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Collateral Beauty (Bellezza collaterale)

Collateral Beauty (Bellezza collaterale)
Fermata Spettacolo

Ne Il dizionario della lingua italiana, Tullio De Mauro (2000, Paravia Bruno Mondadori Editore), l’esimio linguista da poco scomparso, definisce il lemma collaterale secondo varie accezioni e usi. Parafrasando: “ciò che sta di fianco o vicino”; un evento marginale che si manifesta contestualmente a uno principale; un legame parentale; etc.

L’uso più frequente è all’interno di effetto collaterale, espressione che indica, spesso in ambito farmacologico, effetti secondari, diversi da quelli normalmente previsti. Effetti indesiderati o persino dannosi. Altra possibilità (dizionario online Treccani): terapia collaterale, un trattamento volto a prevenire possibili inconvenienti della terapia principale.

Ciascuna di queste accezioni trova applicazione nel film.

Howard Inlet è un manager brillante, a capo di una società di pubblicità e comunicazione. Grande leader e trascinatore, vede la vita come un’unica connessione tra gli esseri umani. Per lui, “le tre astrazioni” che legano tra loro le persone sono Amore, Tempo e Morte. Una visione positiva per una vita piena, appagante e appagata, condotta in completa armonia con l’Universo-Mondo. Finché non muore la figlia.

Da quel momento Howard crolla: consumato dalla disperazione, si rinchiude in ostinato silenzio. L’amabile capo rischia di trascinare nel baratro anche la compagnia e i suoi dipendenti; così, tre cari amici e soci (il numero non è casuale) corrono ai ripari.

Se principale è, dunque, l’evento funebre, collaterale è l’effetto a catena che ne deriva: distruttivo e quasi ineluttabile. Così, principale è la terapia d’urto cui ricorrono i soci di Howard e collaterale il percorso di guarigione che lui compie. Principale è la vicenda di Howard, collaterale il cambiamento che coinvolge ciascun personaggio. E i rapporti che s’intrecciano fra tutti arrivano a produrre una particolare vicinanza, quasi una parentela collaterale. Ancora: principale è l’effetto di liberazione che Howard ricerca, scrivendo lettere alle sue astrazioni. Collaterale è la loro risposta. Principale è il dolore che prevarica e inabissa l’esistenza.

E la bellezza, quella che “salverà il mondo”? È vicina, contestuale, marginale. Inaspettata e… collaterale.

Will Smith, Howard in Collateral Beauty, 2017

Il soggetto di Collateral Beauty (Allan Loeb, Due cuori e una provetta, 2010: consigliato) è interessante e ben strutturato: ha una sua coerenza interna, non manca di sorprese e segue un percorso concreto e verosimile. Senza invenzioni paradossali, mantiene una corretta apertura interpretativa. Gradita è la mise en abîme continua tra teatro e cinema, con citazioni frequenti (Angoscia ovvero Gaslight/ Angel Street di Patrick Hamilton, 1938; poi Cechov, Grotowskij etc.).

Carente è, però, il concetto centrale: la “bellezza collaterale” può essere dedotta con qualche sforzo dallo spettatore, ma non è chiaro come Howard arrivi a concepirla. L’ultimo diverbio con l’Amore non può considerarsi sufficiente: non basta una frase repentina a destare la resa mistica; servono emozioni viscerali.

La regia di David Frankel (Il diavolo veste Prada, 2006) permette alla narrazione di scorrere, nonostante i numerosi intrecci. Assicura la sinergia tra suono e immagini, ma non garantisce un livello omogeneo nella direzione degli attori. Sono poco efficaci le citazioni di grandi autori come Orson Welles e Sergio Leone.

Ad esempio, l’oppressiva inquadratura di Howard ripreso dal basso mentre lascia distrutto l’ufficio, non rende onore al capolavoro che cita: Quarto potere. La scala sotto cui passa simboleggia il dolore che lo opprime, mentre la musica cadenza il crollo del domino e conferisce drammaticità alla scena; ma la chiusura ironica sugli amici che lo osservano disperati, preclude ogni possibilità di approfondimento e immedesimazione. È una freschezza tanto ludica e beffarda, da annullare la commozione che vuole ottenere.

