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Marina Abramović si svela a Palazzo Strozzi

Marina Abramović si svela a Palazzo Strozzi
Fermata Spettacolo

Si apre oggi a Palazzo Strozzi di Firenze la prima retrospettiva dedicata ad una donna, ovvero Marina Abramović, una delle più grandi personalità dell’arte contemporanea, che con le sue controverse opere ha rivoluzionato l’idea di performance, scavando i limiti di espressività del proprio corpo. La mostra, dal titolo Marina Abramović. The Cleaner legandosi ad una riflessione dell’artista sulla propria vita e sulla necessità di far pulizia del passato, della memoria, del destino, resterà aperta fino al 20 gennaio 2019.

La prima esposizione italiana per l’artista, ripercorre le principali tappe della sua carriera con oltre 100 opere dagli anni Sessanta agli anni Duemila, ovvero video, fotografie, quadri, oggetti, installazioni e la re-performance di sue famose performance da parte di un gruppo di artisti selezionati che hanno seguito il cosiddetto Abramović Method. Ogni giorno, con un calendario preciso, i performer renderanno ancor più viva l’esibizione, che parte dalla Strozzina fino ai piani nobili.

L’Italia è sempre stata importante per me, ho molto in comune con voi, che siete un popolo emotivo, drammatico ma inventivo e pieno di coraggio.

Ha così esordito l’artista in conferenza stampa. Durante l’incontro, Marina ci parla della performance e di quella che l’ha messa più a dura prova.

«Ho fatto performance per tutta la vita, la performance l’ho trovata dopo essermi cimentata con la pittura, è una forma d’arte vivente basata sul tempo e alla quale bisogna essere presenti per osservarla. Visto che è così specifica è molto difficile raffrontarla ad altre con forme d’arte come film, installazioni o la pittura. Negli anni ’70 nessuno voleva accettare la performance come forma d’arte veramente riconosciuta.

Marina Abramović Stromboli III (Volcano) 2002, stampa Lambda digitale di tipo C, b/n, cm 79 x 99. Napoli, Galleria Lia Rumma. Courtesy of Marina Abramović Archives e Lia Rumma Gallery, Milan, MAC/2017/061. Credit: Ph. Paolo Canevari. Courtesy of Marina Abramović Archives. Marina Abramović by SIAE 2018

Ma io non mi arrendo facilmente, anzi, quando qualcuno mi dice no, per me è solo l’inizio.

Ho sempre voluto lavorare con la performance e in questi 50 anni credo di aver reso la performance una forma d’arte veramente riconosciuta e credo che questo sia il mio speciale contributo ad essa.

La performance è molto cambiata a partire dagli anni ’70 quando veramente si teneva davanti a 20/30/40 persone in luoghi alternativi. Adesso viene riconosciuta come forma d’arte, è per lo più di lunga durata e vista da centinaia e migliaia di persone.»

La performance più difficile per me è stata The artist is present perché è durata 3 mesi e quindi è diventata vita.

Il suo rapporto con la tecnologia è chiaro e preciso.

«Non possiamo certo chiudere gli occhi davanti alla tecnologia, che oggi fa parte della vita e non c’è niente di male in questo, quello che è sbagliato è il modo in cui la utilizziamo. Dobbiamo capire come usarla, usarla meglio senza che sia la tecnologia a usare noi.

La cosa che voglio chiarire è che per me Instagram non è arte.

Per ogni artista è importante trovare il suo strumento, il suo canale affinché il suo messaggio sia chiaro, cristallino. Il successo del proprio messaggio si vede tramite l’effetto che si ha sul pubblico, quindi se il pubblico viene toccato emotivamente e trasformato, allora vuol dire che si è fatto un buon lavoro.»

Per quanto concerne la re-performance, l’artista sottolinea la necessità che l’ha spinta verso questa direzione.

«Prima di tutto sono stata io ad inventare le re-performance, non è stato qualcun altro. E questo è successo perché ero davvero furiosa per il modo in cui i vari media utilizzavano la performance. E dopo gli anni ’70 la performance ha incominciato ad ispirare ambiti diversi, la moda, il teatro, il cinema, la TV, ancora però nessuno riconosceva i suoi diritti e nessuno dava credito agli autori della performance. Anche i giovani artisti performativi copiavano i lavori fatti precedentemente e i critici che non conoscevano la storia della performance li lodavano pensando che avessero fatto un lavoro innovativo.

