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Un Kamyon di fantasia, in fuga dalla guerra

Un Kamyon di fantasia, in fuga Dalla guerra
Fermata Spettacolo

Le assi di legno inclinate scricchiolano leggermente ad ogni passo che sopportano, si flettono per poi ritornare elasticamente alla posizione di partenza. La passerella inclinata, come una lingua di legno, sembra uscire da una bocca metallica enorme, un camion da trasporto molto speciale: nasconde 45 posti a sedere ed è un vero e proprio teatro “ambulante”. Questa è l’insolita location dello spettatolo “Kamyon”, presso il Teatro Storchi di Modena, inserito nella rassegna di Teatro Contemporaneo VIE Festival, con Alice Spisa, per la regia del belga Michael De Cock.

Una serie di colorate cassette di plastica sono ammassate sul palco, il nascondiglio perfetto per la protagonista della storia, una bimba “avventuriera” e coraggiosa, appassionata di razzi spaziali e di viaggi interstellari. Il suo paese è martoriato dalla guerra, lei e la sua famiglia sono in pericolo e decidono di fuggire, alla ricerca di una speranza di vita normale altrove. Il suo instancabile ottimismo non la fa vacillare mai, neanche quando “la scuola è diventata un buco grande con le pietre tutto intorno” e vede attorno a se le case che cadono, distrutte dai colpi d’artiglieria pesante. Il furbo “Baffone” aiuterà lei e sua mamma a scappare da questo inferno, mentre il padre le raggiungerà in un secondo momento. La bambina vive questo esodo come l’avventura che ha sempre sognato: la sua fantasia trasforma le cassette nei suoi nascondigli preferiti, il camion in una astronave spaziale, la fuga in un viaggio interplanetario. Non mancheranno i ricordi del suo paese d’origine, di quella città che aveva un “odore di gelsomino”, oppure di sua sorella, rimasta vittima sotto le macerie. Ma nel racconto prevale la sua eroicità, il senso del dovere degno di un astronauta che si rispetti. Talvolta la sua innocenza fa sorridere: “quando sei su un’astronave chiami Huston se qualcosa non va”, ci confessa, mentre dipinge sulle pareti del camion la sua città per come se la ricorda.

“Io non dormo, devo stare attenta alla mamma”, che però non appare mai. Sembra un viaggio solo di fantasia, ripulito dalla tristezza e dalla paura che la guerra può causare in un bambino. A riportarci alla realtà sono le voci di Baffone, “deve venire pure lei? I bambini sono un problema, pagano di più”, oppure l’inesorabile scelta del pupazzo da portare, che inevitabilmente lascia a casa tutti gli altri: “scegliere è come perdere, perdi quello che non hai scelto”, “a che serve quello che è nuovo se non puoi portarti dietro il vecchio che ami?”.

La ricostruzione di un proprio mondo fantasioso forse è proprio l’antidoto adottato dalla bimba per sfuggire alla brutta realtà: tutto viene ingoiato da questa rielaborazione, perfino gli abbai dei cani in lontananza diventano la cagnolina Laika inviata nello spazio, anche il cavallo che li accompagna è parlante e vestirà uno smoking, per arrivare al finale a “sorpresa”.

“Se non va ancora tutto bene, vuol dire solo che non siamo ancora alla fine”

Uno spettacolo probabilmente scritto per un bambino invece che per una bambina, ma che va nel profondo ed è frutto di un attento lavoro di ricerca: De Cock, nel suo trascorso da giornalista, si è sempre occupato di immigrazione, in special modo quella dei minori. Ha ascoltato e fatto tesoro di molte storie di bimbi, tenuti dagli adulti fuori dal loro mondo brutto e travagliato. Non resta allora che inventarsi un mondo fantastico, dove non può mai capitare niente di male. Ed è proprio questo forse il punto debole dello spettacolo: se l’obiettivo era di focalizzare l’attenzione sul problema dei minori in guerra, è palesemente fallito: non ci sentiamo quasi mai nel camion con la bimba, non siamo in viaggio con lei, ma sempre nella sua testa, nel mondo illusorio che lei ha creato. Allora perché inserirci nel camion?

Brava Alice Spisa a giocare con molte emozioni contrastanti, un monologo non facile. La regia invece aggiunge troppo (all’interno di 50 minuti di spettacolo ci sono anche due proiezioni video) e non gioca con il pubblico per renderlo partecipe del viaggio.

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