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In Ophelìa l’onore e l’amore al tempo di Shakespeare

In Ophelìa l’onore e l’amore al tempo di Shakespeare
Fermata Spettacolo

Ophelìa“, di Giacomo Sette, per la regia di Gianluca Merolli, è andato in scena al teatro India (a seguito dell’infelice chiusura del Teatro dell’Orologio, avvenuta improvvisamente nei giorni scorsi), riproponendo una nuova, ed insieme tradizionale, visione dell’Ofelia shakespeariana, per leggere, con una geniale contaminazione di generi (dalla musica al canto, dal teatro alla pantomima) e attraverso potenti suggestioni, nel mistero affascinante del personaggio di Amleto.

Ecco l’intervista con il suo giovane e talentuoso autore.

In quali aspetti e in che misura è stato rielaborato il testo shakespeariano?

Il testo originale è stato rielaborato solo nell’espressione dei contenuti e nello spostamento dei punti di vista. In origine due personaggi di contorno, con importanza ben diversa nell’economia della tragedia, cioè Fortebraccio e Ofelia, erano gli unici protagonisti della storia. Il loro linguaggio prevedeva incursioni nel testo shakespeariano, ed è ispirato a due regole “antiche”, diciamo così, della scrittura drammatica. Ofelia (interpretata da Giulia Fiume, ndr) più “alta”, rappresenta le ragioni del cuore, il carattere dell’Innamorata. Parla quindi in versi, in metrica, ma usando il novecentesco flusso di coscienza. Fortebraccio (interpretato da Federico Le Pera, ndr) rappresenta la ragione politica, di Stato, parla in prosa e si concentra, in modo concitato ed espressivo, sui dati di realtà. È una cosa che amo particolarmente. Trovo Shakespeare estremamente pragmatico e realista nel modo in cui tratta temi da noi considerati universali, i suoi personaggi sono sempre estremamente legati alla realtà umana e della vita. Io ho solo espresso con il mio linguaggio questa vena onnipresente nella sua scrittura (essendo questa inarrivabile, non potevo fare molto altro). Ofelia, infatti, non è astratta. Rivendica la centralità non tanto dell’amore, ma del rapporto, anche sessuale. La sua follia comincia quando Amleto, nella prima scena del terzo atto, (che è il centro del nostro dramma), nega di aver mai avuto rapporti con lei, quando proprio con lui la ragazza aveva perso la verginità. La tratta come non l’avesse mai conosciuta. La mia Ofelia non fa che reagire gridando al mondo che quelle cose erano reali, che quel rapporto c’è stato e che quella violenza, quella cecità, sono inaudite. Più leggero, frizzante, ironico, Fortebraccio applica lo stesso principio alla politica e ai doveri di un principe nei confronti dei suoi sudditi e del suo stato (temi molto cari all’epoca di Shakespeare e più che mai attuali). Nella tragedia originale appare poche volte, parla poco e alla fine dona anche un funerale in pompa magna ad Amleto, ma di fatto governerà la Danimarca per conto della Norvegia, (paese di cui è Re). Nella mia rilettura Fortebraccio non si capacita di come un intrigo di corte, giocato sul filo della follia dal protagonista, impegni tutto il regno così a fondo da donare il governo dello stato ad una potenza straniera. Anche la sua è una lotta, molto più razionale e materiale, contro la cecità di Amleto. In pieno Medioevo, tra pestilenze, guerre, violenza di genere e sui bambini, persecuzioni religiose, eccetera, Amleto fa crollare un intero stato per vendetta. Il Re Norvegese non se ne capacita e ce ne rende partecipi.

Gianluca Merolli

In che modo viene risolto il conflitto di Ofelia tra l’obbedienza nei confronti del padre e l’amore per Amleto?

Ofelia sa che deve obbedire al padre, perché la cultura è quella. Lei è una ragazza, non è più vergine e l’unico suo potere sociale è l’esser figlia del consigliere del re. Per mera sopravvivenza non si può sottrarre. D’altra parte vuole capire cosa succede realmente ad Amleto, l’uomo che ama. Il suo cambiamento le sembra troppo repentino e brutale. Il conflitto non viene risolto. Alla fine della scena incriminata, (la prima del terzo atto, quella dell’essere o non essere per capirci), dopo essere stata ripudiata dal suo amante, Ofelia ne lamenta con parole molto chiare la pazzia. Si accorge, nel testo di Shakespeare, che Amleto è molto malato e lo afferma senza mezzi termini. Il suo potrebbe sembrare un conflitto classico tra onore e amore. L’onore è Polonio, suo padre, la corte. L’amore Amleto, il suo amante. In verità, almeno nella mia rilettura, ad Ofelia questo conflitto non interessa, è il conflitto nella mente di Amleto quello che vorrebbe indagare.

In che consiste la normalità di Ofelia rispetto alla corruzione cortigiana?

Ofelia è una ragazza. Ed è innamorata. E le piace questo amore, la fa star bene. Le piace andare a letto col Principe… sta scoprendo la sua sessualità e sta investendo sentimentalmente su una persona, che la affascina e la appassiona. Credo che questo principio basilare della propria crescita umana lo vivano tutte le ragazze (e i ragazzi), di qualsiasi condizione, apertamente o di nascosto, a seconda delle regole sociali cui sono sottoposte (e sottoposti). Questa è la sua normalità: è innamorata, si emoziona, prova piacere.

