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A Roma “Il nome della rosa” firmato Leo Muscato

A Roma “Il nome della rosa” firmato Leo Muscato
Fermata Spettacolo

Era il 1980 quando Umberto Eco esordiva Nella narrativa con “Il nome della rosa”, giallo filosofico di ambientazione medioevale che, tradotto in 47 lingue, ha accompagnato generazioni di lettori prima e cinefili poi. Come dimenticare Sean Connery nei panni di Guglielmo da Baskerville, il frate francescano di origine inglese  chiamato ad indagare sulle morti misteriose della dimora benedettina, in un fine novembre coperto di nebbia del 1327, nella pellicola diretta da Jean-Jacques Annaud del 1986?

A due anni dalla scomparsa del grande intellettuale, una nuova sfida attende “i monaci dell’Apocalisse” nella capitale: la prima versione teatrale del capolavoro letterario firmata da Stefano Massini, (autore, tra l’altro, anche della “Lehman Trilogy” di Luca Ronconi) con la regia di Leo Muscato, all’Argentina fino al 4 febbraio.

“Occorreva fare tabula rasa nella mente dello spettatore di ogni immaginario precostituito dagli illustri predecessori” ha dichiarato Muscato, riferendosi all’abbondanza di videoproiezioni ed alla loro capacità di evocare gli ambienti dell’Abbazia a nord d’Italia, simbolo della lotta in Europa tra Chiesa e Impero. Le istanze illuministe ed oscurantiste si intrecciano nella missione del detective Guglielmo, sul palco affidato ad un solido Luca Lazzareschi, ben amalgamato al suo novizio assistente Adso, interpretato dal giovane e convincente Giovanni Anzaldo.

Con suggestioni efficaci e minimaliste la scenografia di Margherita Palli (palestra Ronconi)  lega l’intensità della trama all’ingresso in scena di pochi oggetti essenziali, come pergamene e codici miniati. Grazie alle luci ed al loro gioco, Alessandro Verazzi dispiega le diverse anime dei luoghi dell’azione, sollevando polvere ed ombre nella labirintica biblioteca, mentre vetrate, rosoni e capitelli immergono la sala in una sacralità corale, servendosi di una cascata di teschi per la riproduzione dell’ossario.

Il tutto legato dalla voce narrante di uno straordinario Luigi Diberti, il vecchio Adso. Ed è proprio lo sdoppiamento di questo personaggio, uno degli aspetti più seducenti dello spettacolo. Per dirla alla Eco “Adso racconta a ottant’anni quello che ha visto a diciotto. Chi parla, l’Adso diciottenne o l’Adso ottantenne”? Entrambi,  naturalmente, ma la bravura sta nell’aver saputo mettere in scena Adso vecchio che ragiona su ciò che ricorda di aver visto e sentito come Adso giovane, in un susseguirsi di scene spedite, a tratti spettacolari.

Transazioni temporali e spaziali cuciono i pezzi della trama, giocando sempre sul filo conduttore dei grandi temi del romanzo. La fede come strumento di potere in lotta con la ragione e la colpevole ammirazione per la scrittura ed i libri affidati alla memoria trovano, ad esempio, nella scena del fuoco-rogo accompagnata dal canto armonioso di Arianna Primavera che interpreta “la ragazza”, una sintesi suggestiva tra l’amaro rimpianto amoroso del novizio e la debolezza della carne, impressa nei sotterranei dai monaci, tutta colpa e disonore secondo la Santa Inquisizione.

Applausi per Alfonso Postiglione, nei panni di Salvatore l’eretico, artefice di un linguaggio sconnesso e demenziale, piuttosto che curioso, rivolto alla transitorietà delle cose, di cui, alla fine, rimane solo l’aspetto verbale. Battute improvvise, ma molto evocative ed efficaci.

In scena anche Eugenio Allegri, Giulio Baraldi, Marco Gobetti, Bob Marchese, Daniele Marmi, Mauro Parrinello, Franco Ravera e Marco Zannoni. La fantasia dei costumi di Silvia Aymonino incontra dei limiti, funzionali tuttavia alla pacata regia di Muscato, che le concede un contrasto importante solo nella carrellata tra porporati e francescani, scansione temporale di effetto per richiamare l’atmosfera inquietante  del XIV secolo.

Alla fine dei due atti, un pastique vivace sembra accomodarsi nella memoria visiva ed uditiva, a siglare la resa dei video proposti da Fabio Massimo Iaquone e Luca Attilii.

Ma cosa siamo andati a vedere stasera a teatro? A proposito della pellicola di Annaud, Eco sosteneva che film e romanzo dovevano avere una propria vita, come egli stesso dichiarava nel 1986 in un famoso articolo de l’Epresso: “Annaud non va in giro a fornire chiavi di lettura del mio libro e credo che ad Annaud spiacerebbe se io andassi in giro a fornire chiavi di lettura del suo film. Posso solo dire per tranquillizzare chi fosse ossessionato dal problema, che per contratto avevo diritto a vedere il film appena finito e decidere se acconsentivo a lasciare il mio nome come autore del testo ispiratore o se lo ritiravo perché giudicavo il film inaccettabile. Il mio nome è rimasto e se ne traggano le deduzioni del caso”.

Non sappiamo cosa e se commenterebbe oggi il semiotico intellettuale che tutto il mondo ci invidia, sulla scena finale dell’incendio dell’Abbazia mentre il manoscritto aristotelico brucia denso di significati immortali, dunque contemporanei. Probabilmente Umberto Eco apprezzerebbe la spremuta colta e sapiente del testo, che nulla pretende nella versione di Muscato, se non di essere una riuscitissima ed autonoma proposta teatrale dei nostri giorni.

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