Wahhabismo e salafismo non sono problematici nella loro essenza, ma soltanto nella misura della strumentalizzazione politica che viene fatta di essi da terroristi e petromonarchie ignorando le conseguenze derivanti dall’indottrinamento di milioni di persone all’odio religioso e al ripudio verso la modernità in tutte le sue forme. I governi occidentali sembrano essersi accorti soltanto negli ultimi anni del collegamento tra radicalizzazione e predicazioni fondamentaliste nei luoghi di culto e dialogo finanziati dai sauditi o dai qatarioti, basiti dinanzi i numeri forniti dai servizi di sicurezza degli estremisti in circolazione nell’Unione Europea e dalle migliaia di cittadini, nati e cresciuti nel Vecchio Continente, arruolatisi tra le fila dell’autoproclamato Stato Islamico. Il Belgio rappresenta senza dubbio il caso più emblematico degli effetti sociali perversi prodotti da una diffusione sfrenata del wahhabismo e del salafismo. Il paese è una contraddizione in termini: sede delle principali istituzioni comunitarie e della legislazione tra le più progressiste e liberali del continente, ed allo stesso tempo un focolare di jihadismo paragonabile al Kosovo o ai paesi del Turkestan.
In effetti, dietro il gioco di parole dispregiativo Belgistan c’è più realtà che islamofobia di quanto possa sembrare. Il Belgio è infatti il paese comunitario con il più alto numero di foreign fighter pro capite secondo l’autorevole International Center for Counter-Terrorism: circa 520 su una popolazione di 11 milioni. Le ragioni che hanno trasformato il Belgio in un bacino di reclutamento a cielo aperto per la causa jihadista sono ancora da scoprire, a meno che uno non voglia accontentarsi delle classiche scusanti della mancata integrazione o della difficoltà nella mobilità sociale. Alcuni eventi offrono però degli spunti interessanti da cui iniziare una ricerca:
1) la Grande Moschea di Bruxelles, inaugurata nel 1978 con un affitto gratuito all’Arabia Saudita di 99 anni, è stata recentemente tolta dal controllo saudita perché definita da una commissione parlamentare d’inchiesta come una minaccia per lo stato di diritto e luogo di predicazioni salafite-wahhabite estremamente violente;
2) l’Arabia Saudita devolve annualmente circa un milione di euro alla manutenzione e gestione delle moschee belghe, tra le quali alcune site nel quartiere-ghetto di Mollenbeek;
3) la nolenza delle autorità a perseguire e sciogliere movimenti come Sharia4Belgium, ufficialmente autodissoltosi per problemi interni, e islam, un partito islamista attivo dal 2012 ed avente come programma elettorale l’instaurazione della shari’a nel paese nel lungo termine.
Belgio a parte, in tutta Europa stanno sorgendo movimenti con richiami palesi alla shari’a, sorti nel sottobosco salafita e poi cresciuti sino ad ottenere un seguito popolare tale da condurre campagne elettorali, gestire centri culturali, costruire relazioni transnazionali con enti o stati, approfittando della totale indifferenza delle autorità. Mentre le istituzioni comunitarie e i paesi membri non sembrano realmente interessati ad affrontare il problema della crescente radicalizzazione, a vedere i legami tra certe nazioni e diffusione di visioni fondamentaliste ed antioccidentali e a realizzare un islam europeo, l’ondata salafita-wahhabita avanza inarrestabile.
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