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Norma. O dell’incontaminata etica della natura

Norma. O dell’incontaminata etica della natura
Fermata Spettacolo

Potrebbe sembrare ai più esagerata partigianeria per l’italico belcanto, quel che diceva il compianto Nello Santi – Maestro dei maestri da poco scomparso e che il Teatro San Carlo ricorda nel programma di sala di questa Norma che lui portò a battesimo nel 2016 e che in questi giorni torna in scena al Massimo napoletano – a proposito del capolavoro belliniano: se nota è l’ammirazione di Wagner per quest’opera così profondamente italica, un po’ azzardato può sembrare l’affermazione che “nel finale del Tristan und Isolde l’autore tedesco abbia ricopiato il finale della Norma… riprendendone la struttura”. E tuttavia, riascoltando quel finale, effettivamente è impossibile non notare quanto debitore possa essere l’inventore della unendliche Melodie al sottile, semplicissimo, efficacissimo filo melodico belliniano, il che ci fa comprendere anche, per corollario, quanto possa essere difficile mettere in scena oggi, Norma. Che è opera, da sempre, di complesso approccio, a dispetto, si direbbe, d’una così vasta popolarità che, se da un lato fece di Bellini una star romantica e immortale, dall’altra elevò il personaggio della sacerdotessa lunare sull’altare nazionalpopolare della più trita e triste melomania: e se questo valeva nel secolo dei romantici pallori, a maggior ragione il rischio d’incomprensione incombe oggi, in cui il secolo breve da poco lasciato ci ha certamente resi meno avvezzi ai disperati ed eroici amori, lasciandoci in bocca un sapore di sconsolato cinismo.

Certo, la difficoltà di comprender Norma, oggi per noi, risiede principalmente nel modo in cui Bellini intende musicalmente il melodramma, così distinto e diverso dalle forme chiuse del belcanto classico, costruendo invece – e quale novità, per l’epoca, pur se in forme e modi aerei e rarefatti, “belliniani”, appunto – quegli ariosi recitativi che tanto faranno, insieme alla sapienza della strumentazione, la gioia (e la sorpresa) di Wagner.

Andate a risentirvi, come è capitato ieri sera a me, oltre al finale di cui abbiamo detto, pure l’incredibile decima scena del Secondo Atto, In mia mano alfin tu sei, e comprenderete il perché l’autore del Ring possa aver tanto amato quest’opera e le sue “melodie lunghe lunghe”: lo scambio sempre più serrato tra i due, la decisa e fruttuosa economia dell’abbellimento vocale, il frammento della linea melodica, in cui la musica è tutt’uno col dramma, è già, in nuce, l’arioso declamato wagneriano, la grande invenzione è già lì, dove meno te lo aspetti; come ricreare, oggi, allora, sul palco, per noi abitanti della contemporaneità, quel miracolo di lucida invenzione, di inusitata novità? E poi, è soprattutto dal punto di vista drammaturgico e scenografico che l’approccio si fa vieppiù problematico e al limite della comprensione.

E questo non sol perché, similmente a tante opere italiane romantiche, la vicenda che vi si racconta è quantomai illogica e in fondo irraccontabile, fatta più di temi forti – l’amore proibito e quello materno, la duplicità del vincitore, lo scontro di culture – che stentatamente si mettono in cerca d’una improbabile narrazione, benché servita – e questo a differenza di tante altre italiche sorelle – dai superbi versi d’un Romani in grande ispirazione, che qui tocca vette mai raggiunte; ma anche, e soprattutto, per la polverosità e grigiore dell’ambiente in cui è calata la vicenda, la Gallia romana che, tradotta in termini melodrammatici, si trasforma presto in scenari dipinti e natura impagliata, tra elmi e corazze da un lato e pelli d’orso e clave dall’altro, orrifico festival del kitsch ottocentesco che, certo, non ispira e non aiuta.

In epoca moderna, poi, il tentativo di camuffar la storia e la geografia, variando questa o quella o entrambe, come spesso la regia dei giorni nostri azzarda, per render più comprensibili ed appetibili per noi i patemi e i dolori di quasi duecent’anni, ha dato alterni esiti, con alcune luci e molte ombre, mai soddisfacendo appieno. Questa Norma, invece, sembrerebbe aver del tutto superato questo preliminare e forse preconcetto limite, e questo lo dimostrò già quattro anni fa, quella di ieri sera è “solo” una felicissima conferma della validità sia dell’opera, e questo potrebbe forse non essere scontato, viste le premesse, sia delle scelte compiute per renderla vicina al sentir dell’oggi. A cominciare da quelle più strettamente musicali.

