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L’eredità di Grotowski al Funaro di Pistoia: intervista a Mario Biagini

L’eredità di Grotowski al Funaro di Pistoia: intervista a Mario Biagini
Fermata Spettacolo

Dal 3 all’8 Aprile il Funaro di Pistoia ha ospitato l’Open Program di Mario Biagini  con un ciclo di eventi: lo workshop ” Verso un Incontro Cantato” mirato alla partecipazione allo stesso a conclusione della settimana, lo spettacolo “Le Parole Nascoste – The Hidden Sayings” ed una conferenza dal titolo “Arte e cittadinanza attiva” sulla funzione sociale del teatro oggi. “…l’Incontro Cantato è un evento libero e gratuito a cui tutti possono prendere parte senza limiti di età e senza vincoli di esperienze nel campo delle arti dello spettacolo. I partecipanti sono invitati (e non tenuti) ad unirsi al canto, alla danza, o a sostenere ciò che succede con la loro semplice ma importante presenza. Non si tratta di uno spettacolo né di un coro tradizionale, ma di qualcosa di nuovo, o piuttosto di un tentativo di riscoprire un modo dimenticato di stare insieme, senza paura degli altri e senza vergogna…”   (leggi tutto l’approfondimento).

E che cosa è un incontro cantato se non incontrarsi cantando?  Avendo personalmente partecipato a tutte le attività svoltesi in quella settimana sono stato testimone del lavoro che un presupposto di natura apparentemente così semplice mette in moto. Potente il contrasto che si crea tra automatismi dei quali tutti siamo più o meno coscienti ed il mettersi in questa modalità di relazione, complice un comune addestramento giornaliero nel tenere a distanza gli altri oltre che generose parti di sè stessi. Un modo di porsi a noi ed al mondo dal quale probabilmente non possiamo trascendere vuoi per carattere, imprinting e/o culture personali ma che possiamo esplorare, lavorare, riconoscere. Tentare almeno ad incontrarsi seguendo delle regole che sono elementari e “…quasi impossibili da seguire…“.

Ricordiamo che stiamo parlando di una persona, Mario Biagini, che era col Maestro Jerzy Grotowski negli  ultimi anni della sua permanenza a Pontedera dove è morto nel 1999. Insieme a lui nella conferenza al Funaro, Carla Pollastrelli, premio Ubu 2015 per il suo lavoro di diffusione del pensiero del regista polacco (si consigliano i  4 volumi “Grotowski”  editi da La Casa Usher che ne raccolgono gli scritti dal 1954 al 1998 da lei tradotti). “L’Arte come veicolo” è stata la linea di ricerca poi portata avanti dal Workcenter e nata da questa stretta collaborazione. La Pollastrelli ha parlato del pericolo che sta dietro al tema della ricaduta sociale del teatro e dell’arte in genere e che si intreccia con le necessità lecite di finanziamenti e “servizio” sociale che se slegati da un’urgenza sincera del creare generano gorghi minacciosi, territori dove “L’Arte”  non c’è e quindi non può agire. La necessità del dialogo e dell’interazione tra chi fa teatro e chi lo partecipa in un percorso di andata e ritorno; il desiderio o l’utopia di trasformare il mondo e noi stessi in una contemporaneità che ha descritto citando tra gli altri il filosofo e docente sud-coreano Byung-Chul Han e l’ostensione dell’io.

Biagini ha poi tracciato una breve storia del tragitto che ha portato allo spettacolo “Le parole Nascoste” ed all’Invito al Canto. Grotowski – racconta – affermava durante le  sessioni  che ” …quello che facciamo non lo vedrà nessuno…” intendendo l’assenza di un evento a cui un pubblico avrebbe assistito. Stavano, ricorda il regista ed attore toscano, cercando “…un modo pratico per lavorare su se stessi…” capire cosa volesse dire lavorare su se stessi ed in prima istanza, considerato l’impasto enormemente complesso di memoria, storia, corpo, emotività, istintività e tutto ciò che forma il materiale da cui attingere per questa ricerca domandarsi: “chi è che svolge questo lavoro?