Ho pensato di avere il dovere di fare un po’ di ordine in questo caos. Soprattutto perché ci tengo davvero molto alla performance,  alla sua storia, quindi al suo passato, al suo presente e al suo futuro. Quindi sono stata la prima a riproporre le re-performance tenendo a mente l’idea di chiedere all’artista se ancora vivente il permesso di rieseguire la performance, altrimenti se non più vivente di chiedere alla fondazione. Bisogna quindi pagare prima di tutto per i diritti alla fonte originale, al creatore originale, poi studiare il materiale e prepararsi molto bene per la re-performance perché la sua qualità dipende da chi la fa, proprio come succede con un violinista: può suonare benissimo Beethoven oppure molto male, dipende dal suo talento e dal suo carisma. Così abbiamo creato un vero e proprio sistema di insegnamento per preparare i performer con workshop dove si aiutano gli artisti a prepararsi a livello sia mentale che fisico.

Ma la cosa è ben diversa rispetto a quello che sento quando vedo qualcuno che reinterpreta il mio lavoro. Devo dire che io sono una persona emotiva e per me è difficile guardare le re-performance dei miei lavori perché ci sono due sensazioni differenti: un certo distacco, ma anche una gran felicità nel vedere che il mio lavoro esiste anche al di fuori di me e che quindi può essere immortale.»

La mia nuova performance la farò nel 2020 alla Royal Accademy, ma non ne voglio parlare per scaramanzia.

Essere oggi donna artista: Marina ne parla abbattendo ogni tabù.

«Dal mio punto di vista non è difficile essere donna artista perché la cosa importante è non aver paura di niente e di nessuno. E questo è il problema delle donne. Io sono molto appassionata del lavoro di alcune artiste e devo dirvi alcune cose proprio perché siamo in Italia. Quando sono arrivata qui negli anni ’70 la scena artistica era molto vivace e c’erano delle eccellenti donne artiste ma erano poche, si vedevano soprattutto artisti uomini. Credo che questo abbia a che fare con la cultura maschile e anche con il senso di colpa ed il modo in cui si educano i figli maschi un po’ come divinità in questo paese. Mentre le donne prendono questo ruolo di fragilità, di vulnerabilità che è totalmente falso perché siamo ben più forti degli uomini.

non credo che l’arte si possa definire di genere maschile o femminile,  esistono solo due tipi di arte: quella buona e quella cattiva.

C’è forse questo senso di colpa che ostacola le donne non solo in Italia, pensiamo agli anni ‘50 negli Stati Uniti nel periodo dell’arte astratta: c’erano ottime donne artiste, ma nelle gallerie, anche se a volte erano di loro gestione, si mostravano soprattutto opere di uomini. Questo deve cambiare, qui a Palazzo Strozzi sono la prima donna ad avere una retrospettiva, spero di non restare l’unica.»

Marina Abramović The Onion 1995, video (colore, sonoro), 20’03”. Amsterdam, LIMA Foundation. Courtesy of Marina Abramović Archives e LIMA, MAC/2017/073. Marina Abramović by SIAE 2018

Nella vita frenetica attuale non è sempre semplice collocare l’arte.

«Quello che dobbiamo fare è questo: avere una vita veloce e ricordare che l’arte è lenta. Quando ho fatto The artist is present è stato molto difficile perché ero a New York, una città che non dorme mai, dove nessuno ha tempo ed io ho realizzato la performance nell’atrio del MOMA, che è veramente un ciclone, c’è di tutto: il ristorante, il bookshop, la biblioteca, le gallerie, la gente va e viene in continuazione.

Ma sappiamo anche che in ogni ciclone c’è un occhio e l’occhio del ciclone è quello dove c’è l’immobilità. E quando si trova questa immobilità si può trovare anche la pace per se stessi. »

Quest’estate Marina è stata coinvolta in un’accesa polemica a Trieste riguardo al suo manifesto “Siamo tutti sulla stessa barca” realizzato per la più grande regata al mondo, la Barcolana e quindi non esibito per l’occasione. L’artista ci svela cosa c’è dietro al suo lavoro.

«Sono stata così contenta che un semplice manifesto abbia potuto creare tutte queste polemiche. Questo significa che l’arte ha questo tipo di possibilità, e questo è meraviglioso. Devo dire però che quello ho scritto sul manifesto può essere interpretato anche in modo molto più banale ricordando la prospettiva ben più ampia che avevo in mente quando l’ho scritto. Voglio lasciarvi con questa immagine:

noi essere umani siamo tutti insieme in questo piccolo pianeta blu sospeso nell’immensità dello spazio nero.

L’esibizione Marina Abramović. The Cleaner vi guiderà in un percorso capace di coinvolgere il pubblico in prima persona con energetiche opere partecipative. Una mostra non semplice esposizione di opere d’arte dunque, ma essa stessa opera d’arte a 360°.

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