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L’ira de I Masnadieri agita il ferro “nella argilla maledetta”

L’ira de I Masnadieri Agita il ferro “nella argilla maledetta”
Fermata Spettacolo

Nuvole e in trincea si apre la scena al Teatro dell’Opera di Roma, Carlo ha abbandonato il patrio castello e desidera ritornarvi, ma una lettera all’uopo scritta non dal padre, ma dal fratello Francesco, avido di impossessarsi dei territori di Massimiliano, il re di Moor, in Germania, gli comunica di essere bandito. Si mette a capo di un gruppo di eroi di strada, ebbri, inverecondi compagni d’errore, verso il nuovo sovrano o I masnadieri, e giura vendetta nella celebre aria “Nell’argilla maledetta, l’ira mia que’ ferri immerga!”.

Il sonno del genitore amorevolmente accudito da Amalia, un’orfana da lui adottata e innamorata del figlio lontano, le cui preoccupazioni lo svegliano e non gli rendono il sonno sereno è ancor più squassato dal servo Arminio fedelissimo al sovrano, ma istruito e camuffato da soldato, dalla cupdigia e malvagità del fratello, sorprendente baritono Giuseppe Altomare, inquilino del palazzo, un ponteggio mobile in scena, di intellegibilità non facile, sul palco. La falsa notizia è che Carlo sia morto, il padre sviene e la figlia adottiva lo piange e sfoga in fuga all’esterno del maniero, la sua disperazione.

Grande interprete e soprano Roberta Mantegna, diplomata “Fabbrica” Young Artist Program, progetto innovativo promosso appunto dal Teatro dell’Opera, la troviamo al secondo atto, come da libretto, sola e rasente le quinte del palco e qui il prode Arminio, il tenore Saverio Fiore, valida costante dell’organico melodrammatico romano, nel rimorso di lealtà, svela la verità.  La fanciulla gioisce e l’incontro nella foresta, con l’agognato amato è reso difficile sulle prime dalla diffidenza di Amalia verso la triste notizia, come fosse stata delegata da Carlo.

Le novità sulla nuova regalità di Francesco, alla morte, così si crede, di Massimiliano fanno la trama. No! Non è morto e viene ritrovato in un covo, una cella nascosta in una profondità della foresta sotto terra, gettato a morire dal malvagio neo reggente appunto. Il canto lirico del sublime tenore Stefano Secco è “Vedete quel vecchio? sotterra vivente, l’han fitto le branche d’un figlio infernale!…Vendetta, vendetta! La grido a’ tuoi cieli, divin punitore di tutti i perversi!”

Cappottoni immancabili per i due fratelli, uno capelli lunghi e mossi e l’altro impomatati e lucidi, come la freddezza algida suggerisce, e la figlia adottiva, con tanto di corpetto e pantaloni sotto al paletot, e pelli di orso a guisa di collo per cappa regale, nei costumi disegnati da Silvia Aymonino. E’ un primo esperimento registico nel melodramma per il grande attore Massimo Popolizio, che premia l’impronta ronconiana, molto attenta all’interpetazione recitativa dei cantanti, un po’ meno alla vicenda talora di difficile comprensione nel tessuto rappresentato, gotico nell’allestimento e maggiormente incline al ritmo e al movimento scenico, disegnato da Sergio Tramonti, che al giusto senso dello stesso.

L’opera di poca stima presso i melomani, torna a Roma, dopo 45 anni di assenza, con Roberto Abbado alla direzione orchestrale. Egli fedelissimo al dettato del giovane Giuseppe Verdi, l’opera è cupa e tragica, ma la tenerezza e la leggerezza musicale alternata alla brutalità artatamente voluta dal regista, è di fortissimo coinvolgimento emotivo. Bellissima è però, la resa orchestrale, visti gli applausi di forte gradimento del pubblico numeroso accorso.

Nell’ultimo atto della drammaturgia di Andrea Maffei, Francesco è colto dal rimorso e gli incubi gettono su di lui la maledizione divina, ma la tradizione verdiana ad epilogo del dramma, chiede alla maestria del basso Riccardo Zanellato, il re, di chiedere il perdono del malvagio, da parte chi lo ha liberato.  Ed ecco I Masnadieri in scena ed Amalia prigioniera a riempire la scena, ovvero la scala di registica e scenografica firma, nonché la verità: Carlo è il capo di quei ladri e assassini. E se la figliuola ama di lui, suadentemente prodiga, la sua criminalità, ne finisce morta per mano sua stessa, che preferisce non trascinare anch’ella nella polvere, ma consegnarsi in prima persona e da solo alla giustizia. Grande la musica, le voci dei cantanti e gli scrosci di mani lo testimoniano a chiusura di sipario.

L’ira de I Masnadieri agita il ferro “nella argilla maledetta”
Fermata Spettacolo



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