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Il Don Carlo in 5 atti secondo Peter Stein, alla Scala di Milano

Il Don Carlo in 5 atti secondo Peter Stein, alla Scala di Milano
Fermata Spettacolo

Don Carlo è un monumentale grand opéra di Giuseppe Verdi composto originariamente per il pubblico francese, abituato a spettacoli di clamorosa estreriorità. La lunghezza dell’opera doveva quindi essere compensata con elementi grandiosi e stupefacenti, grandi scene di massa, balletti e danze, effetti scenici e scenografie imponenti.
L’originale francese, Don Carlos, in 5 atti, è del 1867, ed è questa versione dell’opera, tradotta in italiano, ad essere stata allestita alla Scala a febbraio, dopo 40 anni di assenza.
In questa versione Don Carlo ebbe scarsa fortuna in Italia, dove lo stesso Verdi preferì metterne in scena una versione più ridotta, senza l’atto iniziale (detto di Fontainebleau) e senza alcuni ballabili. Questa versione italiana, scritta per il Teatro alla Scala nel 1884 e perciò detta “milanese”, è tuttora la più eseguita nel mondo.

Don Carlo
foto di Teatro alla Scala

La regia di Peter Stein si contraddistingue ancora una volta per spiccata essenzialità e per i velati riferimenti simbolici. Evocativi i costumi, che ci indirizzano verso il ‘500 spagnolo, pressoché minimaliste le scenografie. Le tinte generali sono quasi sempre fosche e i fondali molto arretrati ed evanescenti. Solo la scena nella stanza reale è conchiusa da vere e proprie pareti, benché del tutto anacronistiche nelle decorazioni, sottolineando l’angoscia di Filippo II.
D’oro sfavillante la statua di Carlo V, in contrasto netto con le luci blu, che ci ricorda altri allestimenti di Stein dai costumi molto eccentrici.
Debolissimo l’atto del rogo di eretici. Non solo la parata di figuranti in costumi etnici pare del tutto gratuita e male assortita, ma di brutto pregio appaiono anche gli spalti in legno non lavorato e ormai davvero abusate le proiezioni video sul fondo, dove i condannati dovrebbero venire avvolti dalle fiamme.
L’allestimento di Stein, regista di fama internazionale, raccoglie l’ennesimo flop alla Scala, dopo il fiasco del Flauto Magico dell’anno scorso e prima ancora il successo mancato dell’Aida. Forse occorre considerare che i suoi allestimenti sono più appropriati ai palcoscenici tedeschi che a quelli italiani.

Don Carlo
foto di Teatro alla Scala

A risollevare lo spettacolo è la raffinatissima direzione di Myung-Whun Chung, genio della musica. Chung non solo dirige 5 ore di partitura a memoria e con il suo consueto stile incurante del pubblico e del palcoscenico, ma ci ricorda anche la straordinaria sfaccettatura dello spartito verdiano, che indaga le introspezioni umane attraverso una sapiente combinazione di melodia e armonia. L’opera non scade mai né nel melenso né nel marziale, ma mantiene un tono costante di inquietudine e di morbida drammaticità.
A soddisfare il godimento musicale anche il cast d’eccezione. Don Carlo è il tenore Francesco Meli, sempre più acclamato interprete verdiano, straordinario per vocalità ed espressività, emozionante e appassionante nonostante qualche dimenticanza del libretto. In coppia con Meli ha cantato il baritono Simone Piazzola, commovente e delicatissimo, molto azzeccato per il ruolo.
La protagonista femminile, Elisabetta di Valois, Krassimira Stoyanova, soprano di eccellente tecnica e perfettamente a suo agio in un ruolo assai complesso. La dizione è migliorata di recita in recita, a dimostrazione dell’impegno accorato che la cantante ha messo a disposizione per questo spettacolo.
Filippo II è stato Ferruccio Furlanetto, basso di rinomate qualità espressiva e presenza scenica. Un ruolo cardine nell’opera, perfettamente interpretato.
Straordinaria anche Ekaterina Semenchuk, la principessa Eboli, adeguatissima per timbro e per tecnica ad un ruolo solo apparentemente secondario e da lei impersonato con particolare verve.
Di ottime qualità, en travesti, Theresa Zisser, paggio di Elisabetta, praticamente comprimario nell’atto di Fontainebleu.
Purtroppo offuscato da importanti scivoloni di dizione il Grande Inquisitore di Mika Kares, tuttavia di voce imponente e maestosa.
Nelle brevi apparizioni altri eccellenti cantanti. Il frate, Martin Summer, il conte di Lerna, Azer Zada, la voce celeste, Céline Mellon, e i deputati fiamminghi, Gustavo Castillo, Rocco Cavalluzzi, Dongho Kim, Viktor Sporyshev, Chen Lingjie, Paolo Ingrasciotta.
Molto bene Coro e Orchestra del Teatro alla Scala, ottimamente preparati a sostenere quest’opera così impegnativa.
Calorosi e lunghi applausi hanno coronato il commuovente spettacolo che il pubblico è riuscito a sostenere senza difficoltà.

