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Blackout di Balestrini, performance per 12 corpi giovani

Blackout di Balestrini, performance per 12 corpi giovani
Fermata Spettacolo

Lo spettacolo “Blackout” è il primo di un progetto chiamato “teatro del mondo” in cui il regista Antonio Syxty intende capovolgere la prospettiva della rappresentazione scenica e il teatro, anziché cercare di riprodurre il mondo, viene in un certo senso riprodotto da questo.

Nel caso specifico, il mondo va inteso come cronaca, fatti, accadimenti caricati di forza poetica che entrano sotto la pelle degli attori che li recitano e ne diventano veicolo, reagendo con gesti, movimenti, comportamenti alle sollecitazioni  che sentono dipanarsi dal loro interno.

Blackout è il nome del poema che Balestrini – poeta dei “Novissimi” e del Gruppo ’63 – ha scritto ormai oltre trent’anni fa per portare alla luce l’azione repressiva che venne condotta a quell’epoca dalle istituzioni e che, come dice l’Autore, “mise fine alla grande ondata rivoluzionaria”. Ma i rimandi, le allusioni, gli stimoli sono continui a cominciare dal titolo stesso dell’opera.

Blackout  è anche il nome dell’inchiesta giudiziaria (il famigerato “Teorema Calogero” dal nome del magistrato che lo realizzò) che coinvolse alla fine degli anni Settanta, tra altri esponenti di potere Operaio e Autonomia Operaia, anche lo stesso Balestrini, accusato di associazione sovversiva, insurrezione armata e partecipazione al rapimento e all’assassinio di Aldo Moro. Accuse poi tutte cadute.

Blackout si riferisce, infine, anche all’interruzione, durata 25 ore, dell’energia elettrica nella Grande Mela (1977), uno dei tanti avvenimenti coevi che il testo e anche l’opera teatrale richiama, insieme, ad esempio, alle sentenze dei tribunali e alle condanne nei confronti dei movimenti politici (aprile 1979), al concerto all’Arena di Milano per raccogliere fondi per Demetrios Stratos, la sua morte (giugno 1979), la notizia dello Skylab precipitato nell’Oceano Indiano (luglio 1979), ecc.

Nel poemetto non si mettono in campo toni epici, tutto è riportato alla normalità, alla quotidianità dei fatti che si susseguono con un sapore quasi cronachistico (con attenta citazione delle fonti), dando però spazio alle emozioni, alla consapevolezza di vivere una stagione irripetibile fatta di felicità e libertà.

Basti fra tutte una frase che sembra simboleggiare la miracolosa fusione degli animi durante la manifestazione all’Arena: “Sugli spalti si accendono migliaia di fiammelle/tutti ti guardano, tutti guardano tutti.”

Per riprodurre queste atmosfere, quasi in un’operazione vampiresca, Syxty si è servito di sangue giovane, trasferendo a 12 giovani ragazzi – under 30 -, 6 donne e 6 uomini (scelti attraverso una attenta selezione), il compito di vivere quei momenti, senza mitizzare nulla, mettendoci solo i loro corpi e le loro passioni di oggi, come in una specie di transfert emozionale.

Il gap generazionale in questi ultimi anni, complici anche le nuove tecnologie, è molto aumentato. Cambiano rapidamente idee, comportamenti, abitudini. L’esperimento, quasi in corpore vili di Sixty, ha una sua indubbia funzione, anche se talora può apparire, nell’approccio espressivo che ne scaturisce, piuttosto straniante.

Lo spettacolo è l’esibizione di un gruppo di attori (chiamarlo coro mutuando il termine dalla tragedia greca non ci pare esagerato), che diventa in pratica un unico personaggio, multiforme, possente e ricco di sfaccettature, in grado di rappresentare la collettività.

L’impatto sugli spettatori è emotivamente forte. Sul palco, oltre a manifesti, scritte, tatzebao, con frasi  politiche ma non ideologiche, troneggia un’impalcatura a più piani sulla quale i ragazzi si muovono freneticamente, vi si appendono, vi si arrampicano: facile la simbologia di qualcosa in costruzione di cui non si conosce bene il progetto sottostante ma che consente prospettive nuove sulla realtà.

I ragazzi, ballano, cantano – importante il ruolo che gioca il commento musicale dell’epoca (fine anni Settanta) con canzoni di Demetrios Stratos, dei Procul Harum, dei Ribelli,  di Gloria Gaynor, ecc. – mimano l’amore, fumano spinelli, scendono dal palco, corrono in mezzo al pubblico, lanciano volantini, declamano versi, a voce alta o aiutandosi con microfoni o megafoni (spesso, non è facile cogliere tutte le loro parole). Il pubblico è in pieno dentro l’azione che si sta compiendo, non può sfuggire a questo accerchiamento emozionale.

Il lavoro teatrale, diviso in quattro capitoli, riporta 12 lasse (dal nome delle strofe nella lirica medioevale) poetiche, per 12 versi ciascuna che si ripetono quattro volte. Forse, la declamazione dei versi non sempre raggiunge gli effetti sperati ma l’eco delle ripetizioni produce comunque un esito particolare, ampliandone il senso, senza appesantirlo. Perché, ricordiamolo, la poesia non si legge soltanto, ma si rilegge.

Lo spettacolo, è giusto dirlo, non è per tutti i palati. Bisogna arrivarci senza avere preconcetti o pregiudizi ideologici. E’ vero che si toccano temi delicati che riguardano soprattutto il rapporto complesso e deflagrante tra potere e libertà, ma la chiave resta il conflitto tra le nostre interne contraddizioni e le aspirazioni di fronte a una società che divide, blandisce, confonde, aliena, soffocando qualsiasi spirito autentico di ribellione.

Al termine, applausi agli attori: Tiziano Eugenio Bertrand, Eleonora Cicconi, Maria Caggianelli Villani, Filippo Geri, Luciano Nikko Maggioni, Gaia Magni, Leo Merati, Susanna Russo, Gabriele Scarpino, Claudia Veronesi, Alessandra Viganò, Nicole Zanin, che si presentano sul palco citando nome ed età, e a Nanni Balestrini, l’autore del lavoro, che ha assistito alla prima visibilmente emozionato.

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