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Avevo un bel pallone rosso. L’inferno può attendere

Avevo un Bel Pallone Rosso. L’inferno può attendere
Fermata Spettacolo

Fantasmi. Ectoplasmi sfocati che il tempo, l’usura, le troppe parole hanno privato ormai del colore e delle asperità, rendendoli levigati come i sassi il fiume. A volte, però – o forse tale è la consuetudine e noi che viviamo il tempo ce ne accorgiamo solo a tratti – a volte, però, riprendono su di sé, quei fantasmi, carne e sangue ed ossa e rivivono, costretti tuttavia in un feroce anancasmo perenne a ripetere gesti, errori, dolori. Qui a Napoli, al Piccolo Bellini, va in scena Avevo un bel pallone rosso, pièce teatrale di Angela Demattè, regia di Carmelo Rifici, che rievoca la vita breve di Mara o Margherita Cagol, moglie di Renato Curcio, fondatrice con lui delle Brigate Rosse, morta nel 1975 in uno scontro a fuoco con la polizia.

Avevo vent’anni, quando questo successe, ho un ricordo indelebile e preciso di quei giorni in cui il sessantotto del sogno d’Antigone si trasformava inesorabilmente nel suo deforme doppio, prendendo le armi e uccidendo, mutandosi definitivamente in incubo oscuro; comprensibili, allora, i molti pensieri che avevo prima di venir qui. Una rappresentazione teatrale su fatti distanti più di quarant’anni fa, tuttavia per molti versi ancora irrisolti, poteva prestarsi a sortire in una malinconica quanto sterile – o, peggio, dannosa – nostalgia, contrapponendo, secondo una moda ben attestata, lo spirito di quei giorni alla piattezza dell’oggi; oppure, e non sarebbe andata meglio, risolversi in condanna inflessibile, ponendo l’accento sulla sostanziale e definitiva ingiustizia che quello spirito aveva pur provocato, il dolore, il sangue, la morte.

In ogni caso qualcosa che, pur potendo, in nuce, evocare schegge riflesse di verità, non mi andava di vedere, più che altro perché inutile al mondo e a me stesso, alla mia generazione e alle nuove che son venute e che verranno, inesorabilmente confermando la sostanziale inconoscibilità del reale da tanti predicata; son andato a teatro, tuttavia, ritrovandomi con non molti altri, in verità, in maggioranza giovani che, certo, quei giorni non hanno vissuto, per loro è una pagina di storia come per me il fascismo dei padri; ci sono andato, allora, sperando in bene, e ho visto che i fantasmi, riprendendo corpo, sanno parlare ai padri e ai figli per farsi capire, per dar ragione agli uomini della responsabilità, a volte terribile, di certe scelte, in definitiva per farsi comprendere, che significa soprattutto abbracciare quel mondo e quelle cose, intuire i sentimenti, le emozioni, gli affetti, che, tanto spesso, dirigono le nostre scelte verso la salvezza o la dannazione.

Così, centra la Demattè la sua ricerca della verità – perché in definitiva di questo si tratta – sul rapporto della protagonista con suo padre: scelta che inevitabilmente, pervicacemente, singolarmente, ci mostra il lato, per così dire, privato – come non ricordare quello slogan sessantottesco per cui il privato è politico? – domestico, familiare, accentuato dall’uso semplice ed intimo del dialetto trentino; l’italiano, la lingua della nazione, vien riservata ai proclami ideologici, alle lettere, alle veline informative, è l’interfaccia utile che consente, certo, una maggior diffusione del pensiero, altro però è il parlare al cuore, altro è l’amore che si fonda sul riconoscersi, che necessita d’una diversa lingua, d’un diverso tono, d’un diverso e più accorato suono: almeno, è ciò che pensa l’Autrice, e devo dire che sulla scena la dicotomia del linguaggio funziona, nello scandaglio dell’inconoscibile che rimane fino alla fine oscuro, nascosto, in fondo all’anima.