Compie, in questo senso, Francesco Ivan Ciampa, un piccolo miracolo che ha, per fortuna, il sapore che spesso hanno tasselli di prodigio come questo nei teatri d’opera italiani, gesti spesso misconosciuti ma, per nostra consolazione, tutt’altro che rari: quello di saperci restituire la giusta atmosfera, attraverso un certo timbro dei suoni, il loro perfetto accordarsi, il sapiente evolvere in melodia leggera e vaga, che aveva probabilmente quando fu scritta, quasi due secoli or sono, ma che ci appare come, in qualche modo, trasfigurata e comprensibile, non estranea all’orecchio di chi siede in sala, pur essendo riconoscibilissimo, come impresso a fuoco, il carattere suo certo e ravvisabile.

Avevamo già ascoltato il Maestro Ciampa qualche anno fa, qui al San Carlo, in un Nabucco di un allestimento, dalla regia presuntuosa e oscura, non certo memorabile e, nondimeno, ci aveva colpito per la sua capacità, frutto di sapiente intuizione e di sudato studio, in tutta evidenza, di recuperare, sul piano musicale, non tanto, probabilmente, la valenza più propriamente eroica e risorgimentale, quanto quella, altrettanto romantica, di sobria spiritualità laica e agnostica che, pure, attraversa, sicura, profonda e potente tutto il melodramma romantico italiano, basta saperla cercare. Così, ieri sera, per la sua direzione della Sinfonia, il lento a piacere, affidato al flauto e all’oboe che sembrano squarciare le nuvole temporalesche dei primi guerreschi accordi, diventa sul serio piacere per le orecchie e per il cuore, seguito dal pianissimo degli archi che eseguono il tema principale; e così anche l’Introduzione al Secondo atto, raro gioiello tanto delicato quanto sconosciuto ai più e che servì da base a Chopin per il settimo degli Studi opera 25 per pianoforte, che, anche grazie alle grandi professionalità dell’Orchestra del Teatro San Carlo, ci viene restituito alla sua natura notturna e umbratile, presagio, come dev’essere, d’incombente tragedia; così anche la scelta dei tempi, secondo Ciampa certamente agili, ma non certo frettolosi, si rivela rispettosa della partitura lasciando ampio spazio alle voci, che sono perlopiù di gran qualità; così l’impostazione generale lavora per salutare sottrazione, come nel Finale primo, che agisce per sottile emozione, senza tuttavia sottrarsi, come nel Finale ultimo, alla giusta enfasi melodrammatica.

In questo lavoro di cesello e di sottile approfondimento musicale, drammaturgico e psicologico, molta è la parte che vede protagonista il Coro, diretto da Gea Garatti Ansini, perché certamente questa è opera di grande spessore corale, frutto di una trasformazione che avviene sotto i nostri occhi, sulla scena, e il Coro deve dar ragione a noi seduti in platea di questa metamorfosi, sia dal punto di vista musicale che drammaturgico.

Nel primo atto, infatti, il coro è solo testimone passivo di un rito ben orchestrato, vive nel frustato rancore di una rivolta sempre annunciata e sempre abortita, popolo senz’anima se non l’odio verso il Romano. È solo quando il velo si squarcia, quando l’insopportabile verità diventa nota, quando Norma permette al padre e al suo popolo di entrare nella sua intimità, all’interno della sua vera e propria famiglia disfunzionale, che il coro acquista il suo carattere di personaggio dotato di una sua emotività, costretto ad essere finalmente parte in causa e partecipe collettivo di un dramma fino a quel momento privato. Non si può interpretar bene Norma se non si hanno chiari questi minimi concetti, se non li si è fatti propri, e il Coro ascoltato ieri sera ha dimostrato di essere perfettamente in parte, al di là delle indubitabili doti tecniche – che tuttavia non dovrebbero mai esser messe in dubbio.

Maria José Siri è Norma di grande temperamento, che disegna un personaggio a tutto tondo, ottimo dal punto di vista psicologico e drammaturgico, perfetto da quello della voce, che il soprano uruguyano ha bella e robusta, inappuntabile da quello della tecnica, come sempre solida e attendibile. Insuperabile nella descrizione del tormento del personaggio – che per volere di Bellini e Romani si discosta dal più sanguinario modello di Medea, evitando di spargere il sangue dei figli – sa diventare credibilmente, alla fine, vera eroina del romantico sacrificio sull’altare dell’amore, superando pure, con agilità e intelligenza, qualche eccessivo spigolo negli acuti.