Don Carlo
foto di Teatro alla Scala

La trama deriva dall’omonimo dramma di Schiller, scrittore cui Verdi fu più volte debitore. Si tratta di una storia di fantasia che coinvolge però personaggi storicamente esistiti. Il libretto è frutto della traduzione di Achille de Lauzières e Angelo Zanardini sul testo francese di Francçois-Joseph Méry e Camille du Locle, sotto l’attenta supervisione dello stesso Giuseppe Verdi.

Atto I. Don Carlo è il figlio di Filippo II di Spagna, erede di Carlo V d’Asburgo. Mentre gli spagnoli e i francesi stanno stipulando la pace a Fontainbleau Carlo si innamora di Elisabetta, la figlia di Enrico II di Francia. I due, incontratisi per caso nella foresta, si dichiarano eterno amore, confidando di essere promessi sposi come pegno della pace fra i rispettivi Paesi. Le aspettative dei due giovani vengono tuttavia funestate dalla inaspettata decisione del re di Francia di concedere la figlia in sposa non all’infante spagnolo ma, direttamente, al re.

Atto II. Tornati in Spagna i reali assistono alle preghiere dei frati del convento di San Giunto, presso il mausoleo dell’imperatore Carlo V. Carlo è disperato per la propria infelice situazione amorosa e si confida con l’amico Rodrigo, confidente del re, il quale tenta di dissuadere Carlo dall’amore per la regina e, al contempo, ne indirizza le attenzioni verso la causa fiamminga. Nelle Fiandre è in corso, infatti, la feroce repressione spagnola antiprotestante che Rodrigo e Carlo non condividono.
Mentre le dame si ristorano presso un giardino tra canti e danze, Rodrigo riesce a farsi introdurre presso Elisabetta recandole un biglietto di Carlo in cui le chiede d’incontrarla da sola. La regina accetta, fa allontanare le dame di compagnia e incontra, soffertamente, l’amato: egli le chiede di intercedere presso Filippo per la causa fiamminga, affinché invii egli stesso nelle Fiandre a creare le condizioni per la pace e la libertà religiosa. Il dialogo però sfocia ben presto in promesse d’amore e richieste di nuovi incontri.
L’infante spagnolo non fa in tempo ad allontanarsi che sopraggiunge Filippo. Il re, stupito che Elisabetta sia stata lasciata sola, si infuria con il suo seguito di dame e fa esiliare in Francia la favorita della regina con grande sconforto e vergogna di Elisabetta. Rimasto solo con il suo consigliere Rodrigo, lo informa che il Grande Inquisitore non approva le sue idee liberali sulla questione fiamminga e, pur rinnovandogli la propria stima, gli impone di abbandonare le proprie convinzioni filoprotestanti. Infine, conoscendo la profonda amicizia fra Rodrigo e Carlo, gli chiede sostegno e aiuto: Filippo sente di star perdendo il figlio e, inoltre, sospetta dell’amore fra lui e la regina.

