/



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