Dopo anni di ritiro nacque la percezione di una necessità di azione, di creare un gruppo che esponesse cosa per esso è necessario. Anche attraverso la frequentazione di persone fisse che orbitavano intorno al centro con interventi di 2/3 settimane portando i contributi più vari e dopo molti tentativi con differenti testi, nacque il nome Open Program. L’approdo all’opera di Allen Ginsberg manifestò un tipo di relazione che si impose come evidente. La successiva tourné  si svolse in spazi non teatrali. Delineandosi la consapevolezza di una progressiva estinzione di “Centri di Civiltà” luoghi dove la popolazione continuasse a mantenere un comportamento sociale di un certo tipo di qualità. La risonanza con le osservazioni di Pasolini sui comportamenti delle nuove generazioni è grande: non le parole o le intenzioni dichiarate, ma i comportamenti quotidiani a dare la misura della situazione di un popolo.

“…In America, nel New Haven, proprio accanto alla Yale University, non dentro, accanto…veniamo accolti con un benvenuto cantato da dei fedeli di una chiesa locale…questo sarà un altro tassello che insieme alla volontà di cercare posti dove centri di civiltà siano ancora vivi… e capire dove si sta creando il mondo di domani…percepire… dov’è che respiro?….” porteranno allo spettacolo visto al Funaro che definisce “…un biglietto da visita in luoghi con cultura, lingua, usi diversi, per dire: ecco, questo è quello che facciamo!…“.

Hidden Sayings va di pari passo con “L’Incontro Cantato” il quale non è definibile come uno spettacolo teatrale ma come una forma d’Arte: “…non c’è drammaturgia, non ci sono personaggi, è un’improvvisazione e come tutte le improvvisazioni ha delle regole o principi, dei compiti: sono da solo o sono con qualcuno?… sono utile a ciò che sta accadendo?… aprirsi, introdursi in una situazione…da folla anonima si diventa una massa di persone con la propria vita e responsabilità…non oggetti, perchè se considero l’altro come un oggetto divento immediatamente un oggetto anch’io…nella nostra cultura ci sono dei comportamenti complessi quando ci relazioniamo, questi si possono elaborare… non dobbiamo pensare esageratamente al linguaggio che stiamo elaborando pena la perdita di ciò che ci permette di vedere la realtà…come artisti non possiamo essere legati all’attualità, il livello deve essere più intuitivo…tutti i fili che stiamo seguendo fanno in qualche modo sempre la stessa domanda: cosa dobbiamo fare?…”.

Mario Biagini, il Teatro è in qualche modo il regno dell’effimero, Carmelo Bene diceva che il Teatro è tale se succede qualcosa che non puoi spiegare, nel vostro lavoro mi sembra di percepire la volontà o la speranza che qualcosa rimanga. Rimane qualcosa? C’è uno scambio concreto tra voi e le comunità che vi ospitano o con cui collaborate?

In termini di rapporti reali, di amicizie, di frequentazioni personali. In diversi luoghi che a volte ci ispirano e ci spingono a cambiare il repertorio. Cercare di creare qualcosa di duraturo è come cercare di scolpire nell’acqua. Non si può quantificare la qualità che riverbera nelle persone, certamente a livello di ricordi, percezione dei propri stati fisici è indubbio che alcune persone mantengano la traccia di ciò che accade e ne ricerchino un senso.

Durante la conferenza hai parlato di perdita di civiltà, di luoghi dove questa appare ancora presente ed in particolare mi è rimasta impressa la frase nella quale dicevi che in Italia non respiri, in che luoghi hai avvertito di più questa assenza? Pasolini nella mutazione antropologica del proletariato si riferisce ai comportamenti delle masse come manifestazione di un genocidio culturale. Ti riferisci a qualcosa di simile?