Atto III. Nella reggia di Madrid si svolgono i festeggiamenti per l’incoronazione della nuova regina Elisabetta. A mezzanotte Carlo, credendo di incontrarsi con la regina, rinnova le proprie dichiarazioni d’amore alla principessa Eboli, che per caso indossa il mantello della regina. Eboli, segretamente invaghita di Carlo, rimane affranta nello scoprire la sua tresca con Elisabetta e minaccia di rivelarla al re. Sopraggiunge Rodrigo che intuisce la situazione e minaccia la principessa Eboli di morte. Costei, al colmo della furia, confida ai due che il re e il Grande Inquisitore tengono Carlo sotto stretta sorveglianza. Rodrigo, temendo per l’amico, si fa consegnare ogni sorta di documento compromettente.
Di fronte alla cattedrale di Valladolid si svolge un autodafè di massa di eretici al cospetto della famiglia reale e del popolo. Interrompendo il corteo di sacerdoti del Santo Uffizio accorre Carlo, scortando alcuni rappresentanti fiamminghi. Nello sconcerto generale Carlo chiede al re di essere nominato suo ambasciatore nelle Fiandre al fine di concedere libertà religiosa ai protestanti e porre fine alla guerra civile di quelle province. Filippo, al colmo dello sdegno, rifiuta ogni richiesta, spalleggiato dal coro di frati inquisitori. Il popolo e i cortigiani sostengono invece le ragioni di pace e di libertà di Carlo finché questi, irato col padre, sfodera la spada minacciandolo.
Nonostante l’offesa sia somma e inaccettabile, nessun nobile si frappone fra Carlo e Filippo. Solo Rodrigo interviene, dopo che il re ha chiamato più volte invano i cortigiani a disarmare il figlio. Carlo, sconvolto per l’apparente tradimento dell’amico, gli cede la spada e si lascia trascinare disarmato in carcere.
Una misteriosa voce angelica proveniente dal cielo benedice i condannati del Santo Uffizio.

Atto IV. Nella sua stanza Filippo trascorre la notte insonne: suo figlio lo odia al punto di minacciarlo di morte e la moglie non lo ama come egli spererebbe. Giunge il Grande Inquisitore, chiamato dal re, cui Filippo domanda cosa fare con Carlo per restare nella grazia della Chiesa. Il Grande Inquisitore non ha dubbi: non solo Carlo deve essere messo a morte ma anche Rodrigo, il sobillatore, deve morire, per garantire la stabilità del regno e della Chiesa. A nulla valgono i dubbi e le proteste del re, se non obbedirà al Santo Uffizio il Santo Uffizio non darà più sostegno al regno.
Partito l’Inquisitore entra Elisabetta, infuriata poiché sono stati trafugati i suoi oggetti personali. Filippo le confessa di avere lui lo scrigno con quegli oggetti, fra i quali un ritratto di Carlo, prova del tradimento d’amore. Al colmo di un forte litigio Elisabetta cade svenuta e Filippo chiama in soccorso Rodrigo e la principessa Eboli.
Rodrigo si accorge che la situazione sta precipitando. Eboli confessa ad Elisabetta di essere l’autrice della consegna dei suoi oggetti al re e, dopo che la regina le ha intimato di sceglie fra l’esilio e il convento, risolve per la vita religiosa, non prima di aver tentato di salvare Carlo da sicura condanna a morte.
Nel carcere del palazzo Carlo attende la condanna. Sopraggiunge Rodrigo che confida all’amico di essersi autodenunciato come sobillatore delle Fiandre fornendo come prova alcune carte che l’infante gli aveva dato. I due si rinnovano commossi i giuramenti di profonda amicizia ma giungono in silenzio due emissari del Santo Uffizio che aprono il fuoco su Rodrigo. Mentre Carlo, sconvolto, cerca di consolare l’amico morente che lo informa di aver organizzato un ultimo incontro con Elisabetta per l’indomani a San Giusto, sopraggiunge Filippo, intenzionato a liberare Carlo. Questo però lo accusa di aver fatto uccidere Rodrigo.
Intanto il popolo si è sollevato in sommossa per chiedere la liberazione di Carlo e giunge alle prigioni in armi. I cortigiani e le guardie si dispongono in difesa del re ma Filippo intende affrontare il popolo senza difese. Nel momento decisivo compare il Grande Inquisitore che intima al popolo di cessare ogni rivolta, in nome di Dio, dimostrando un’autorità superiore a quella dello stesso re.
Mentre il furore popolare si tramuta in devozione religiosa, Carlo sfugge alle guardie aiutato dalla principessa Eboli.

Atto V. Nel chiostro di San Giusto, all’ombra della tomba di Carlo V, Elisabetta e Carlo hanno il loro ultimo incontro, prima che il giovane parta per le Fiandre a capeggiare la rivolta fiamminga. Mentre i due si stanno per salutare irrompono Filippo e il Grande Inquisitore con il seguito di nobili, frati e guardie. Nel momento in cui Carlo sta per essere nuovamente arrestato appare la reincarnazione di Carlo V che, nel turbamento generale, prende con sé il nipote per condurlo nella pace del Cielo.

Don Carlo
foto di Teatro alla Scala

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