L’altra faccia della Luna, sembra dirci la Demattè, quella inesplorata e buia, perché lontana dai riflettori dalla Storia e delle storie, può forse insegnarci qualcosa, può, in questa indagine su come possa una tranquilla ragazza di provincia trasformarsi in guerrigliera con tanto di mitragliatore, indurci a capire che comprendere, in tutta evidenza, non è giustificare, non è condannare. Così la scena che immagina il regista, con la sostanziale complicità della matita di Paolo Di Benedetto, diventa perfetto contenitore d’una sobria ma sostanziale macchina del tempo, riuscendo nell’impresa di saper riunire in tanto piccolo spazio un così ampio assortimento di significanti oggetti d’uso comune, certo, ma, pure, carichi d’un senso che va oltre il dato oggettivo, portando in sé l’affanno e le gioie del vivere in famiglia, dolore raggrumato sul punto di sciogliersi, in silenzio, in pianto: sulla sinistra estrema un televisore in bianco e nero, rinvia alla platea, cui è rivolto – non ai personaggi sulla scena, con ogni evidenza, che di quelle opache immagini sono la perfetta (re)incarnazione – scene d’un passato che sembra ancor più remoto, costretto com’è dalla scatola con lo schermo dagli angoli smussi che era la televisione d’allora, rivissuto come sfocata, traslucida memoria di cortei inneggianti a rivoluzioni mancate, a rivendicazioni che si nutrono della giovinezza come del filtro della vita eterna, effimeri fantasmi d’un comeravamo che non ha sorrisi se non nel compiacimento dell’essere sopravvissuti.

Un tavolo e delle sedie – sono quelle, in tutta evidenza della camera della giovane Margherita o, forse, della cucina, dove tutti abbiamo studiato – rinviano nell’ossuta semplicità dell’acciaio a vista e della formica, all’idea platonica stessa di tavolo e sedia, così essenziali da poter accogliere senza imbarazzo o fatica alcuna l’Olivetti lettera 32, la piccola portatile che avevo anch’io, i libri di studio di Sociologia, sicuramente Marx e Marcuse, il libretto rosso, forse il vangelo, le letture essenziali della formazione politica dei tempi e le speranze e i sogni d’una ragazza trentina con minigonna d’ordinanza degli anni sessanta. Tutt’altra cosa evoca, invece, la massiccia scrivania di noce al centro della scena, lo studio del Padre, regno della tradizione e del carico ingombrante del passato sopravvissuto nel presente, che ci fa rabbia ma che è anche fonte dell’amore, di gran parte di ciò che siamo, che sgomento ritroviamo in noi; sulla destra una poltrona anch’essa essenziale, in legno e pelle, segno d’una modernità che entrava nelle case col nuovo benessere segno dei tempi, portando con sé, come sempre, leggerezze ed affanni.

Poi, dietro la poltrona, un totem, uno schermo, uno spazio per le parole, il tempo che scorre, l’immagine, forse, degli dei, sfocati, decolorati, slabbrati, consunti, levigati fino a smarrire perfino identità, oltre che ogni residuo di consistenza: emergono qui, i fantasmi, dal passato e dalla memoria, assumono forme evanescenti e confuse, per cui l’immagine di “Renato” – solo così nominato per tutto il dramma, convitato di pietra presente solo in effige – potrebbe perfino confondersi fra le tante icone del passato, coincidere nella memoria con quella del Che, o con quella del Cristo, così come il ritratto di Lenin, piccolo padre, trasmuta a un tratto in quello del padre di Mara. Presenze, fantasmi, frammenti ricuciti che, imbastiti insieme da mano provvida, sono il vestito perfetto perché possano uscire dalla mente, dai ritagli di giornale, dai telegiornali in bn in cui ormai fatichi a riconoscere cose, persone, emozioni, per (ri)farsi un abito di carne, più agevole agli occhi nostri, e tu possa vederli rinnovare la gioia, le speranze, le ansie, i dolori.

Una straordinaria Francesca Porrini ci fa assistere con intensa verosimiglianza alla (possibile?, probabile?) mutazione della specie, di come possa, cioè, sotto l’influsso dell’ambiente adatto, una ragazza di sani principi diventare una terrorista proprio perché di sani principi, la sua serietà e coscienziosità negli studi diventare imposizione morale che obblighi a prendere le armi, “perché la storia lo dimostra” – dimenticando che la storia non si scrive mentre la si fa – la sua fede in una Chiesa dei e per i poveri, passaporto per un regno dei cieli imposto e costruito con le armi: la Mara che vediamo, così reincarnata, è pressoché perfetta, o meglio è una chiave interpretativa “giusta” che la pone al riparo da scivoloni verso lì o là, è lo sguardo, problematico e per nulla rassicurante, su un ideale giovanile perdurante fino alla morte, e alla morte violenta.