In tutto il mondo occidentale si avverte un crollo di un senso della convivenza, dell’appartenenza, i nostri nonni erano certamente più formati in questo campo, era per loro naturale relazionarsi, questo si sta perdendo, soprattutto nelle città. In America ad esempio si avverte una cultura nera forte, che sa rigenerarsi continuamente, pensa al jazz, al rap, ai movimenti per i diritti, mentre non c’è una cultura bianca. In Italia c’è una pestilenza di cui avverto maggiormente il fetore forse perchè è il mio paese; il problema della diffusione di una grande ignoranza, la corruzione profonda su più piani. A Brescia ho potuto leggere il quotidiano Libero titolare “1 richiedente su 2 è matto da legare!” giocando meschinamente sul fatto ovvio che dei rifugiati abbiano dei traumi ed in più asserisce che un “matto” sia da legare! Non c’è crisi economica, ma morale. Fa più paura. Per la domanda su Pasolini, certamente la sua riflessione è stata importante, profetica. La mutazione antropologica più che un genocidio, fu un suicidio culturale e c’è da chiedersi perchè. La verità è che si esibiscono i trascorsi tempi migliori ma non siamo mai stati così bene sotto molti punti di vista.

Il vostro lavoro si sviluppa intorno al mito, sulla via elaborata da Grotowski, secondo te può esistere un futuro, che sta nascendo magari adesso, dove i miti fondanti la nostra cultura e cioè quelli giudaico-cristiani vengano sostituiti da altri miti, magari funzionali ad entità di potere eccezionali? 

Le radici mitiche di un popolo sono fenomeni di aggregazione e deposito che credo non possano venire sostituiti ma coabitare con ciò che pian piano si sedimenta. Noi lavoriamo coi canti sui miti religiosi e sulla cultura pop che è una forma mitica. Si cerca di sostituire alle radici culturali che spesso non si identificano neanche correttamente delle narrazioni nostalgiche di tipo ad esempio fascista. Nostalgie fasciste in antitesi ad un incontro di qualità.

Durante le sessioni di “Verso un Incontro cantato” hai fatto cenno alla parola ascolto come ad un qualcosa che non descrive  quello che tenti di trasmettere, anzi l’esatto opposto. Puoi spiegarmi meglio? Anche io avrei parlato di ascolto per riferirmi ad un modo di aprirsi, stare in attenzione…

Intendevo riferirmi non certo all’esclusione dell’ascolto di ciò che accade nello spazio, immediatamente davanti ed intorno a noi, che anzi è fondamentale, ma al senso che da vent’anni a questa parte la parola ha assunto, molto legato alla new-age. Ascolto come apertura agli altri attraverso un’attitudine, ricezione di energie, non si può fare, è talmente complesso che più necessario è seguire compiti piccoli, regole con le quali non impedire che le cose accadano ed allargare quelli che Stanislavskij chiamava centri di attenzione. Parlo di cose concrete non trascendenti. 

Nello spettacolo “Le Parole Nascoste-The Hidden Sayings” ho ammirato la capacità degli artisti del gruppo sia in qualità di presenza che in intensità vocale e fisica. Però più volte ho sentito, nei tuoi interventi, che avvertivo uno scarto, nasceva un “di più”  e questo non aveva a che fare con le abilità tecniche o di resistenza oppure vocali, era la gradazione della presenza che sembrava irradiare intorno. Se ti è possibile rispondere, cosa senti mentre sei in quei momenti?

Ciò di cui parli si può dire in tanti modi, una maggiore esperienza, la consapevolezza che lo spazio scenico è una cassa di risonanza e ciò che la modulazione del tono può portare in termini di leggerezza e trasparenza. In effetti non ci penso a quello che mi succede. So che a me fa bene trovare la maniera di stare con la gente.

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