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Serene bellezze, romantiche premonizioni nella luce di Mozart

Serene bellezze, romantiche Premonizioni Nella Luce di Mozart
Fermata Spettacolo

Grande concerto ieri sera al Teatro San Carlo, per questa nuova Stagione Sinfonica che, dopo l’inaugurazione con la verdiana Messa da Requiem, continua a proporre eccellenze al pubblico partenopeo. Torna a Napoli, infatti, dopo due anni di assenza, Maxim Vengerov, con Cecilia Laca, insieme nel nome di Mozart, cui sono dedicati tutti i brani in programma. Presentare Vengerov potrebbe a qualcuno sembrar quasi superfluo, visto che è universalmente riconosciuto, e non da oggi, come uno dei più importanti musicisti, tanto che alcuni parlano di lui come il più grande violinista vivente.

Nato a Novosibirsk, in Siberia, figlio di musicisti, enfant prodige, comincia a suonare a quattro anni con Galina Tourchaninova e poi con Zakhar Bron e tiene il suo primo concerto a dieci; a sedici emigra in Israele – che diventa così la sua patria adottiva – insieme alla famiglia, completando gli studi alla Jerusalem Academy of Music, da allora un susseguirsi di concerti, successi, premi. Cecilia Laca, primo violino di spalla al Teatro San Carlo, è ben conosciuta dal pubblico napoletano per la sua grande professionalità. Nata a Shkoder, anch’essa figlia di musicisti, studia violino con la madre prima di trasferirsi in Italia per completare gli studi, perfezionandosi con Salvatore Accardo. La sua carriera è costellata da successi e premi, sia come solista sia come vincitrice di diversi concorsi, al Teatro Carlo Felice di Genova, alla Fenice di Venezia, prima che al San Carlo.

Del terzo protagonista della serata, Mozart, nulla ovviamente diremo se non che i brani scelti obbediscono probabilmente ad una doppia esigenza: la prima, più lapalissiana, è quella di ben presentare i protagonisti della serata, prima i due violini solisti insieme, poi il Vengerov solista, alla fine il Vengerov direttore; la seconda, non so se figlia di voluta istanza pedagogica o frutto invece di felice sorte, traccia di fatto un percorso ideale che ci presenta tre diversi momenti del multiforme genio musicale di Mozart, che come tutti i geni è sempre uguale a se stesso e sempre diverso.

Una certa influenza italiana è riscontrabile fin dal titolo, nel Concertone in do maggiore per due violini e orchestra, K 190 – non a caso è stato composto al ritorno di Mozart dal viaggio in Italia del 1772-73 – che rinvia, anche nell’impianto formale, al modello del concerto grosso barocco, con la sua tipica e formale divisione tra solisti e totale dell’orchestra: si coglie questa inconfondibile caratteristica fin dal primo movimento, elegante e brillante senza arrivare mai alla pura tecnica virtuosistica, nel gioco vivace dei due violini che dialogano, prima tra loro, poi con l’oboe, in frizzante colloquio con la piccola orchestra. Mozart ha 17 anni, è appena stato assunto a Salisburgo presso la corte dell’arcivescovo, il mondo gli sorride, questo primo pezzo, pieno di aspettative, rappresenta al meglio le giovani speranze di un giovane che si affaccia al mondo con grandi possibilità. Così, Vengerov e Laca dialogano tra loro ripetendo le stesse frasi, leggermente sfalzate, come un’eco che si rincorre, (ri)creando una tersa e serena atmosfera che nulla sembra possa offuscare.

Ma già due anni dopo doveva apparire chiaro al giovane Mozart di come la piccola, asfittica corte austriaca di provincia fosse troppo angusta per un gran genio come il suo; i cinque Concerti per violino composti in questo periodo sono soliti rispettare l’articolazione in tre movimenti, il primo dei quali è il risultato della combinazione della forma sonata con tre episodi solistici e quattro orchestrali: questa stretta logica formale, che è rigida nei primi due, gode di maggior libertà nei successivi tre, fino ad arrivare a questo Concerto n. 5 in la maggiore “Türkish”, che presenta notevole libertà formale, e qualcuno ha parlato di carattere quasi sperimentale, a testimonianza dell’incertezza nel futuro, propria del momento, alla ricerca di una nuova stabilità artistica e sociale; tuttavia, più che sperimentazione io parlerei qui di una scrittura che mette in luce prima di tutto il ruolo del protagonista, il violino, e se si pensa che probabilmente in questi concerti Mozart avesse il ruolo di violino solista, è facile immaginare come tutto il suo genio si sia liberamente, e in massimo grado, profuso nella partitura del solista.

Ora, naturalmente non so come suonasse il violino Mozart, ma certo ieri sera Maxim Vengerov ha saputo suscitare – ma questo spesso è la norma, ai suoi concerti – stupore e meraviglia, che si son tradotte nell’ovazione finale che ha segnato la fine di una pressoché perfetta esecuzione. Il suo leggendario Stradivari “Kreutzer” del 1727, soprattutto nella czárda del Rondeau finale – la danza ungherese che ispirò anche Johannes Brahms un secolo dopo ed è sempre per me stupefacente assaporare l’assonanza dei ritmi e delle forme – cui il brano deve il nome, gioca tra virtuosismi e scansioni contrappuntistiche, dal ritmo incalzante fino alla frenetica conclusione salutata da un applauso liberatorio, ma tutto come investito e pervaso della luce serena di una chiara aurora, dove nulla sa di forzato o di stereotipato o di fasullo.

Solo un bis concede l’artista, la Sarabande dalla Partita n. 2 in re minore di Bach, alle insistenze del pubblico Vengerov accenna all’orologio, ma son sicuro che tutti avremmo tirato volentieri fino a tarda ora. La Sinfonia n. 39 in mi bemolle maggiore, prevista in un primo programma, viene invece sostituita, nella seconda parte del Concerto, dalla più conosciuta Sinfonia n. 41 in do maggiore “Jupiter”: entrambe fanno comunque parte del gruppo di tre che Mozart scrisse nell’estate del 1788, in due soli mesi, ennesimo tentativo del compositore di riscattarsi e risollevarsi dalla situazione economica disastrosa in cui si trovava, vista la scarsa considerazione di cui godevano ormai i suoi lavori teatrali: esse rimasero però nel cassetto e l’autore non ebbe mai la gioia di dirigerle o anche solo di ascoltarle: come scrive Massimo Mila, rimangono a testimonianza del “mondo interiore di Mozart che qui ci appare svelato per intero”.

La “Jupiter”, in particolare, è pervasa da una luce che, sorta di dantesca crescente beatitudine, attraversa e dà corpo – quasi andasse a costituirne perenne monumento – la forma-sonata, di cui questa Sinfonia resta mirabile e irripetibile esempio; perfino il finale, la famosa fuga, altro non è che ulteriore sviluppo, a ben vedere, della stessa forma-sonata. Vengerov, con la collaborazione dell’Orchestra del San Carlo, che ha qui modo e maniera di mostrare il suo meglio, riesce a (ri)creare il tempo giusto, optando decisamente per una lettura dinamica e brillante della partitura, perfino incalzante, in certe circostanze, senza tuttavia mai perdere di vista la spiccata cantabilità dell’intera opera, cedendo solo alla fine a una qualche suggestione beethoveniana che dà ragione alla predilezione che il secolo romantico riservò a questa Sinfonia.

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