Giacomo Sette, Federico Le Pera e Giulia Fiume

Riesce stavolta Ofelia a trasmettere, pur nella follia, le sue virtù e la sua purezza?

La purezza di Ofelia consiste nella sua umanità. Un’umanità devastata dalla ragione filosofica e dai conflitti interiori di Amleto. In questo, per me, Ofelia è il vero eroe dell’Amleto. Un eroe tragico, perché finisce male, ma un eroe. La sua è una follia indotta, diciamo così. È dilaniata da due fuochi: il potere maschile della corte che le impone un ruolo, anche subdolo, e la trasforma in pedina e l’improvvisa freddezza e malattia di Amleto che distrugge, senza pensarci troppo, tutto l’amore provato e fatto. Anche per lui, seppur a malincuore, la ragazza diventa una pedina. Serve a sviare la corte sulle sue reali intenzioni. Sola contro il mondo Ofelia non ce la fa, cade nel fiume. La regina potrebbe salvarla, ma non lo fa. La guarda morire. Questo Shakespeare non lo dice, ma fatto sta che la regina, nella sua opera, racconta talmente dettagliatamente la morte di Ofelia da farci intuire che lei era lì, presente. Forse che Ofelia rappresenti la sua nemesi? La donna, quella reale contro il vuoto interiore della regina madre? Non lo so, sono supposizioni… fantasticherie. Il fatto è che Ofelia non è pura: è innocente. Una ragazza che ama la vita, ama fare l’amore, ama l’amore non è una donna angelicata, è una donna. E viene costretta al ruolo di agnello sacrificale, ruolo che le sta stretto. La pazzia, dunque, sembra quasi una resistenza a questo destino, ma, inevitabilmente, si rivela fallimentare. La virtù di Ofelia? Sentire. Lei sente le cose precisamente per come sono. Oggi, una ragazza così, una ragazza come tutte non si suicida, per fortuna. Non muore dentro un fiume. Può opporsi, rifiutare, andarsene per la sua strada. Ma all’ epoca una ragazza normale non era concepibile, era destinata a soccombere. È questa l’orribile violenza sotto la tragedia del Principe: la morte ingiusta di Ofelia. Nessuna ragazza dovrebbe morire per un rapporto. Nessuna. Ofelia muore perché il principe è pazzo, ed è per questo che Ofelia manifesta la pazzia, tutta la pazzia che ha sentito nel principe. Oggi una ragazza come Ofelia ce la fa. Senza impazzire, né morire. Solo essendo se stessa e lasciando le persone e i contesti che le fanno male. Cosa che ai tempi di Shakespeare e ai tempi di Amleto era impossibile.

In che misura, attraverso Ofelia, si legge nel mistero del personaggio Amleto? Non si rischia di trasformarla anziché nel fine, nel mezzo?

Questa è una bellissima domanda. Il rischio c’è, dipende da che punto di vista si voglia gestire lo spettacolo. Ma la sostanza non cambia. Ofelia parla del principe, ma il principe non è il fine: è un simbolo. Il simbolo universale dell’uomo che impazzisce e fa male alla donna che ama, che la fa ammalare per la propria malattia, negandole il sentimento fino ad allora provato, senza alcuna ragione. Amleto è un personaggio affascinante, forte nella sua fragilità, saggio nella sua pazzia, lucido, intelligente, compiuto, forse il personaggio più grande di tutti i tempi. Ma su di lui pesa un’ombra: quell’ ombra è Ofelia, la sua morte ingiusta. Una cosa che lascerà sempre un manto di neve sul personaggio del principe. Amleto è il mezzo di Ofelia per fare luce sulla pazzia umana, su quella dei maschi nello specifico (in questo caso), ma anche su quella delle madri e dei padri, per quanto mi riguarda. Non c’è nessun fine. C’è una ragazza sola contro tutti. Io voglio bene ad Ofelia. E mi spiace che sia morta.

Ofelia può considerarsi vittima di un femminicidio. Chi sono le Ofelie di oggi?

Le Ofelie di oggi sono tutte quelle che dopo aver fatto l’amore sentono una cosa gelida nella pancia. Quelle che vorrebbero fermarsi, ma non hanno la forza di farlo. Che vorrebbero lasciare il proprio uomo, ma non ci riescono. Ma ripeto, oggi queste persone, ragazze, donne, possono farcela, possono reagire, possono vincere. Spesso consideriamo la stranezza come una dote, la pazzia come un sintomo di genio. Io non ci credo. Puoi essere anche Einstein, ma se fai del male alla persona che ami: una donna, un figlio, o che so io, sei un mostro. Punto.

Ophelìa è stata sostenuta da una campagna di crowfunding; visti i continui tagli ai fondi destinati alla cultura ed allo spettacolo, pensate sia l’unica via d’uscita per far decollare tanti progetti (soprattutto di giovani)?

Non credo sia l’unica, ma certo una delle più efficaci.

Può essere anche un modo per coinvolgere attivamente fin dall’inizio il pubblico e farlo sentire parte viva ed integrante dello spettacolo?

Questo sicuramente. Credo che vedremo, andando avanti, un ritorno della gente nelle sale e, quindi, un ritorno del teatro nella gente, con un ammorbidimento generalizzato del linguaggio, una maggior chiarezza espressiva e una commerciabilità della ricerca – che mi auspico. Perché arte o non arte di questa roba noi ci dobbiamo vivere. E credo faccia bene a tutti ricordarselo.

In Ophelìa l’onore e l’amore al tempo di Shakespeare
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