Allo stesso modo, il dolly finale, sfiora solo in superficie la potenza che ha la sequenza dell’arrivo di Jill in C’era una volta il West: forse per la mancanza del commento musicale di Ennio Morricone, ma più probabilmente per l’errato uso di uno strumento di alta retorica in un film dal carattere intimo, non epico. La visione di Howard si amplia oltre gli spazi angusti in cui si era rinchiuso, verso un nuovo orizzonte che, però, non prospetta alcuna gloria o immensità. È un’indecisione che non diviene eclettica sintesi di stili e registri, ma mera perdita di mordente, edulcorata consolazione pensabenista.

Il cast pullula di celebrità: oltre al protagonista Will Smith, vi sono Edward Norton, Keira Knightley, Kate Winslet, Michael Peña (caporale Trini ‘Gordo’ Garcia in Fury, 2014), Jacob Latimore (cantante venuto alla ribalta con il singolo Best Friend, 2005 e acclamato attore emergente al Sundance Film Festival, come protagonista in Sleight, 2016) e Naomi Harris (Eve Moneypenny nei più recenti 007: Skyfall, 2012 e Spectre, 2015, entrambi di Sam Mendes).

Spicca fra tutti l’autorevole presenza di Helen Mirren. La sua interazione con Michael Peña è intensa e rende una vicenda collaterale più attraente di quella principale. Discutibile è, invece, la fissità espressiva di Will Smith, forse ricercata per restituire il riserbo di Howard, ma comunque poco efficace.

Hellen Mirren, la Morte.

La fotografia di Maryse Alberti (The Wrestler, 2008) sfavilla di colore. Un colore vivido ed intenso, in cui lo sguardo si perde e l’attenzione è distolta dai dialoghi. Questa sì, un’eccellenza cinematografica.

Frequente è l’uso della luce naturale, per le molte scene in esterna. L’atmosfera intima e soffusa degli interni si fa sognante in teatro, dove una piramide luminosa annulla le figure, silhouettes stagliate sullo sfondo in controluce.

Il colore è simbolico e caratterizzante: un cappotto fucsia per l’Amore dolce e passionale, una mise color ghiaccio per il Tempo, assoluto e indefinibile; un paltò blu elettrico per la Morte, vanesia prima donna che a sé tutto riduce. Howard è la sintesi: sopra un maglione grigio, porta una sciarpa blu oltremare, simbolo di depressione. Il cappello bordeaux richiama il sangue, ma, unito al risvolto arancione dell’impermeabile, denuncia il tacito desiderio di Howard di ricominciare a vivere. Fuoco che arde sotto la cenere.

La colonna sonora è curata da Theodore Shapiro (I sogni segreti di Walter Mitty, 2013), ma prevalgono le canzoni: il nuovo singolo dei One Republic, Let’s hurt tonight, accompagna i titoli di coda, il pezzo della band Kaleo (indie rock islandese, dal 2012), Way down we go, imprime ritmo e significato alla scena del domino.  Fink (eclettico DJ inglese, emerso con Biscuits for Breakfast nel 2006), con il singolo Looking too closely, richiama toni e sonorità di Bruce Sprinsteeng (Secret Garden in Jerry Maguire, 1996). Una canzone marginale rispetto a quella promozionale dei One Republic, ma di maggior effetto, per la sua collaterale bellezza.

Nel doppiaggio si torna a cercare professionisti di chiara fama: Sandro Acerbo per Will Smith, Chiara Colizzi per Kate Winslet, Domitilla D’Amico per Keira Knightley, Ada Maria Serra Zanetti per Helen Mirren, Massimo De Ambrosis per Edward Norton e Stella Musy per Naomi Harris. Direzione con cammeo di Simone Mori.

Collateral Beauty, dunque, non eccelle, ma il finale è comunque inaspettato: collaterale, benché armonico e rassicurazione per la upper class. Fino alla cinica apologia del raggiro, della circonvenzione d’incapace (dei soci verso Howard), della manipolazione gaslight come atti di carità.

Noami Harris, Madeleine.

Fuori dallo schermo, però, esiste un’altra marginalità, che non conosce bellezza e per la quale, ad essere “collaterale”, è l’omicidio (https://wikileaks.org/wiki/Collateral_Murder,_5_Apr_2010>). La morte di innocenti civili, liquidata come effetto indesiderato, rispetto all’obiettivo principale di ogni conflitto, che è vincere, il più delle volte, è degna solo di un’attenzione… collaterale.

Collateral Beauty (Bellezza collaterale)
Fermata Spettacolo



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