Ideale che, si badi, è pure quello del padre, l’eccezionale Andrea Castelli, interpretazione eccelsa proprio perché vissuta molto più al di dentro di un dramma che non esteriormente, così amabilmente, ordinariamente, quotidianamente scisso, nel suo duro mestiere di padre, tra il veder crescere i propri ideali cristiani e sociali in quella bella e brava ragazza che è la figlia e, contestualmente, capire che proprio questo incondizionato, inflessibile, incorrotto ideale la porterà inevitabilmente fuori, lontana da lui, dalla dimensione familiare che entrambi così amavano, per approdare ad una storia e una geografia così fondamentalmente diverse. Entrambi ci donano un’interpretazione che tocca le corde giuste, dolore segno d’un amore che preferisce nutrirsi di silenzi e di trattenuti gesti, piuttosto che di lacrime e di capelli strappati.

Si dipana, così la vicenda, procedendo dal 1965, le prime esperienze di Margherita all’università, in quella Facoltà di Sociologia di Trento così famosa, allora, proprio perché la prima in Italia, poi, proprio perché frequentata dai futuri terroristi, il fidanzamento con Renato, le discussioni con il padre sul senso dell’essere cristiani, le prime contestazioni in chiesa, la chitarra (“è un dono”), il progressivo allontanamento dalla vita familiare, le prime collaborazioni, insieme a Renato, con la rivista “Lavoro politico” (“il periodico di sinistra più letto e maggiormente influente, tiriamo 5000 copie!”). Poi, nel 1969 – le date vengono scritte sullo “schermo” a destra) la laurea in Sociologia, relatore Francesco Alberoni, il matrimonio – in chiesa – con Renato, il trasferimento a Milano, il Collettivo Politico Metropolitano.

Margherita diventa Mara, una canzone di Don Backy dell’epoca – “sei come un’ombra che non tornerà mai più/questa canzone vola per il cielo/le sue note nel mio cuore/stan segnando il mio dolore” – è lo spartiacque che segna irrevocabilmente la mutazione, insieme al cambiarsi d’abito di Margherita, che smette la semplice minigonna e la fascia nei capelli per pantaloni, stivali e maglione, e poi le Brigate Rosse, che vengono così battezzate da lei, l’entrata in clandestinità. Infine, l’epilogo, prima il rapimento del giudice Sossi, il suo rilascio, l’arresto di Renato (“Le mie scelte rivoluzionarie dunque, nonostante l’arresto di Renato, rimangono immutate”), l’azione armata guidata da lei, che si conclude con la liberazione di Renato, la malattia del padre, il sequestro Gancia, il conflitto a fuoco con la polizia, la morte.

Alla fine, quando tutto sembra finito, dopo le notizie dei telegiornali, i proclami delle br, il dolore e il pianto trattenuto, Mara ritorna Margherita e racconta un terribile sogno al padre, un incubo in qualche modo premonitore, l’uccisione di un cane, avvolto in una coperta, che si rivela poi essere un uomo, con una giacca nera, lui, il padre: forse sta qui l’inferno, nell’ossessivo ricominciare tutto, ancora una volta, dall’inizio, nel ripetersi obbligato del dolore, nell’anancasmo nevrotico dei giorni e delle notti, perché se è necessario che una giovane generazione uccida il padre, forse – diverso solo lo sguardo, diverso solo l’eco delle cose – qui, nel morire dei padri, non delle figlie, sta anche il paradiso, nel dolore che si scioglie e trova senso, infine, lontano dall’Erinni vendicatrice ma, invece, nella giovane idealista, nella pietà dagli occhi asciutti, consapevole, lieta della sua bella semplicità, perché parafrasando (e contraddicendo) Erri de Luca – povera è una generazione nuova che non s’innamora di Antigone. L’inferno, allora, può attendere.

Avevo un bel pallone rosso. L’inferno può attendere
Fermata Spettacolo



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