Sostanzialmente corretta ma di gran lunga meno raffinata, sotto tutti i punti di vista, l’interpretazione di Fabio Sartori, dalla robustissima e debordante voce tenorile d’antan, che possiede in misura anche eccessiva squillo e piglio eroico, ma che manca, purtroppo, di qualsiasi introspezione psicologica: per una romanza va benissimo, un po’ meno per un’opera come questa, soprattutto messo a implacabile confronto con la protagonista, di cui abbiamo detto, e con il terzo angolo del triangolo amoroso, l’Adalgisa di Silvia Tro Santafé che sostituiva l’indisposta Annalisa Stroppa.

Ha voce, il mezzosoprano valenciano, ben centrata, omogenea e dal peso discreto, più che adatta al contrappeso di cotanta Norma; se a ciò si aggiunge che è anche interprete intelligente e dalla sicura presenza scenica, apprezzabile negli aspetti sentimentali e sognanti che son propri del personaggio, che non ha certo la profondità della protagonista, alla fine il bilancio è più che positivo.

La regia di Lorenzo Amato continua a costituire la vera forza di questo allestimento, insieme alle scene di Ezio Frigerio, i costumi di Franca Squarciapino, le luci di Vincenzo Raponi, le proiezioni di Sergio Metalli: l’azione viene trasportata in un nonluogo e un nontempo, una Terra di Mezzo situata tra invenzione romantica e fantasy contemporaneo, in un contesto ricchissimo di citazioni e contaminazioni. Così, è facile vedere sotto i nostri occhi suggestioni che ci riportano alla pittura di una natura intatta e sublime che si rispecchia nelle querce enormi e nelle rocce immani e immanenti dell’arte di Friedrich, oppure al senso religioso e arcaicheggiante dei Nazareni come Overbeck o alla narrativa del primissimo romanticismo tedesco di Novalis, alle atmosfere che diresti ante litteram della surrealtà umorale di E.T.A. Hoffmann o alle originalità visionarie e audaci di Hölderlin; è facile cogliere, tuttavia, anche richiami etnografici, spaziando dalle maschere funerarie achee a quelle africane che tanto suggestionarono Picasso, trasmutate in idolo, in totem evocato dalla sacralità di Norma; infine anche la fiction fantasy più contemporanea ci mette lo zampino, con citazioni esplicite al Signore degli Anelli o al Trono di Spade.

Alla fine il risultato è un ambiente irreale, sorta di Iperborea magica e astratta, del tutto libero dai condizionamenti storici del libretto e dal ciarpame ritrito di cui s’è detto. Si (ri)crea così un mondo altro, perfettamente adatto alla musica che deve servire, lirica e intangibile e pura essenza di pensiero immateriale: una rivisitazione che evita l’impossibile operazione di risuscitar l’innocenza perduta e che si serve, invece, dell’ironia della citazione per (ri)creare, in modo costantemente diverso, la storia – che è narrazione del rapporto tra gli uomini – e la geografia – che è narrazione del rapporto tra le cose.

Così, accanto alle rovine di un tempio – e se ci son rovine potremmo supporre perfino di trovarci in un tempo di gran lunga posteriore al nostro – cresce una densa e impenetrabile foresta d’annose querce che ha l’ombrose e cerulee luci della pittura romantica tedesca, l’atmosfera obliata e fosca del romanzo gotico ma che al contempo ricorda – a noi contemporanei del millennio presente, per un subitaneo e inconscio déjà-vu – i film, la pubblicità, i fumetti (a me veniva da pensare al Regno d’Arborea del principe Barin e della principessa Aura di Alex Raymond).

Ma ci autorizza pure, la totale immersione nella natura, la volontà di preservare pervicacemente boschi sacri e foreste incontaminate, a pensar quel popolo e quelle genti impegnati a riscrivere un’etica rispettosa dell’equilibrio dei viventi, in cui la lezione del passato – le rovine d’un mondo condannato son lì per questo – dovrebbe insegnarci al rispetto del presente per preservare il futuro: Roma, o ciò che si oppone a questo, comunque si chiami oggi, facendo terra bruciata d’enormi foreste arboree, “morrà per vizi suoi”, è storia già scritta, sta a noi fare la nostra parte.

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